spazzolino da denti

lo spazzolino da denti: plastica in esubero!

Una mattina, mentre ero dedito alla regolare igiene orale mi sono fatto i cosiddetti conti della serva. In europa siamo 500 milioni di abitanti che ( si spera ) tre volte al giorno si lavano i denti. Ogni tre mesi circa 500 milioni di persone gettano via lo spazzolino e ne comprano uno nuovo.

Quindi significa che in un anno, solamente in Europa vengono consumati circa 2 miliardi di spazzolini. Ogni spazzolino, così come è indicato nell’immagine qui sotto, è realizzato in materiale plastico derivato dalla raffinazione del petrolio, il nostro caro vecchio petrolio.

spazzolino da denti
spazzolino da denti nelle sue part

Lo spazzolino ha un peso complessivo che varia tra i dieci e i quindici grammi. Se lo volessimo separare nelle sue due componenti principali, lo spazzolino da denti è composto da un manico e da una testa.

Il manico serve all’utilizzatore per maneggiare con destrezza la testa all’interno del cavo orale al fine di effettuare la pulizia dello stesso nella maniera più accurata possibile. Sostanzialmente il manico non va incontro ad alcun logorio nel corso del tempo.

La testa, invece, è sottoposta a pesanti sollecitazioni ed al contatto d’attrito con lo smalto dei denti che è uno dei composti più resistenti del mondo organico.

Infatti ogni tre mesi la testa dello spazzolino è da buttare; ma il manico rimane bello nuovo e lucido.

Quindi cosa accade?
Che ogni tre mesi gli abitanti dell’Europa gettano nel cestino uno strumento che è ancora perfettamente in grado di svolgere il suo compito: il manico dello spazzolino da denti.

Il manico dello spazzolino pesa tra gli 8 e i 10 grammi.

Alla fine di ogni anno tra le 16 mila e le 20 mila tonnellate di plastica vengono gettate nel cestino quando potrebbero tranqullamente rimanere sui lavandini dei cari amici europei.

Che fare?

Se il Parlamento Europeo facesse una legge che mette al bando gli spazzolini da denti composti da un solo pezzo ed obbligasse le fabbriche a costruire uno standard di aggancio a baionetta delle teste degli spazzolini da denti in modo tale da poter sostituire solamente quelle e da non gettare i manici; ogni anno si ridurrebbero i rifiuti di plastica di circa 16 mila tonnellate.

Montanari docet

tomaso montanari

Cito il testo dell’immagine qui sopra:
“Un sistema di società commerciali, curatori seriali, assessori senza bussola e direttori di musei asserviti alla politica sforna a getto continuo mostre di cassetta, culturalmente irrilevanti e pericolose per le opere.
E’ ora di sviluppare anticopri intellettuali, ricominciare a fare mostre serie, riscoprire il territorio italiano.”
Mi sembra uno sproloquio.

Rispondo:
le società commerciali sono quelle che per decenni hanno sponsorizzato la diffusione della cultura in questo paese. Gli imprenditori sono quelli che hanno comprato le opere degli artisti. Qui pare si vogliano demonizzare.

La locuzione “curatori seriali” è priva di significato, come anche la locuzione “assessori senza bussola” che altrimenti potrebbe essere un indizio della non appartenenza politica; ma subito si vuole demonizzare pure quella con la locuzione “direttori di musei asserviti alla politica”.

Sfornare a getto continuo mostre di cassetta significa avere enorme successo di pubblico e di contenuti; quindi anche qui è incomprensibile l’atto di demonizzazione.

L’irrilevanza culturale è un giudizio parziale assolutamente privo di fondamento e contraddittorio con la seguente locuzione: “pericolose per le opere”. Infatti se si tratta di mostre culturalmente irrilevanti significa che si tratta di opere culturalmente irrilevanti, in tal senso quale pericolo correrebbero?

La locuzione “sviluppare anticorpi” è un chiaro occhiolino al linguaggio pseudo-politico dei centri sociali, la parola “serie” invece pare strizzare l’occhio alla democrazia cristiana o ai ciellini. Riscoprire il territorio italiano invece è un ossequio al populismo.

Bravo Montanari che cerca supporto!! Ti sei perso la Boldrini eh?

isolani senza humor

Eh, niente… A certi veneziani non piace la satira ( la chiamano goliardia… ). O meglio: piace quando sono gli altri oggetto del loro dileggio.
Un gruppo di presunta satira veneziana ( non faccio il nome per evitare di far pubblicità ) mi banna perché faccio vignette sui veneziani che corrono coi motoscafi ( causando disgrazie ). Eh, non si fa!!
Oggi sabato 19 gennaio 2019 un post del gruppo lamenta che facebook cancelli dal gruppo le persone che non vi partecipano.

Intervengo ribadendo quanto accaduto tempo addietro circa la censura dei miei interventi nel gruppo e vengo quindi bannato. Che assurdità!!! Si lamentano di facebook e poi bannano chi contribuisce con la satira ad un gruppo di satira!!!

Ma non solo, cancellano tutti i miei commenti al post… Incredibile! Si sono spaventati?? Credevano che avessi intenzioni malevoli nei loro confronti? Che mettessi in crisi il loro orticello?

La satira a Venezia è ammessa solo contro chi ci viene come turista. I veneziani sono intoccabili e se protesti scatta il ban. Bea gente!! Scoasse, altro che Goldon.

La storia inizia un paio di mesi fa quando, per puro spirito di satira, pubblico una foto di motoscafi che in laguna sfrecciano in planata mettendo a rischio la vita delle persone. Scrivo anche un articolo ( non di satira ) sull’argomento eccolo qui:
http://www.nicolaeremita.it/padroni-della-laguna-di-venezia/

Pubblico la vignetta in alcuni gruppi veneziani tra i quali quelli di satira di goldoni o roba simile. La vignetta viene cancellata. Mi chiedo per quale motivo?

Ecco le risposte: come vedete questi signori che farebbero satira, l’ammettono solamente nei confronti dei turisti e degli stranieri. Non è ammissibile far satira verso gli stessi veneziani che spesso assumono comportamenti molto stupidi e pericolosi causando anche la morte del prossimo.

dipinto Fumiani

Il più grande martirio del mondo, la chiesa di San Pantalon a Venezia

Potete seguire il testo con l’immagine qui riportata, le varie rappresentazioni sono cerchiate di diversi colori per una facile individuazione.

san pantalon fumiani venezia
dipinto del Fumiani presso chiesa di San Pantalon, Venezia

verde = speranza virtù teologali; celestino = fede virtù teologali; blu = carità virtù teologali; giallo = diavoli cacciati dagli angeli; rosso = corda uncino bastone martirio di San Pantaleon che, assistito da Ermolao, superò le prove; viola = soccorso a malati e feriti

una Chiesa sacrificata, all’ombra della Scola di San Rocco e della Basilica dei Frari; nella realtà contemporanea essa sarebbe completamente oscurata dall’arroganza di chi gode, meritatamente o meno, di maggiore visibilità, di maggior “passaggio” nell’accezione turistico-pedonale dei nostri tempi usa e getta.

Fondata nel 1009, quando poche erano le strutture in pietra; forse solamente i luoghi di culto, quelli di potere e le dimore dei nobili, il resto baracche di legno e canne. Era allora Doge Ottone Orseolo, un ardimentoso sedicenne che ristabilì il dominio di Venezia sulla Dalmazia. Venne consacrata Parrocchia nel 1222 e fu schiacciata dal tallone francese che, tra il 1806 ed il 1810, impose la riduzione del numero delle cure pastorali veneziane da 70 a 30. Era il progresso, si diceva.

Rimaneggiata più volte, fu oggetto di un rifacimento quasi completo che ebbe gestazione dal 1668 al 1745, 77 anni di lavori; progettata da architetti di gran nome come il Longhena e quindi il Comin, dopo la morte del primo. All’interno si trovano la pala di San Pantalon dipinta dal Veronese, la sua ultima opera; l’esemplare di organo n. 400 di Callido, pale di D’Alemagna, di Vivarini, di Palma il Giovane, di Lazzarini. Si narra anche dell’altare che, nel cinquecento fu realizzato dal Palladio; il primo lavoro dell’architetto in Venezia. Con la ristrutturazione quell’altare fu smontato e venduto, se ne persero le tracce. Venne sostituito da altro manufatto opera di Pozzo.

