Poeta fuorilegge! E sia!!

Estate 2012: no, Venezia pare proprio non essere una località adatta agli artisti, non più; magari un tempo; ma oggi non più. Antonio Melis, poeta, regala i suoi componimenti alla gente; in cambio s’aspetta un’offerta per tirare avanti. Questo non piace. No!

Perchè è una libera e spregiudicata affermazione del libero pensiero, in cambio di una mancetta per un caffè, una pizza, un paio di scarpe usate.

La profonda potenza destabilizzante e sovversiva dell’agire nella legalità con scopi elevati senza alcun patrocinio, senza alcuna ratificazione ufficiale, senza alcuna consacrazione al pubblico si mostra in tutta la sua luce in questo fatto che sembra banale. Antonio Melis non è in linea con ciò che si possa tollerare anche perché è assolutamente lecito.

antonio melis poeta
dedica a mario stefani poeta

Come uccidere gli artisti

Nel corso della terza parte della mia vita, quella vissuta tra le rovine della Civiltà Anfibia, ho conosciuto gli aspetti più truci e amari della società umana. Quelli che, nelle periferie della gioventù e delle amabili provincie venete, magari non giungono con tutta la loro crudezza.

Vi fu a Venezia il poeta Mario Stefani, che scelse d’affrettare quel fausto processo di restituzione del maltolto agli elementi, che consente la prosecuzione del fenomeno vitale. Lo fece per crisi? O per lucida ragione?

Capita spesso che, agli individui che fan della loro vita un’opera d’arte, rivolti così spietatamente alla verità delle cose, s’attagli un precoce trapasso; indotto od autoprocurato che sia. Poi la comunità elabora.

dedica a mario stefani poeta
targa commemorativa posta a dieci anni dal trapasso, così gli artisti si possono uccidere ancora ed ancora!

Questa targa è stata affissa solo nel 2011 ( dieci anni dopo ) per interessamento del prof. Pietro Bortoluzzi della Municipalità di Venezia dopo ben dieci anni di richieste ed un procedimento burocratico degno solamente della cara Russia di Stalin, passando per le amministrazioni Costa, Cacciari, Orsoni.

Alla celebrazione dell’Anniversario del trapasso del poeta dr. Mario Stefani non era presente nessun rappresentante ufficiale della Giunta di Venezia ( Giunta Orsoni, già ben nota per motivi giudiziari ) e questo per me è stato un bene: forse si son vergognati?
Non credo proprio…

Quei tristi fatti amministrativi ci ricordano sempre che l’artista va ucciso, ucciso sempre e possibilimente in modi diversi e subdoli. Le amministrazioni pubbliche di un paese che è miniera dell’arte, chissà perché, devono avere questo misero primato con gli artisti. Potrebbe essere l’incredulità cinica di chi ha la stolta convinzione che gli artisti sian già tutti morti, o sian ben altrove e mai proprio davanti al loro naso.

Amare è scontato ed è anche un’azione involontaria nell’animo del poeta e dell’artista. Amare inutilmente accade quando non si è compresi.
Stefani richiama le parole di Pasolini che disse che si è soli quando non si è compresi. Stefani parla d’un amore che non è quello del 14 febbraio, non è un amore carnale. Stefani in questo aforisma non è intimista ma universale, si rivolge agli altri, all’universalità.

È per questo che gli artisti e i poeti son immortali…

L’inutilità dell’amore non ha nulla a che fare con un rapporto “DARE AVERE”, non si tratta di un bilancio ma del fatto che la propria involontaria natura d’artista e poeta si scontra con la dura realtà universale che può essere lontana e avulsa tanto da non capire da non cogliere…

Non è detto che ciò abbia un significato negativo.
La semplice constatazione della realtà quale essa è, conforta il pensatore che, in tal modo, raggiunge uno stato d’illuminazione e conoscenza superiore. Egli sa cosa sia la Solitudine a differenza di molti che non sanno e vivono nel terrore dell’ignoto.

È per questo che gli artisti e i poeti son illuminati…

Quindi questo aforisma di Mario Stefani è un inno alla gioia, alla gioia di riconoscersi soli, di riconoscere la propria fortuna d’esser nato con quella naturale predisposizione che ti rende immortale e illuminato; consapevole, con gli occhi spalancati sulle pendici verticali dell’autocoscienza.

mario stefani poeta
Mario Stefani, poeta

Gli artisti han sempre avuto questa grande marcia in più, questa indivisibile ricchezza, questa profonda, inspiegabile risorsa.

Col tempo gli umani hanno imparato ad ignorarla e magari a sminuirla o a sbeffeggiarla, un modo come un altro per combattere i morsi dell’invidia.