Quello della Chiesa di San Pantalon era un mondo tanto diverso dal nostro. Potremmo definirlo un mondo “alieno” più che antico.

Non vi era alcun concetto di velocità ed anche l’economia aveva un aspetto del tutto estraneo all’odierno. La religione era pregnante per tutti gli aspetti della vita. La fede era sentita in modo concreto, reale; serviva a tenere unito il popolo a dare una speranza.

Vigeva il “passo d’uomo” ed in acqua il “remo”; molte strutture nascevano e crescevano in senso transgenerazionale; non c’era una serrata pianificazione temporale ma erano ben chiari gli obiettivi: fare le cose in grande. Rendere la Chiesa illustre e preziosa, rendere Venezia ( la Patria ) illustre e preziosa e potente. Tutto ciò era retto dal sentimento di carità. Quasi del tutto sincero, mitigato solamente dai commerci, dai conflitti, a loro volta mitigati dal reale timore per la vita ultraterrena.

Un mondo che noi oggi difficilmente potremmo comprendere; lo leggiamo nei libri ma non ci giunge il senso concreto di quella vita. Come con l’antica grecia; molti credono che essa fosse quell’ideale rappresentazione di uomini vestiti di bianche tuniche intenti a filosofeggiare. Ebbene, chi avesse letto saprebbe che il popolo greco viveva in gran parte in grotte, era denutrito, vestiva poco e poco si lavava.

Vivere nel senso del divino, nella certezza della ricompensa post-mortem, nella convinzione che il prelato, il nobile, il doge, il condottiero, fossero tali per volontà superiore e metafisica, rende una prospettiva del tutto differente. In questo contesto fiorisce la contemplazione. Qualcosa che noi oggi non conosciamo o, almeno, non in quello spirito.

La contemplazione è il frutto sano della costrizione, dell’immobilismo tecnico e politico. È la figlia del fotogramma pittorico e della Computer Numerical Control scultorea. A volte avere un limite apre un infinito. Allora fu così; era il mondo dei limiti; gravi ceppi imbastiti ai corpi ed alle menti che vedevano fango, sudore, fatica, fame, sofferenza, morte, epidemia, miseria, sporcizia, freddo; corpi e menti che, poi, si rivolgevano a Dio, per direttissima, senza alcun media; al più con l’intercessione della Madonna o dello Spirito Santo. Dio era lì tra loro, ogni giorno varcata la porta della Chiesa e c’erano più Chiese che pantegane.

Dio era nei colori, così vividi, nelle forme, così perfette e sane, nelle prospettive, nella vertigine delle navate. Urgeva assoldare i migliori perché Dio fosse orgoglioso e non si recasse altrove.

Così fu, grazie agli artisti.

A San Pantalon serviva qualcosa di notevole. Era in gioco il ruolo della Chiesa nell’amministrazione delle cure ai malati. La concorrenza delle Scole vicine era fortissima; ma San Pantalon aveva assi nella manica.

Lui, un turco cristiano ostinato, che studiò e praticò la medicina pagana di Esculapio al punto da esser tra i preferiti dell’imperator Galerio Massimiano; ma in seguito abbandonò quella scienza per curare invocando il nome di Cristo e, quindi, resuscitando cadaveri. Lui, che si meritò per questo il processo, cui oppose ferma la sua fede avendone in premio torture, vanificate dalla voce del Cristo che scioglieva la spada e le tenaglie; e spezzava le corde e le verghe. Lui, che infine fu martirizzato col lo spiccare, dal busto, del suo cranio. Con tali meriti, tutti guadagnati sul campo, era necessario qualcosa che fosse parimenti imponente e autorevole ma anche legato al nuovo alle tecniche agli artifizi. Era ormai il finire del seicento ed i saperi iniziavano ad allargarsi; e poi c’era in corso una riforma del teatro, s’avanzava la tragedia dell’Antonio Schinella Conti e del Scipione Maffei, poco d’appresso nasce il Goldoni. Insomma si esce dai noti sentieri della Commedia dell’Arte per sfociare nel confronto aperto con i francesi come Molière.

Tra i parrocchiani vi era l’artista Giovan Antonio Fumiani, già noto per opere destinate a scenografie di teatri. Nientemento i committenti erano Francesco Palma, maestro di musica addetto alla cantoria della Basilica di San Marco e Giovanni Battista Zampelli, parroco eruditissimo.

Persone di certo aggiornate sulle novità della drammaturgia. Costoro non conoscevano ancora il provincialismo; anzi, erano pronti a contendersi gli artisti locali con le altre congregazioni religiose. Fu grazie a questa “limitatezza”, a questa “restrizione di vedute”, che a Venezia fiorirono gli artisti e vissero degnamente delle loro opere. Gli archistar dementi, gli artisti da baraccone, i sindaci filosofi, erano ancora di là da venire.

Insomma, dopo breve consulta e grazie alle insistenze del Palma, l’incarico fu corrisposto al “omo de cesa” Mastro Fumiani che si accontentò di mite mercede; fors’anche in ragione della proporzione dell’opera. Si, perché si trattava di realizzare un dipinto di 443 metri quadrati da sistemare sul soffitto della nuova Chiesa di San Pantalon, in corso di ristrutturazione. Pareva proprio un’impresa superba; nessuno aveva mai, prima, realizzato un tale dipinto su tela; e nessuno ancora l’ha realizzato da allora.

san pantalon venezia
chiesa di San Pantalon

Egli quindi s’accollò tale commessa all’età d’anni 44 che allora erano già molti.

Lo fece con l’ansia di non farcela o con la fede nella Provvidenza?

Forse viveva entrambe l’emozioni. Per un capolavoro del genere ci vollero 22 anni d’impegno. Si diffuse la leggenda che Mastro Fumiani, finito il lavoro, per lo sfinimento cadde e morì. In realtà la morte lo colse qualche anno dopo per una semplice influenza circondato dalle muliebri cure.

L’artista pose in campo tutte le sue esperienze ormai mature e, anche sotto la guida dei due colti committenti, concluse l’opera. Leggiamola.

Appena entrati nella Chiesa si viene sopraffatti dalla vastità di questo dipinto che, ad un occhio poco attento può sembrare un affresco; ma la morbidezza del tratto e il chiaroscuro, allo smaliziato svelano il tocco del pennello. La Chiesa non è di grandi dimensioni e quindi l’effetto coloristico e drammatico è ancor più intenso; come anche quello della prospettiva che, con rapidità accentuata dalle architetture, si apre verso un luogo di luce ultraterrena gialla e priva di cielo azzurro: luogo divino non naturalistico, vedremo in seguito.

Riuscire ad inquadrare l’insieme della composizione è quasi impossibile, tanti sono i dettagli, i piani ed i punti di vista e le figure coinvolte. Infatti ciò non sarebbe nemmeno richiesto, essendo l’intero insieme suddiviso in scene. Non si tratta quindi di una sola ed unica rappresentazione di un fatto ma della coesistenza, nello stesso spazio visivo, di scene distinte; ma avulse da una conseguenzialità temporale. È sempre la raffigurazione che trasporta lo spettatore lungo il dipinto.

La prospettiva è la parte emozionale della composizione. Essa è costituita da due rettangoli. Il primo circonda la base del dipinto come un architrave con dei gradini nei lati minori; il secondo è alla sommità della parte architettonica, al confine con il Regno dei Cieli. Possenti colonne li separano portando al massimo l’effetto climax. L’insieme da le vertigini.

All’ingresso siamo accolti dall’Arcangelo Gabriele con i caratteristici gigli; sopra siedono le virtù teologali la Fede col calice e la Speranza con l’ancora; la Carità è nella parte interna del primo rettangolo perché è al di fuori delle allegorie, essendo parte viva dell’esperienza terrena di Pantaleone.

Vi sono due ordini di lettura, il primo è quello dal basso verso l’alto secondo la prospettiva; il secondo è quello che segue le immagini ordinate in distinti gruppi o scene che si rimandano reciprocamente.

Il primo ordine di lettura, quello prospettico, colloca le questioni umane e pagane tra i due rettangoli e le questioni divine oltre il secondo rettangolo fino al centro del soffitto; mentre figure allegoriche sono poste in basso, al di fuori del primo rettangolo e servono per arricchire di significati morali quanto avviene al di sopra. Esse sono figure che non partecipano allo svolgimento dei fatti; sono la fede, la speranza, l’orgoglio, la furia, la giustizia, la pace, l’Arcangelo Gabriele.

Partiamo quindi dalle scene contenute tra i due rettangoli: le questioni umane e pagane.

Ecco la scena sulla destra che è stata riquadrata in celeste. Si scorgono tre figure, l’imperatore Galerio Massimiano che, vestito di porpora, siede sul trono; questo seggio ed il suo stesso volto sono oscuri e avvolti nella tetra penombra perché egli ed il suo impero sono lontani dalla grazia di Dio e dalla luce della fede. Egli, con la mano destra porge una pergamena, che contiene la condanna a morte di Pantaleone. Le altre figure presenti sono Ermolao, il vecchio vestito di scuro che ha condotto Pantaleone alla cura dei malati con la fede cristiana, ed un altro anziano vestito di stracci e cieco, che testimonia degli atti di guarigione che il santo ha condotto sotto i buoni auspici della fede. Al di sotto di questa scena ed al di fuori del primo rettangolo si trovano due simboli allegorici: la pace e la giustizia, dipinti in piena luce bianca perché trionfano a compensazione dell’orribile sentenza del miscredente Imperatore.

Il rotolo che tiene in mano Galerio è proteso verso l’alto ed indica la scena seguente, possiamo quindi tracciare una linea immaginaria che ci guida e ci porta al cospetto di un cavaliere con armatura e drappo d’ermellino che trattiene in mano il medesimo rotolo, quasi lo avesse appena ricevuto per posta pneumatica. Costui è il potere esecutivo che deve far eseguire la condanna. Anche questa figura è rappresentata in tinte fosche, il busto ed il capo sono invisibili perché prospetticamente coperti dal nerboruto braccio e dalla grezza mano che trattiene il rotolo; come vedete essa è in penombra mentre in piena luce l’ermellino che drappeggia il cavallo.

Di fronte al cavaliere si trovano delle figure: la prima è un araldo o banditore che annuncia la pena con una buccina mentre nella mano sinistra tiene una lancia che preannuncia un fatto di sangue, la lancia punta direttamente verso l’Imperatore ad indicare che il fatto ha tale provenienza, la buccina invece punta verso la scena dei supplizi cui sarà presto sottoposto Pantaleone.

Le altre figure, riquadrate di viola, sono poveri mendicanti afflitti ammalati che testimoniano delle opere di bene del futuro santo.

In particolare vediamo anche delle figure con delle lance ed un vessillo perfettamente verticali; probabilmente a simboleggiare il combattimento spirituale che ha portato Pantaleone alla conquista della verità della fede che cura ogni male. Il vessillo, per la colorazione gialla ed alcuni segni che riporta, potrebbe essere simbolo del potere temporale della Chiesa che qui giace senza alito di vento che lo sostenga essendo in corso un delitto contro la cristianità. La posizione verticale di questi oggetti porta lo sguardo al Regno dei Cieli.

Più a destra ancora si trova un altro cavaliere con armatura ma privo di armi, che porge la mano ad un sofferente in segno di aiuto, anche questo sofferente tiene una lunga lancia puntata verso l’ultraterreno. Ciò simboleggia che solamente la carità apre le porte del paradiso. Essa è l’unica vera “arma” ( vedi lancia ) pacifica per conquistare la gioia eterna. Ed ecco infatti la carità rappresentata appena sotto e riquadrata in blu; è simboleggiata da una donna con un bimbo in braccio, le sue vesti sono bianche e gialle ancora a simboleggiare la Chiesa e la santità.

Dietro al cavaliere con il rotolo si vede un uomo portato in catene; si tratta di Ermippo o di Ermocrate, i seguaci di Pantaleone.

Quindi la scena si sposta al centro e verso l’alto dove si scorge una scalinata sulla cui cima siede Pantaleone quasi fosse un Re anch’egli; qui un riferimento al Cristo, Re dei Giudei. È circondato da alcune figure che sono: alla sua destra un vecchio. È Ermolao che lo incoraggia e consola mentre Pantaleone gli porge la mano in segno di benevolenza. Gli altri sono i suoi aguzzini che gli mostrano gli strumenti della tortura o lo dileggiano invitandolo a scendere verso il patibolo. Vedete cerchiate di giallo il bastone, le tenaglie, la spada. A condurci otticamente verso Pantaleone sono le virtù teologali che insieme al santo formano un triangolo, simbolo della trinità. Pare una scalinata degna della divina Wanda Osiris.

Pantaleone in questa scena ha il volto terreo per la ferale notizia e con la mano sinistra richiama il conforto della fede. Gli occhi sono sbarrati e rivolti verso l’alto; la posa è ieratica.

Ritorniamo alla buccina dell’araldo. Seguendo la linea immaginaria che essa traccia ci troviamo nella parte centrale sinistra del dipinto dove si svolge la scena del supplizio riquadrata di rosso.

Due aguzzini circondano Pantaleone quello alla sua destra gli mostra una corda mentre quello alla sua sinistra lo calpesta per tenerlo fermo mentre cerca di colpirlo con un bastone, nell’altra mano tiene una tenaglia.

Questa scena è molto dinamica, quasi un inseguimento. Nelle precedenti infatti tutto era immobile. Era immobile l’Imperatore ed immobile Ermolao ed il cieco sofferente; era immobile il cavaliere col rotolo, immobile l’araldo e i sofferenti li accanto, immobile Pantaleone nel momento in cui realizza che sia immimente un atto contro la cristianità, un atto di sangue.

Ora invece si svolge l’azione concreta, cercano di massacrarlo di botte ma qualcosa va storto: un suo compagno lo afferra per il braccio destro cercando di allontanarlo dall’aggressore; mentre una figura appare da dietro. Si tratta di Cristo che ha preso le sembianze di Ermolao, ciò si capisce perché è vestito con una mantellina purpurea segno di sacralità. Cristo è lì per confidare a Pantaleone che il suo nome è ora diventato quello di Pantalemione ( colui che ha pietà di molti ) e per rendere vani i supplizi; la spada e la tenaglia si scioglieranno, la corda ed il bastone si spezzeranno. Questa grazia divina è un contrappasso inverso, perché Pantaleone dedicò la sua vita ad alleviare le sofferenze altrui; quindi le sue saranno parimenti alleviate. Pantaleone non vede questo anziano, ne sente solamente la voce, noi lo vediamo per necessità tecniche, essendoci ancora il muto, esattamente come nella cinematografia dei primi del novecento.

Pantaleone in questo frangente esprime proprio tutto il suo terrore, il corpo è scomposto nella contrazione e lo sguardo è decisamente rivolto verso il Regno dei Cieli, esattamente nel punto in cui c’è Cristo a braccia aperte pronto ad accoglierlo, la mano sinistra, nella medesima posa della scena precedente, chiede conforto.

dipinto Fumiani
dipinto del Fumiani nella chiesa di San Pantalon Venezia

Al di sotto di questa scena nella parte al di fuori del primo rettangolo si trovano due simboli allegorici: la furia e l’orgoglio, dipinti in toni foschi perché sono oppressi per aver portato al compiersi di questa empietà.

A corollario di queste scene, sempre nella zona tra i due rettangoli, ecco alcune rappresentazioni simboliche residuali: sul lato opposto a quello delle virtù teologali, riquadrato in verde, possiamo apprezzare la fine dell’idolatria. Un anziano vestito all’orientale cerca di scorgere nella penombra una statua classica ma non vi riesce; allora strattona un giovane per avere la sua attenzione ma questi resiste si volta appena e con la mano sinistra rifiuta l’invito. Nell’angolo opposto si vede la figura di Marte, ridotta a semplice statua con funzione architettonica e di color giallo, in questo caso a simboleggiare corruzione e perdizione ( gialla è anche la veste di Giuda ). Il martirio di San Pantaleone è anche il simbolo della vittoria del cristianesimo sull’idolatria. Gli Dei ormai sono oscure e mute statue. Sotto questo Marte defunto ecco nuovamente apparire la scena del guerriero con armatura, questa volta senza cavallo, che protende la mano verso il sofferente; questa scena è ripetuta anche sull’angolo sinistro rispetto alla scena del supplizio ed il cavaliere ha un corpetto giallo e si vede di spalle. Il giallo qui è simbolo di santità.

Spostiamoci ora nel secondo rettangolo, quello che contiene tutta la parte ultraterrena del dipinto.