Mario Stefani avrebbe gradito sentirsi definire “Poeta Veneziano” poiché considerava Venezia un continente o forse un universo al quale era attaccato il resto del mondo.

goya, il gran caprone

Arte ed Economia = mostruosità

Il successo artistico di Oliviero Toscani nasce da messaggi pubblicitari di potenza provocatoria non comune. Egli ha interpretato l’idea astratta della lotta di classe interetnica che un’élite progressista ha escogitato per lo scopo di vendere prodotti.

goya, il gran caprone

Egli ha concesso all’industria tessile l’opportunità d’associare a prodotti con bassissimi margini, realizzati con metodi “border line”, una scala di valori pseudomorali circa i principi d’eguaglianza, volgarizzandoli.

Milioni di persone hanno voluto credere a questo “miracolo” economico-morale che in verità è solo un pezzo di cartone senza alcun contenuto.

Toscani ha interpretato inconsapevolmente la crisi di valori della politica ( qui di certa sinistra ), nell’impossibilità di proporre un’alternativa al capitalismo più feroce.

Ciò che controbilancia questo misfatto è stato un sensibile miglioramento relativo delle condizioni economiche materiali di paesi sottosviluppati che, grazie alla globalizzazione, hanno potuto finanziare il microcredito; consentendo l’emancipazione e l’affrancamento dalla miseria più assoluta.

Le ondate migratorie oggi sono l’esito estremo di questo fallimento e della mistificazione e volgarizzazione di valori fondamentali troppo precoci rispetto al progresso tecnico industriale universale.
In tal senso le economie dei paesi avanzati dovrebbero reimpostare i loro investimenti per favorire la crescita e lo sviluppo dei paesi rimasti indietro.

Invece pare che l’occidente voglia peggiorare ancor più le cose, proponendo nuovamente dei fenomeni artistici con intenti pseudomoralistici o pseudomilitanti, stavolta senza nemmeno l’indirizzo economico della distribuzione “altrove” di una sorta di benessere, con il supporto dell’attività industriale e / o commerciale.

Anche questi buoni propositi di ricaduta positiva di una possibilità di sviluppo sono stati oltrepassati dal linguaggio dell’arte. Ormai ci teniamo il fenomeno mediatico di una specie di arte che, in qualche modo, “milita” un concetto umanitario o un intento “sociale” senza che vi sia alcuna realtà, nella sostanza, ad incarnarlo.

Siamo divenuti completamente virtuali. Partecipiamo ad una realtà che ha dignità d’essere, solamente se confezionata in un opportuno abito mediatico, solo se riportata da opportuni organi di divulgazione o di ufficializzazione. Non serve alcun prodotto, alcun investimento in economia reale.

Il nostro mondo quotidiano è rivolto ad un Dio feroce e possente; il Dio dell’arroganza, del cinismo e dell’inganno più assoluto. Il Dio più invadente che possa esistere; quel Dio che non obbliga ma persuade la coscienza, che seduce il nostro mai sazio bisogno di gratifica immediata, che ci renda l’illusione di aver compiuto l’atto positivo ed umanitario, idealistico e salvifico, pur non avendolo mai neppure immaginato perché esso ci è offerto, già cotto, pronto per essere divorato.

Capirete che in un tale contesto l’artista è morto, Dio è risorto in un trionfo orgiastico di pulsioni popolari, afflizioni di massa, assurde idolatrie, ansie di successo e fama immeritata, a poco prezzo e a nessuno sforzo.

Desiderando le masse, con fisiologica impellenza, emulare ciò che misteriosamente diviene popolare, nell’incomprensibile attenzione dei media. Assunti quali inappellabili e sacri giudici d’ogni umana vicenda.

Palloncini, bottiglie, manifestanti, scioperanti e Greta Thunberg

Nella “teoria della casualità del genio” la contemporaneità non ha alcuna competenza, anzi, ne è fiera oppositrice. Era una teoria letteraria, espressa per la prima volta in occidente dalle parole altissime di Dante Alighieri e poi ripresa dalle parole altissime di Giacomo Leopardi.

In tempi pre-marxisti erano sorte voci che, con compassione, avevano colto che i meriti non sono nel sangue ma nelle opere ( = teoria della casualità del genio ). Oggi questo assunto è molto discutibile. In un’era post marxista e post capitalista, nella confusione globale dell’industrialismo che, dopo la prestazione schiavista e colonialista si è avviato ad una lenta, lentissima, scelta di sviluppo, facendo ben conto sulle disparità economiche e finanziarie dei vari paesi del terzo e quarto mondo, si sono creati dei vuoti enormi. Intere classi sociali si sono svuotate e devono essere rimpiazzate o rimpolpate nuovamente.