Si tratta di un tripudio d’angeli intenti in molteplici attività e, salendo, si arriva fino alla figura di Gesù Cristo seduto proprio su una moltitudine di angeli ribollenti quasi come su una nuvola. Il Cristo apre le braccia per accogliere Pantaleone ed anche per simboleggiare il valore ed il senso del martirio nella forma della croce.

Sotto di lui altri angeli si sfogano in un concertino a suon di tiorba, violone, viola da braccio ed organetto portativo, evidenziati con i cerchi gialli, due di questi strumenti sono i preferiti di Francesco Palma. Ancor più sotto ecco altri angeli; uno in particolare con una corona d’alloro in una mano che porge proprio sopra Pantaleone nel momento in cui riceve notizia della condanna, ed un tralcio di palme nell’altra a simboleggiare il martirio. Più in basso a destra invece un angelo un poco in ombra esce quasi dal secondo rettangolo per addentrarsi nel mondo terreno al solo scopo di segnalare ed approvare il gesto di carità del guerriero senz’armi che abbiamo descritto sopra.

Spostiamoci a sinistra e individuiamo l’Arcangelo Gabriele coi gigli in mano, quindi verso l’alto a destra ecco di nuovo un angelo con la corona d’alloro ed uno con la palma, appena sopra la scena di Pantaleone assediato dagli aguzzini. La gloria è sempre presente è metatemporale. È nell’istante della consapevolezza della fine, è nella continuità dello svolgimento della passione.

Da notare l’estrema industriosità di questi angeli; indaffarati a predisporre tutto per l’arrivo del nuovo santo. La parte alta del dipinto è in pieno movimento turbinoso e luminoso ma senza alcuna colorazione azzurra; tutto è virato verso il giallo che è qui simbolo della santità e della Chiesa.

Altri angeli tuttavia sono anche impegnati in una lotta. Sopra la figura dell’Imperatore infatti c’è l’Arcangelo Michele che, con la sua spada affronta un paio di demoni dipinti nudi con delle ali da pipistrello. Questo per significare che non c’è posto nell’eternità per chi rinnega Cristo e fa del male agli amici di Dio.

Qui il discorso sul colore: nell’opera nel suo insieme le tonalità sono ridotte tra il nero, i grigi, il bianco, il rosso ed il giallo. Questo ha un significato. Si tratta di un’interiorizzazione; non è prevista alcuna apertura naturalistica perché tutto si svolge tra umano e divino. Chi offende la cristianità è condannato all’oscurità all’oblio; chi ama la cristianità è destinato all’eternità. È un confronto tra tenebre e luce; ma la luce è possibile solamente nel Regno dei Cieli, non c’è conforto terreno. I gialli hanno un ruolo duplice; essi sono simbolo della santità e della corruzione a seconda del soggetto che appartiene loro. I bianchi della giustizia e della pace sono segno di trionfo ma anche segno che questi valori sono al di là delle possibilità umane essendo il bianco simbolo del trapasso; giustizia e pace trionfano ma non appartengono al regno dei viventi. I grigi e i neri simboleggiano l’oscurità dell’idolatria e del male. Anche i rossi hanno un duplice significato: sono il simbolo del potere imperiale se indossati da Galerio e dal suo cavaliere; divengono simbolo del Padre Eterno se sono indossati dalla trasfigurazione di Cristo in Ermolao.

Qui un netto contrasto con la pittura dei Tiepolo che trattarono ampiamente le suggestioni naturalistiche, con loro Dio divenne più vicino ai fatti dell’uomo.

Notevole la complessità del lavoro, ardua la lettura dello stesso per questioni di spazio e di affollamento del dipinto. A chi era rivolta tale opera?

Nella valutazione dell’appartenenza di un lavoro al contesto dei capolavori artistici dev’essere cosiderata la capienza dei livelli di lettura. Ebbene in questo lavoro i livelli di lettura sono plurimi; ed è ciò, oltre all’innegabile abilità tecnica e compositiva, che lo consegna all’insieme delle “cose artistiche”. Questa è arte.

Il semplice legge la magnificenza, l’effetto prospettico, la vividezza del colore, lo splendore divino; egli si sofferma alla questione emotiva che è pienamente soddisfatta; anzi è sollecitata tanto da richiedere continue ripetizioni, coincidenti poi con le varie frequentazioni della Chiesa per le funzioni.

Il dotto s’addentra nei significati simbolici delle figure degli oggetti, dei colori; traendo grande appagamento nella ricerca del dettaglio della piccola sfumatura. L’erudito oltrepassa il dotto con l’ausilio della Bibbia, delle agiografie dei santi, che conosce a menadito e che può vedere in diretta ogni volta che accede al gran teatro sacro dalle Lodi Mattutine, al Vespro.

Padroni della Laguna di Venezia?

La notte del 3 agosto 2018 ero ricoverato al pronto soccorso dell’Ospedale di Venezia SS Giovanni e Paolo a causa di una caduta. Verso le 2 del mattino del 4 agosto delle grida tremende mi svegliano. Sono arrivati i parenti dei due pescatori investiti alle 23.35. Grida lancinanti e disperate che sembrano appena riemerse dal mondo dei morti.

Nella poetica, luminosa, colorata laguna veneziana si muore. Si muore di morte orrenda per azioni che, penso, abbiano ben poco della fatalità e molto dell’atto violento, del gesto prepotente e tracotante di chi è convinto di essere “il padrone”.

rossi e gavagnin vittime
vittime e carnefice

Non è la prima volta che nelle placide acque lagunari delle persone perdano la vita o siano irreparabilmente menomate a causa della conduzione dei natanti. Esiste una lunga casistica e molte famiglie sono state rovinate. Eppure la laguna è uno specchio d’acqua molto limitato, eppure le imbarcazioni che vi circolano possono essere calcolate nell’ordine di qualche migliaio.

Penso che questo fatto del 3 agosto 2018 non rappresenti una sciagura ma delinei i tratti oscuri ed inattesi a chi non è pratico di questo territorio. Era agosto 2013 quando Joachim Vogel, un cittadino tedesco in visita a Venezia, fu schiacciato da un traghetto ACTV mentre si godeva il suo giro sulla gondola assieme alla famiglia; non si può morire così!

barchini bacan venezia
barchini alla spiaggia del Bacan

Questa disgrazia non ha alcuna correlazione con quanto accaduto il 3 agosto 2018 ma penso sia il sintomo di un disagio che dilaga per entrare nelle nostre vite ed assumere la sembianza della fatalità, dell’inevitabilità, del caso, della sciagura; mentre resta non detta, nascosta, negata, la verità dei fatti ed i corollari a questi fatti che ne sono ineluttabili precursori.

Essi sono, tuttavia, sotto gli occhi di tutti i veneziani che vogliono tenerli ben aperti e si verificano quotidianamente in ogni periodo dell’anno. L’uso pesudo-criminale dei barchini da parte di giovani e meno giovani diportisti di certa stirpe lagunare. Ecco, direi che questa sia una delle più purulente piaghe della venezianità. Perché provoca disgrazie, provoca morti.

barchino planante
barchino planante

I barchini sono gusci di vetroresina piuttosto leggeri di lunghezza compresa tra 3 e 5 metri che hanno, normalmente, un utilizzo di servizio per i residenti. Sono molto utili per trasportare persone e cose tra le isole, per una passeggiata, per lavoro, per la pesca, per la caccia, per l’osservazione della fauna e della flora locale. I veneziani vanno al bacàn ( spiaggia in bocca di porto del Lido ) con i barchini; è una tradizione stupenda. Sono attrezzati con motori fuoribordo che in genere non superano i 20/30 cavalli; ma capita che non sia sempre così.

Forse il desiderio più grande di tutti gli adolescenti maschi di Venezia, è quello di ricevere in dono un barchino. Magari full optional, con impianto stereo da 1000 watt, poltroncine imbottite con poggiatesta, cuscineria personalizzata, luci led, salpa àncora, comandi remoti con volantino momo e manetta cromata, tendalino, trim elettrico e mille altri dettagli che rendono una banale barchetta una sorta di fuoriserie galleggiante.

Cosa c’è di male in tutto ciò? Nulla accidenti! I desideri dei ragazzi li conosciamo tutti; siamo stati tutti quindicenni. Se un genitore è in grado di esaudire questi desideri penso che sia una fortuna per un figlio; ma non sempre. Anche il desiderio vorrebbe i suoi tempi; dovrebbe essere prolungato e coccolato, reso un obiettivo, una meta da conquistare, da meritare. I desideri esauditi automaticamente all’istante e senza scopo, per il solo fatto di manifestare potere genitoriale e status economico, spesso non producono effetti positivi.

barchino planante
barchino planante

Essi rappresentano al figlio una realtà edulcorata, un senso d’onnipotenza che deriva dal potere del denaro, una forma precoce d’arroganza che trasforma un adolescente in un vecchio puttaniere che si crede “il padrone” per il solo fatto di possedere cose e, di conseguenza, persone, per via dello status. Il passo successivo infatti è la motorizzazione della fuoriserie d’acqua. Non bastano tutti i gadget e gli orpelli, serve sostanza e quella la può fornire solamente un enorme motore fuoribordo. Qualcosa di parossistico, 150 cavalli, 200 cavalli, e via salendo come se non vi fosse limite a quello che si può imbullonare allo specchio di poppa di 40 centimetri di un barchino che può essere sollevato da 2 persone; ma come si fa a disporre di un motore così a 15/16 anni? Semplice, ci si fa regalare un “mero” 40 cavalli e lo si elabora.

E poi?

barchino planante venezia
barchino planante

Poi si deve dare prova di tutto questo potere, di questo lusso, di questa potenza. Unica via è mettere a manetta e planare sull’acqua a velocità folli; 20 30 40 nodi mentre lo scafo prende il volo sulle leggere increspature della laguna e ricade poi giù con “tonfi erettili”; si, perché trattasi di muscolari rappresentazioni della volontà di potere del giovane veneziano, penosamente virili.

Purtroppo la fisica e la fisiologia non giocano loro a favore. Condurre un natante in queste condizioni comporta una netta riduzione della visibilità ed il prolungamento dei tempi di reazione. Le briccole non hanno occhi e non si spostano dalla rotta, sono pali di legno, ferro o plastica riciclata. Il barchino si scontra con il palo e i diportisti volano via a 20 30 40 nodi. Se va bene finiscono in acqua, se va male sbattono contro la briccola, si spezzano le ossa o si rompono la testa. Alcuni muoiono, altri divengono vegetali e riposano al San Camillo.

barchino in volo

Altri, invece, evitano le briccole ma centrano altri natanti e feriscono o uccidono il prossimo. Magari due signori che si dilettano di pesca notturna e, tra una ciacola e l’altra, se ne vanno tranquilli sul loro barchino lungo il Canale di San Nicolò davanti al Lido a lanciare i loro ami e attendono che branzini boseghe o qualche seppa, abbocchino; mentre dall’oscurità giunge improvviso un rombo assordante e poi un lampo di plastica bianca e poi una grossa frenetica lama rotante che taglia, spezza, smembra, squarta in un attimo corpi vivi e palpitanti; e magari questi corpi non divengono subito cadaveri ma restano, per qualche terrificante minuto, consapevoli del dolore, del trauma. Morti per rappresentazioni di potenza.

Ebbene la laguna non è di codesti giovinotti privi di senso e di sentimenti. Non sono nemmeno tutti e solo giovani adolescenti; tra loro vi sono pure uomini adulti e padri di famiglia, cresciuti nella convinzione che sia consuetudine condurre in questo modo il natante, convinti di rappresentare e di essere genuini veneziani. Tutti uomini comunque. La cosa è di genere. Uomini che ritengono che lo specchio d’acqua veneziano sia “cosa loro”, che sia lo spazio privato per i loro giochetti, in cui abbia pieno diritto lo scarico della loro adrenalina o delle loro frustrazioni.

Chissà, magari alcuni di questi “padroni” si stracciano le vesti nei social contro i turisti…

barchino con famiglia

L’amministrazione dovrebbe reprimere queste condotte con la massima severità consentita dalle norme; tuttavia si riscontra oggi questo assurdo paradosso: la circolazione delle imbarcazioni a remi che non siano “tradizionali” è vietata in Canal Grande e canali adiacenti per tutto l’arco della giornata. Quindi sorge un limite, una sanzione, nei confronti delle imbarcazioni a remi che non facciano parte della tradizione storica veneziana; ma i barchini di vetroresina? Possono circolare? Si, perché sono a motore.

Se tutte le imbarcazioni rispettano i limiti e i conducenti sono prudenti è impossibile che possano verificarsi incidenti gravi con feriti o decessi. Potranno verificarsi piccoli impatti di nessun rilievo; normali in un contesto di trasporti che non è dissimile da quello stradale ma infinitiamente meno congestionato e lento. Imporre divieti alle imbarcazioni a remi è come impedire la circolazione delle biciclette in città.

barchino in volo
barchino in volo

Penso che questo provvedimento sia stato prodotto solamente per assecondare le ciance dei social che hanno infiammato una polemica che, a Venezia, vede come colpevoli di ogni malanno sempre e solo i turisti.

Ciance che si sono esacerbate dopo la disgrazia del 3 agosto 2018 ma sempre contro i turisti, le canoe in questo caso, che non hanno avuto alcun ruolo nei fatti e non hanno mai causato problemi alla circolazione acquea. Ebbene, le canoe sono il natante più antico che l’umanità abbia mai utilizzato, possono rientrare a pieno titolo tra le imbarcazioni tradizionali, perché appartengono all’immaginario ancestrale di ogni uomo che desideri esplorare il mondo.

Conclusioni: parte della comunità veneziana ha la coscienza sporca e cerca dei capri espiatori in persone che non abbiano gli strumenti per difendersi, su cui scaricare tutte le proprie responsabilità. Una comunità che pretende d’ignorare le proprie responsabilità e non intende porre rimedio a ciò che di essa è degradato, ha dichiarato il suo completo fallimento. Non vorrei che ciò fosse l’unica via per Venezia ed i suoi cari veneziani.

Questi sono solamente GOLDONI!

barchino con goldoni
goldoni in barchino

barchino e goldoni
goldoni in barchino

spot dolce e gabbana

Sullo spot Dolce & Gabbana

Facendo ammenda devo dichiarare che seguo con drammatica distrazione i fatti della cronaca. Ho saputo solo ieri della vicenda dello spot Dolce&Gabbana. Ho seguito sui social network le svariate contumelie e le esternazioni di molte persone.

spot dolce e gabbana
spot dolce e gabbana pizza

Ho riflettuto ed ascoltato lo spot in lingua originale, poi ho ascoltato la traduzione dal canale youtube di Barbaroffa che alla fine dell’articolo allego come link.

Temo che qui si sia verificata un’inversione di tendenza; un fenomeno che forse pochi o nessun intellettuale ha compreso nelle sue svariate sfumature; che sicuramente potrebbero interessare un sociologo o un antropologo. Qui cercherò d’illustrarne i contorni che ho, con una certa difficoltà, cercato di delineare.

Barbaroffa espone una visione da esperto della cultura orientale, o, quanto meno, dal punto di vista di chi conosce in senso generale la mentalità del cinese; e dichiara, con sicurezza, che il messaggio dello spot sia stato mal costruito mal indirizzato e, quindi, malamente compreso o meglio, considerato apertamente come una derisione, un’umiliazione o uno svilimento della millenaria cultura cinese.

Io dico: “Eh la Madonna!”.

Non avrei mai pensato che un banale spot pubblicitario debba pesare le millenarie culture dei popoli e le sensibilità delicatissime di 3 o 4 miliardi di persone o dei loro solidissimi governanti; e qui, forse, sta il punto.

Visionando lo spot con leggerezza si ha l’impressione della solita semplice, banale, provocazione; realizzata con strumenti in apparenza grossolani: la solita bella ragazza, un contesto orientaleggiante, un testo banalissimo e volutamente “paternalistico”, le pietanze italiane che si susseguono. La solita vecchia storia del mangiare con le bacchette dei cibi non adatti a quegli strumenti.

Tuttavia, per un esperto d’arte contemporanea, lo spot merita maggiore attenzione. In particolare le pietanze: sono un evidente “fuori contesto” perché non hanno nulla a che fare con l’oggetto del messaggio che è l’alta moda; esse sono esagerate nelle dimensioni, con ovvio intento ironico-caricaturale. Qui è la cucina italiana che viene degradata ad una visione oleografica e stereotipata; una cucina di “roba grossa” “grezza”, che si pone in contrasto con la delicata eleganza della ragazza orientale la quale non è per nulla passiva ma tutt’altro, partecipa divertita al gioco che le viene proposto. Un gioco! Accidenti! È pubblicità!!