Per farlo servono scale di valori, tradizioni, usi e costumanze, linguaggi, gerghi, comportamenti, abbigliamento, alimenti, luoghi, ricordi, riferimenti estetici formali, simbologie astratte e terminologie. Serve insomma una confezione nella quale, gruppi omogenei di persone possano ritrovare il proprio nido, la propria sicurezza.

Un tempo remoto queste confezioni erano delle possenti gabbie dalle quali la fuga era quasi impossibile e che avevano la funzione d’affrontare con successo la scarsità dei mezzi di produzione e delle materie prime, la necessità di forza lavoro manuale, le forme energetiche poco efficienti, l’assenza di cure mediche e via dicendo; declinando un mondo atroce in cui nessuno aveva in mente i sani “diritti dell’uomo o del lavoratore”.

Un tempo meno remoto, conquistati gli agi del progresso ma per la limitatezza dei mezzi di comunicazione, queste confezioni erano realizzate in forme artigianali ed il confezionato aveva una concreta sensazione di sentirsi parte della confezione in un contesto “quasi-su-misura”.

Il confezionato si sentiva come un ingranaggio di un ampio meccanismo audacemente rivolto alla conquista di dignità diritti parità giustizia fino alla più totalizzante eguaglianza assoluta, comprendendo in ciò anche quella delle opere e quindi negando ancora una volta la “teoria della casualità del genio”. Oppure il confezionato era parte di un altro ingranaggio, pervicacemente tarato alla soppressione di quelle istanze per un semplice contegno di classe, non certo per il ragionevole assunto della “teoria della casualità del genio”. Una teoria poco ben voluta insomma.

Oggi, la vastità e la potenza dei mezzi d’informazione e divulgazione distribuiscono confezioni a ciclo continuo ed a ognuno di noi è richiesto più o meno brutalmente di adeguarsi ad una di queste.

Greta Thunberg

In realtà, in un mondo che ci conferma ogni giorno che i problemi sono gli stessi per tutti, col rischio che l’umanità colga la sfumatura che “siamo tutti sulla stessa barca”, per perseverare nel dominio del sonno della ragione, è assolutamente indispensabile mantenere delle differenze, costruire quindi delle confezioni alle quali, gruppi omogenei di persone, siano convinti di far parte.

In tal senso oggi più che mai ci sono vicini ad assisterci con scrupolosa professionalità i cosidetti esperti di marketing-comunicazione o più elegantemente detti “spin doctor”. Servono per sostituire il nostro pensiero, per dare forma alle nostre egotiche asserzioni intime ed inespresse, servono a tutti, hanno una funzionalità universale. Consentono al “media” di non essere più tale ma di essere noi, sostituendoci completamente nella nostra presunta abilità di valutare e scegliere.

Il “media” infatti avrebbe etimologicamente una funzione di mezzo. Esso invece è diventato un fine. In lui finiamo coll’indentificarci in una ovvia scorciatoia semplificatrice. Il “media”, abilmente maneggiato dall’esperto, è la nuova confezione della società e sopravvive solamente grazie alla sua abilità nel creare delle differenze. Oggi i “media” creano intere classi sociali.

La difficoltà nell’avere una propria identità, perseguita la maggioranza degli esseri umani. Quest’ossessione nel ricercare una confezione di appartenenza forse non è prova d’intelligenza. Dovremmo essere noi stessi al di là di ogni altra impellenza esteriore; ma ciò è molto difficile. Assumere questa dimensione costa molto caro, è complesso, richiede responsabilità. Ci porrebbe in una dimensione singola e, al contempo, correlata ad ogni altra singola dimensione. Rendendoci soli e singolari, paradossalmente vanificherebbe ogni differenza, liberandoci dalla confezione c’imporrebbe la compassione.

Il concetto veramente rivoluzionario è quello umanista che pone l’uomo al centro. Il singolo uomo come artefice del proprio destino. Se così fosse saremmo tutti consapevoli che il nostro destino dipende da noi singolarmente e dal nostro rapporto col prossimo.

Preferiamo invece cercare delle risposte semplici o già ben predisposte nei loro aspetti linguistici estetico formali. Cerchiamo insomma dei contenitori di risposte, delle confezioni. Non vogliamo nemmeno più sforzarci di sposare un’ideologia. Il bisogno è quello di gratificazione immediata, solubile, a scadenza quotidiana.

piazza del popolo 1 maggio 2019
Piazza del Popolo 1 maggio 2019

In tal contesto nascono queste icone massmediatiche. Hanno la funzione di confezione, utile per trattenere un consenso già da tempo inquadrato dagli esperti, già da tempo strutturato nelle sue componenti. Non importa più la concretezza, la misura della realtà, la quantificazione delle forze in gioco.

In questo quadro dove si collocano le rivalse e dove le risposte? A quale distanza si trovano coloro che chiedono dei cambiamenti dall’effettiva possibilità d’introdurli ed in modo equo?

Domenica scorsa sono andato in spiaggia e non riuscivo a distinguere le conchiglie dalla plastica. È segno che le cose non possono cambiare grazie ad un’operazione di maquillage giornalistico o editoriale. Non basta costruire un personaggio simbolo, o meglio, basta di certo al personaggio stesso che potrà far buon uso in termini economici della propria immagine.

Scordiamoci le rivoluzioni dal basso per questioni così poco comprensibili come l’ambiente o il clima, scordiamoci le buone intenzioni o i buoni propositi. Tuttavia possiamo illuderci, assumendo l’aspetto dell’ambientalista o predicando teorie scientifiche come fossero dogmi religiosi, che sia possibile indurre nella collettività una sorta di consapevolezza. Impossibile perché esiste una forza che ad essa si contrappone annichilendola: il bisogno.

Consumeremo fino all’ultima goccia di petrolio, Greta ha la sola funzione di consolare chi dovrà consumarne meno per consentire a pochi di averne di più. Li consolerà con l’illusione ambientalista pauperista e regressiva. Un’illusione venduta ad arte come una bella confezione in cui molti entreranno felici, mettendo compiacendosi della propria consapevolezza e gratificando il proprio ego; sentendosi, insomma, persone migliori.

Consumeremo fino all’ultima goccia di petrolio, non perché siamo “umani cattivi” ma perché ce lo impone il calcolo matematico, la conseguenzialità logica delle nostre scelte, che sono tutte saldamente correlate ed interdipendenti. L’investimento strutturale per un’economia basata sul petrolio non può essere dismesso prima che sia terminata quella risorsa, perché il capitale investito deve distribuirsi sul maggior numero di anni di utilizzo.

Uno tra i più importanti designer della plastica, Philippe Starck, si rammarica del fatto che noi oggi usiamo quel materiale come fosse cosa di poco valore, nessuno o pochi lo hanno compreso. Molti lo vedono solamente come un imprenditore che ha fatto i soldi con la plastica. Eppure è proprio lui che professa il valore della conservazione di questo materiale che giustamente considera come l’oro.

Immaginate di vivere 2000 anni fa, cosa sarebbe una bottiglia di plastica? Un patrimonio inestimabile.

Oggi, circondati di benessere e di soluzioni pratiche che ci consentono una vita piena di tempo libero e d’attività intellettuali, tendiamo a disprezzare queste conquiste per due ragioni: 1) non ne comprendiamo il valore in termini economici e di sviluppo sociale; 2) le comprendiamo solo nelle loro qualità negative.

Queste qualità negative tuttavia non sono proprie dell’oggetto in sé ma dell’uso che di esso se ne fa; e l’educazione all’uso, al riuso ed al corretto smaltimento è cosa che è stata ampiamente e volutamente sottovalutata in quanto condotta non consona ad un’idea di consumo e di profitto distruttivo. Questo perché la catena di montaggio richiede un flusso continuo di nuove componenti e il concetto di “riparazione” è come la bestemmia in Chiesa.

Queste riflessioni però non possono essere oggetto di statistica nella logica predatoria di un esperto di marketing o di uno spin-doctor. Si rischia ancora una volta di rendere questioni universali pure e semplici pose teatrali quando non proprio strumenti di propaganda politica. Concettualizzati per una posizione parziale che, conseguentemente, esclude la maggioranza. Ancor peggio, pose di nessun valore concreto che vengono dismesse non appena l’attenzione si rivolge ad altro.

Greta quindi diviene espressione di un’élite politica e sociale, di una determinata cerchia di persone che in lei si rivedono. In questo senso la sua iniziativa è fallimentare, riduttiva e limitata nel tempo oltreché foriera di consensi parziali. È, insomma, una bella confezione e la sua recente presa di posizione di parte politica conferma la mia ipotesi e la rinforza. La trasformerà in un mezzo d’addolcimento mediatico di provvedimenti utili, come già detto sopra, ad un ristretto gruppo di persone che intendono mantenere lo status quo il più a lungo possibile.

L’attenzione invece deve essere posta, con autorevolezza ed imparzialità, in ordine alle possibilità della tecnologia e della ricerca. Non potrà esserci ancora un benessere diffuso senza un massiccio ricorso alla tecnologia, serve quindi uno slancio in avanti in questo senso che sia in grado di forzare le vetuste leggi dell’economia e della finanza.