Il contrasto che si propone è sottile, il messaggio non è banale e tantomeno diretto: si pone la sfacciata moda italiana, col suo passato ed il suo presente di eccessi e di barocchismi, incarnata in pietanze tipiche, al cospetto della sottile, raffinata, elegante e decisamente positiva sensibilità degli orientali. Costoro infatti sono rappresentati da una ragazza giovane carina sorridente complice e simpatica; che non ha alcun comportamento passivo o sottomesso ma è solamente divertita dal gioco che le viene proposto e non imposto.

Qui nessuno ha capito nulla; in particolare coloro che hanno analizzato i fatti come sono accaduti e si sono precipitati in giudizi sommari.

Se fossimo ai tempi anteriori ai social network potremmo anche tranquillamente infischiarcene di chi non ha capito. Il messaggio sarebbe veicolato con mezzi unidirezionali verso il vasto pubblico ma con l’intento di raggiungere solamente una minima parte di esso; coloro che hanno il reddito adeguato ad acquistare Dolce&Gabbana. Quella parte di popolazione che vede nella moda italiana un modello di riferimento, magari che ha già introiettato quei concetti di globalità tanto cari alle classi dirigenti occidentali. Gli altri seguiranno. La massa acquisterà Dolce&Gabbana per emulazione. Acquisterà un pezzettino di quel mondo irraggiungibile per credere di farne parte. Rivedrà nella propria mente quelle immagini esagerate della reclame; quelle immagini volutamente sopra le righe, eccessive e prorompenti, parossisticamente provocatorie che faranno credere di essere al centro di una vita speciale.

spot dolce e gabbana
spot dolce e gabbana cannolo

I tempi però sono cambiati e la comunicazione deve tener sempre in conto la bidirezionalità, il feedback, quindi il consenso; che non è più limitato al potenziale cliente ma è “comunicazione globale” nella quale tutti i consumatori; ma più generalmente, tutti gli spettatori, possono interagire. Lo spot di Dolce&Gabbana è arrivato a chiunque e chiunque ha potuto scatenare contro di esso le proprie intime frustrazioni e misurarlo col proprio personale e ristretto punto di vista; e ciò che in una popolazione è globale non potrà mai essere in grado di cogliere le sfumature o i sottili riferimenti. Ciò che è globale tenderà a cogliere simboli e significati grezzi dozzinali superficiali e riferiti alla più cocente attualità, senza alcun tipo di elaborazione o di riflessione, senza alcuna differenziazione.

Tale processo inoltre avrà la caratteristica d’autoalimentarsi e di assumere l’effetto di una reazione a catena attirando a sé solamente una sempre maggiore reiterazione. Diventando una valanga ingovernabile che spazzerà via qualsiasi intento di dare le opportune valide e sensate spiegazioni. Questa valanga avrà quindi la potenza di coinvolgere persino i governanti i quali, seppur indifferenti al contesto pubblicitario, dovranno, per ovvie ragioni, dar conto al consenso della pubblica opinione.

Domenico Dolce e Stefano Gabbana non sono stati tratti in inganno e non hanno in nessun modo dimostrato di non essere consapevoli di questa realtà. Il loro non è assolutamente stato un errore di comunicazione. Hanno semplicemente ricevuto la definitiva e concreta risposta di un interlocutore sbagliato.

spot dolce e gabbana
spot dolce e gabbana spaghetti

Sì, esatto, in questa vicenda lo sbaglio lo fa l’interlocutore. Perché non comprende che Dolce&Gabbana, col loro spot tanto desiderato e mandato in onda contro il parere dei manager, hanno inteso realizzare ciò che ha l’ambizione dell’opera d’arte. Ovvio, non possiamo pretendere, dopo quello che si è scritto sopra, che l’interlocutore sia consapevole di questo suo sbaglio.

Quando la comunicazione era unidirezionale la reclame poteva provocare e non produceva le conseguenze odierne; magari qualche articolo di giornale, un poco di brontolii ma tutto portava infine l’acqua al mulino della ditta: fama, gloria, attenzioni, vendite, profitti. Un circolo “virtuoso” che per decenni ha convinto sempre più le grandi firme, in particolare i colossi dell’alta moda, che il loro mestiere sia più attinente all’arte che all’artigianato. La moda è diventata una “forma artistica di comunicazione” solamente perché lancia strali ad un largo pubblico privo della benché minima possibilità di reazione strutturata ed efficace.

Insomma, finché il pubblico non esisteva tutto bene. Del resto è come per l’arte pura. L’arte si rivolge sempre ad un’élite, non dialoga con le masse. Sarebbe impossibile, altrimenti, alcuna innovazione e, soprattutto, alcuna drastica dissacrazione o blasfemia o rivoluzione; mentre sappiamo bene che l’arte si rinnova spesso grazie a queste qualità.

Questo perché le masse non sono propense al cambiamento per loro intrinseca natura; inoltre non sono in grado di cogliere aspetti di sintonia “fine” come la satira o il sarcasmo, soprattutto perché spesso sono fuori contesto; e l’arte ha, tra le sue grandi doti, proprio il pregio di rappresentare “fuori contesto”, al fine di riportare ogni cosa in un ambito astratto ed ideale. Lo spot, mettendo al centro della scena del cibo, attua un “fuori contesto” esemplare che, nella sua leggera banalità, cerca di strizzare l’occhio alla massa, divenendo indigesto pure all’élite.

Impossibile, quindi, poter ancora giocare la pedina dell’arte nella scacchiera del mondo contemporaneo, centrando un “fuori contesto” come l’alta moda con uno spot artisticamente perfetto ( in questo caso il fuori contesto sarebbe appunto l’arte utilizzata come mezzo di comunicazione per l’alta moda ). È praticamente un suicidio; ma è, finalmente, un modo per dei bravissimi artigiani e stilisti, di sperimentare quanto sia duro e spietato il reale mondo dell’arte; dove la cosa più comune è non venir capiti.

spot dolce e gabbana
spot dolce e gabbana

Dolce&Gabbana hanno voluto aspirare all’essere artisti e lo hanno fatto con sincera onestà e rischiando parecchio. Producendo questo spot, secondo me, hanno fatto un omaggio all’arte contemporanea in un suo particolare aspetto di provocazione innocua e conformista, come va molto adesso nei musei e nelle gallerie, spesso sponsorizzate dalle stesse case di moda.

Quello che hanno profondamente sbagliato è stato l’aver voluto fare gli artisti senza tener conto delle possibili catastrofiche conseguenze in termini di affari. Perché dietro la loro firma vi sono migliaia di persone che lavorano, d’investitori, di fornitori. Un vero e proprio mondo, che con questa uscita artistica, ha rischiato d’incrinarsi o addirittura di crollare. Si perché i margini sono strettissimi per molti e basta veramente poco per perdere tutto.

L’artista invece rischia di suo e basta. Rischia perché si dedica alla sua arte invece di trovarsi un lavoro; rischia perché magari intraprende percorsi complessi e poco “commerciali”; ma rischia di suo, al più mette in difficoltà amici e parenti. In tal senso tuttavia l’artista ha la reale possibilità di essere più libero e, magari, più concretamente artista.

Questo, purtroppo, Dolce&Gabbana non possono permetterselo, per un semplice senso di responsabilità verso una moltitudine di persone che non hanno sposato una “causa artistica” ma, semplicemente hanno inteso mettere a frutto le loro sudate professionalità per construire una esistenza e, magari, conseguire la felicità o la realizzazione.

Queste sono le conseguenze della comunicazione globale e le sue pessime ricadute sulla possibilità di utilizzare i mass media per trasmettere un messaggio “artistico”. Meglio coltivare l’interesse per le arti nel proprio privato. Il rischio è solo personale.

Link al video di Barbaroffa:

delta po spiaggia

Circa la Laguna di Venezia e la costa adriatica.

Avete mai immaginato l’estetica originaria delle lingue di terra della Laguna di Venezia ed in generale della costa adriatica?

Coperte di alberi e d’intricata boscaglia, con le spiagge completamente inaccessibili a causa di stratificazioni di residui vegetali avvenute nel corso dei millenni.

mesola
bosco della Mesola, presso il delta del Po

Tartarughe che periodicamente vengono a depositare le uova, falchi, assiuoli e altra fauna selvaggia. Avete mai immaginato tutta la costa adriatica del passato?

Un’interminabile

fitta foresta che si apre su lunghe spiagge trasformandosi lentamente, nella qualità e nella densità, fino alla punta estrema della Puglia.

Sono scenari ormai consegnati alla mitologia ma che, solo ai tempi del medioevo, pochi secoli fa, un istante nella scala temporale generale, erano una realtà.

Era un territorio di confine tra il clima temperato e quello subtropicale; il massimo della variabilità climatica con estati calde ed inverni brevi ma freddi a causa delle correnti continentali provenienti dall’est europa, anche se temperati dalla presenza di un mare caldo e basso come l’Adriatico. Insomma era un vero paradiso in terra.

Oggi ormai sfumato, ricoperto dall’incessante opera dell’uomo per il proprio ( sacrosanto ) benessere.

Eppure riuscire ad immaginare quel selvatico passato può renderci più consapevoli della bellezza della laguna ma anche dell’intera costa adriatica, che sia quella rocciosa croata o quella sabbiosa italiana. Quest’ultima di certo più suggestiva e languida nel lontano passato, quella invece ancor’oggi selvaggia ed aspra.

Ancora alla fine del secolo XVIII i veneziani cacciavano orsi e lupi nel territorio adiacente alla Laguna che oggi ha nome Marghera. L’intero territorio degli appennini italiani, in buona parte costituiti da argille intrise d’acqua e tenere arenarie, era una vasta e fitta foresta di querce aceri carpini farnie frassini olmi tigli. La pianura un’initerrotta sequela di siepi e platani noccioli carnioli sambuchi robinie cipressi corbezzoli lecci pini marittimi sugheri. Nessuna agricoltura, nessuna industria, solamente una variegata tavolozza di tonalità di verde.

Durante gli inverni, fino alle coste, voluminose nevicate, portate dai venti dell’est, coprivano ogni cosa, preparando la fioritura primaverile. Nel mare, fino alle spiagge, erano visibili grandi popolazioni di esseri, dai cavallucci marini agli sgombri, dalle razze ai cannolicchi, in quantità notevole, grazie ad un mare basso piccolo, temperato e ricco di nutrienti portati dai fiumi italiani e croati.

delta po spiaggia
Delta del Po, spiagge adriatiche

In questo paradiso iniziarono ad apparire i sottili ed erratici sentieri  preromani che divennero poi i sentieri dei soldati romani e poi le razionali strade romane. Strade di pietra, che ebbero il tempo di fregiarsi di profondi solchi procurati da secoli di passaggi di carri dalle ruote di legno e bronzo e poi ferro. Queste strade viaggiavano per lo più tra boschi foreste siepi fino all’ingresso di piccoli villaggi di legno, o di accampamenti ( castrum ) militari, o di vere città di pietra e mattoni. Ogni cosa però, isolata nella natura incombente e fiera, tenebrosa ed infida, che rendeva ad ogni distanza una dignità nobiliare.

Fu questa ciclopica piana alluvionale, che da Torino si snoda ben oltre la battigia adriatica, a decretare la fine di quel paradiso. La pianura favorisce l’insediamento umano ed i suoi traffici. Osservatela oggi dalle immagini dei satelliti; luminosa come il Belgio. Una sequenza continua di case strade opifici capannoni ed infrastrutture. Del passato non solo manca il ricordo ma anche la cognizione. Si potrebbe affermare che non vi fu un “prima”; che questo territorio fosse un foglio bianco sul quale, di diritto, l’uomo avesse l’incarico di disegnare il proprio destino.

Non è così, se vogliamo, con la nostra immaginazione, possiamo ripercorrere i tanti passati che si sono stratificati e rivederli nella nostra mente. L’informazione, il sapere, la tecnologia sono grandi supporti a questo nostro viaggio; ma non sono sufficienti senza l’immaginazione. Questo seme, se fiorisse in noi, potrebbe motivarci per ridare parzialmente vita a quei passati. Piccoli esempi vi sono già lungo le coste; altri potrebbero sorgere in futuro; ma il nostro più importante compito è quello di proteggere oggi ciò che è sopravvissuto.

Sì, il territorio italiano era un magnifico paradiso naturale divenuto anche un paradiso artistico. Oggi di questi aspetti si rumoreggia senza alcuna visione poetica, si polemizza senza alcuna prospettiva visionaria; non c’è la “sana follia” e quindi non c’è l’immaginazione. L’Italiano ha perso molta strada sul campo dell’arte e della cultura; si è perso in tante miserie che forse hanno radici profonde in un senso comune “latino”. Ha perso la razionalità dell’antica roma, la praticità delle signorie toscane, la lungimiranza della repubblica veneziana, il senso della grazia delle nobiltà ecclesiastiche. Tutto dimenticato. Un’identità fatta di mille diverse identità è stata storpiata da una stravagante volontà livellatrice, guidata dal progresso senza sviluppo, dall’industrialismo senza società. Abbiamo perso infiniti mondi per averne uno solo; ma abbiamo ancora un vastissimo patrimonio di differenze immense. Siate folli, ebbe a dire un controverso genio americano. Ebbene sì, serve proprio la follia, la sana follia che fa intraprendere strade che possono sembrare dure ed improbabili ma che, nel tempo, portano all’eden.

La democrazia mercificata

La democrazia non è solo la possibilità di votare un rappresentante politico che promuova istanze di un certo gruppo di persone, accomunate da alcune idee. La democrazia è un complesso insieme d’istituti e organismi che esercitano precise funzioni atte a consentire alla più larga fascia di popolazione l’accesso ai diritti e l’assolvimento dei doveri.

I diritti e i doveri sono quindi regolati da usi regolamenti e leggi che devono rispecchiare i principi fondanti le democrazie moderne.

Se usi regolamenti e leggi sono alla mercé di scambi economici o di interessi finanziari, abbiamo soggiogato dei principi fondamentali ed indisponibili al capriccio di obiettivi di minoranze e questi obiettivi è fatale che non possano corrispondere al bene comune.

La trattativa Stato-mafia ne è un esempio; o la pretesa cessione di sovranità che qualche tempo fa auspicava un Primo Ministro accarezzatore di barboncini. Oppure quella che, sempre più, si presenta come la trasformazione del territorio nazionale in un centro di accoglienza per ondate migratorie illegali in cambio di presunta benevolenza europea; mentre almeno 250mila italiani emigrano.

Ci sono troppe contraddizioni in questo modo d’interpretare la democrazia. Troppe forzature del diritto, oltre che di quel buonsenso del buon padre di famiglia che pretende responsabilità da tutti e premia e tutela chi dimostra impegno nel lavoro e nei sacrifici.

Stalin deportava gruppi etnici nella sua Unione Sovietica, al fine di sedare culture locali non troppo avvezze alla sottomissione. Perché quando si spostano gruppi etnici non si spostano solo persone ma anche idee ideologie convinzioni etiche e religiose.

In quanti modi dobbiamo e possiamo interpretare questa migrazione contemporanea?

Una superpotenza mondiale come l’Europa che resta inerme salvo consegnare tutto a qualche ong?

Difficile che sia una mera fuga dalla miseria considerando che non si tratta di viaggi organizzati dai governi ma di odissee a pagamento sotto l’egida di criminali sanguinari e spietati.

Potrebbe essere un’intenzione voluta e programmata come dicono alcuni.

Penso che ciò che importi invece sia la pretesa che in ogni aspetto di questa oscura vicenda la parola sia solo del diritto nazionale ed internazionale; perché quello è la base che i popoli europei si sono guadagnati in secoli di guerre soprusi dittature sterminii.

Una deriva da ciò sarà segno del fatto che la democrazia, così come l’abbiamo voluta e sofferta, da troppo tempo è messa sulla piazza del mercato a disposizione del miglior offerente.

Certi Veneti…

Purtroppo certi veneti hanno imparato il brutto vizio degli italiani: l’invidia. E’ una brutta afflizione che porta alla distruzione di qualsiasi idea, progetto, intento, ambizione, desiderio. L’invidia pretende il nulla, assapora l’annientamento di tutto e nasce dalla mediocrità e dalla presunzione dell’ignorante. In questi giorni ho letto troppa arroganza nelle parole stentate e sgrammaticate di certi veneziani che si credono detentori di valori supremi.
Gentaglia quasi analfabeta che assume atteggiamenti da squadrismo e crede, con ciò, d’emulare la tradizione dogale. Cose assurde!
Ai bei tempi della Serenissima era proprio del popolo il sentimento dell’umiltà ( che non è servilismo ) e del rispetto amorevole nei confronti di chi sa.
Qui invece siamo ai moti termidoriani senza alcuna usanza d’intelletto. Rivoluzionari senza abecedario; provocatori da trattoria; grufolatori del golpismo d’accatto. Vergogna!
Questo ciarpame, che stupra i simboli ed i valori ai quali ho avvicinato il mio cuore, ha il fetore dell’usurpatore. Un nulla immondo volgare infido, da ladri di galline.
Vengono in Piazza San Marco per infangare questa celebrazione donata ai veneti. Vengono con le bandiere di San Marco e le vilipendono, alzano la voce ma è un sordido latrato, osano fischiare alla musica, alle arti.
Costoro non sono degni. Non lo saranno mai. Nemmeno per le lignee galere costoro sarebber degni. Io questi li disprezzo. Ho rispetto e stima per chi vuol imporre il tricolore; quelli hanno un onore, hanno un valore, son degni avversari. Questi invece non so proprio cos’abbiano ed il nulla è peggio d’ogni cosa.

La Vida, il Teatro Anatomico, le okkupazioni.

Si affaccia sul pittoresco Campo di San Giacomo dell’Orio, questo palazzo dalla forma particolare. Esso fu Teatro Anatomico, luogo in cui i medici studiavano appunto il corpo umano dissezionando cadaveri e le levatrici imparavano la pratica ostetricia. Fu distrutto da un incendio nel 1800 e ricostruito.

teatro anatomico vida
Teatro Anatomico Vida di Venezia

Quindi ebbe altre destinazioni abitative fino ad essere sede Arci Gay, una trattoria e un archivio della Regione Veneto in tempi più recenti. La proprietà era della Regione Veneto fino a pochi mesi fa, quando l’imprenditore Alberto Bastianello lo ha acquistato con l’intenzione di farne un locale pubblico.

Mal gliene incolse!

La sua iniziativa privata a scopo di lucro s’è infranta nelle granitiche opposizioni di un gruppo agguerrito, tutto teso nell’impedire che un tale mercimonio possa aver luogo.

Si sono mosse anche Associazioni note, che forse cercano visibilità in ogni tipo di contumelia, nella pretesa di difendere una residenzialità veneziana decadente, sempre più vilipesa da masse feroci di turisti pronti a tutto.

I media locali si sono subito avvicendati nel dare testimonianza diuturna, anche per arredare opportunamente di notizie le pagine locali e, di conseguenza, avere i riscontri necessari in conto economico. Tuttavia pare che la cosa abbia sfumature differenti agli occhi del cittadino vivace e di puntuale senso civico.

Infatti in pochi giorni dalla notizia dell’alienazione, l’immobile è stato okkupato. Insomma, alcuni abitanti dei dintorni e forse anche d’altre zone colà richiamati, hanno preso possesso del palazzo, ovviamente senza alcun permesso della proprietà e con l’intento di manifestare il loro disappunto per le intenzioni della stessa.

È, con piena evidenza, azione contraria alle norme che tutelano la proprietà privata e la libera iniziativa d’impresa. Ora, viene da domandarsi chi siano costoro. Trattasi di semplici abitanti che spontaneamente s’organizzano per opporsi all’arrogante usurpatore del loro quieto vivere?

Chi lo pensa, a mio parere è ingenuo. Chi qui scrive invece, considera quest’azione un’arrogante ed organizzato grimaldello per assumere il controllo di spazi pubblici e privati da parte di fazioni che hanno una determinata e circoscritta appartenenza politica. Non vi è, in questo strumento di forza e prevaricazione, alcun presupposto di condivisione in quanto essa avrebbe le connotazioni della neutralità; mentre ha denotato fin da subito il carattere i simboli gli slogan i suoni ed i comportamenti di un’appartenenza politica.

La mia sensazione è che chi non fosse parte di questa fazione e condividesse anche solo l’idea che l’azione sottende, si troverebbe nelle condizioni d’astenersi o, quanto meno, di rimanere ai margini e quindi si sentirebbe conseguentemente “emarginato”.

Se ciò ha senso si dimostra facilmente che l’attore dell’impossessamento non è un’ipotetica “cittadinanza” bensì, una parte ristretta che fa riferimento ad un determinato consenso.

vida teatro anatomico venezia
sgombero degli okkupatori che cantano “vida ciao”

Che fare?

Osserviamo i passati trascorsi. In Venezia insulare insiste il Centro Sociale “Morion”; quindi, il Centro Sociale “Zona Bandita”. Quest’ultimo, prima di avere la sua sede in Santa Croce Fondamenta dei Tabacchi, aveva preso possesso di un Palazzo lungo il Canal de Cannaregio. Un palazzo di pregio, forse del ‘500, trasformato in un luogo fatiscente e degradato. Con lo sgombero del Centro Sociale “Zona Bandita” è subentrato un ristorante bar teatro gestito da Smart Venice srl.

Quindi l’okkupazione del Palazzo in Fondamenta De Cannaregio è stata sostituita da un’iniziativa a fine di lucro basata sulla ristorazione e l’intrattenimento. Quest’ultima pare essere organica per estetica intenti e branding alla precedente okkupazione, epurata di tutti gli aspetti poco commerciali quali pavimenti sfondati muri devastati bagni distrutti e pieni di feci, abbandono e degrado.

Esistono oggi a Venezia ben due Centri Sociali operativi che accolgono coloro che condividono questo modo di vivere e pensare. Mi chiedo se non siano più che sufficienti in un centro abitato di 55 mila anime.

L’azione presso il Teatro Anatomico ha tutti i crismi di un’ulteriore appropriazione da parte di gruppi faziosi che, in quanto tali, avranno intenzione di trasformare questo patrimonio in uno strumento d’aggregazione e propaganda di un modello ideologico e quindi con nessun intento universalistico e sociale. La solita pretesa, di una notoria appartenenza politica, di mettere il cappello su ogni pretestuosa azione a cui si da la cornice di “culturale”.

Ciò perché una struttura che si voglia utile alla totalità degli abitanti e per tutti accogliente ed usufruibile per scopi culturali, deve necessariamente essere neutra rispetto a segni, simboli od ideologie. Non solo; a voler pensar male si potrebbe anche congetturare che l’okkupazione ha il semplice scopo d’impedire l’insediamento di un imprenditore sgradito al fine poi di condurre, col tempo, l’immobile al medesimo uso che ne avrebbe fatto il primo ma sotto la gestione di altri più consoni alle convinzioni ideologiche di chi ha gestito l’atto illecito e forzoso. Perché quando il locale pubblico ha l’estetica conforme alle loro ideologie non è più speculazione, non è più turismo, non è più profitto o lucro… è cultura; mentre si crea l’emarginazione per chi non si conforma.

il Comune è prudente

Ecco quindi che la prima impressione, magari piena di lodi per l’azione spontanea del cittadino, si riempie di sfumature e mezzi toni che celano ben altre possibilità. Rendiamoci conto che la città di Venezia ed i veneziani stessi, hanno una naturale e comprensibile propensione al commercio e ciò è un fatto buono.

Rendiamoci pure conto che, per impedire una determinata iniziativa, è necessario avere già pronta un’alternativa e che i patrimoni immobiliari hanno un reddito e devono essere mantenuti. Qualsiasi intervento di restauro o di modifica del palazzo si deve confrontare con costi adeguati alla città.

Si rischia di realizzare un centro di costo, una realtà che andrà sussidiata. In tal caso, non avendo alcuna obiezione seppur nella considerazione dell’equilibrio di bilancio, pretenderei con fermezza che la gestione di uno spazio pubblico aperto a tutti, debba avere scopi universali e che non debba essere gestito da alcun privato ma dall’amministrazione stessa; sempre a patto di risarcire il malcapitato acquirente che ha osato immaginare un locale pubblico ( anch’esso dotato di caratteristiche sociali ) come quello che fu la Vida.

Caffé e ristoranti sono stati e sono tutt’ora, eminenti luoghi di aggregazione di pensatori, intellettuali, artisti ed ogni altro genere di persona, in completa autonomia e libertà.