Per ottenere ciò serve una forma di competizione ideologica. Il mondo globalizzato rischia di non avere competitori se non nelle forme dell’economia dei prezzi; mancando il competitore ideologico. Così viene meno la motivazione. Il disegno quindi è molto più ampio delle nostre ridicole confezioni pseudosociali. Cosa fare? Servono leader con delle visioni di altissimo valore umanistico basate sui concetti primari di compassione e spiritualità che consentano di sublimare la pulsione competitiva.

Ciò significa andare oltre le gabbie e le confezioni che abbiamo ereditato dai nostri passati e che abbiamo ripensato in un presente in cui l’etica non va di pari passo con la tecnologia.

manifestazioni

Coraggio, libertà, ideali

In Italia è fortissima la faziosità politica. Tuttavia qualsiasi movimento o partito politico o gruppo associato per degli ideali positivi dovrebbe essere fieramente schierato contro, la corruzione, la rapina, la truffa, la mafia, la camorra, la n’drangheta… In una parola: la malavita.

Questi dovrebbero essere valori assolutamente condivisi da quei gruppi che intendono realizzare un programma politico. I rischi del mondo contemporaneo infatti, sono tutti innescati nelle organizzazioni criminali. Esse possono pervadere le istituzioni e i centri di potere, determinando danni incalcolabili ai beni della collettività, alla salute, all’amministrazione della giustizia, alla sicurezza, fino a distruggere le basi fondanti il sistema democratico causando quindi la morte del diritto.

manifestazioni

Mi riferisco ai gruppi appartenenti a vari schieramenti di ciò che ancora oggi definiamo destra e sinistra, che intendono interpretarne gli aspetti più estremi. Entrambi questi macrogruppi si organizzano nei cosidetti “centri sociali”, in locali al coperto ottenuti per vie lecite o illecite. Tuttavia le modalità sono spesso illecite e prendono la forma della “occupazione”. Occupazione: termine gergale ereditato dai tempi della contestazione, ancora caro ai nostalgici di quel momento breve ma significativo, che intende giustificare la necessità dell’atto illecito per il fine più alto della realizzazione dell’ideologia fondante.

manifestanti

Il ruolo che hanno questi “centri sociali” è quello di riunire in un contesto d’omogeneità ideologica gli abitanti d’una zona del territorio e, quindi, di diffondere appunto quelle ideologie fondanti affinché si radichino in esso. In particolare le modalità assumono la forma della creazione di momenti d’aggregazione condivisione e strutturazione d’idee valori intenzioni obiettivi; tale modalità d’azione arriva ad essere molto pervasiva fino alla fornitura di servizi d’assistenza alle persone più deboli.

In particolare questi gruppi riscontrano successo nella parte più giovane e fragile della popolazione, che cerca in essi la possibilità di dare forma alla propria identità e scala di valori con la forza dell’appartenenza e della polemica. O addirittura cerca in essi un’opportunità per crescere in qualità di leader ideologico-politico.

manifestanti

Tuttavia quali responsabilità s’assumono questi centri d’aggregazione e di diffusione d’idee ed ideologie? Su quali basi sono creati e sostenuti questi luoghi in cui una parte della popolazione ed in particolare la più giovane, trovano riparo?

Pare che nella polarizzazione delle due parti, oggi ancora basata su un’improbabile lotta di classe, non vi sia spazio per alcun valore comune. Questo è fortemente sospetto, perché ormai quasi due secoli di progresso socio-politico dovrebbero aver smussato certe spigolature.

Ecco che qui si pone il problema della malavita, intesa come l’insieme delle molteplici e fantasiose vie che gli uomini hanno scelto per rendersi la vita un inferno. Come ben dice anche l’etimo della parola “mala-vita”.

Nella complessità contemporanea l’esistenza di luoghi d’aggregazione pubblica con fini politico-sociali in cui si stabilisca che, per il fine ideologico, sia necessario violare le leggi, è devastante. 

I risultati sono facilmente verificabili nei fatti. Queste realtà non agiscono per mettere al margine i comportamenti illeciti e la violazione delle leggi scritte e non scritte della civile convivenza e dei principi fondamentali che regolano i rapporti tra le persone.

Essi pongono alla base del loro operato la faziosità, la violenza ostentata e praticata, tra loro e, ancor peggio, contro le istituzioni e chi è chiamato a mantenere l’ordine.

Alcuni potranno affermare che, essendo le istituzioni le prime a non rispettare leggi o principi, questi gruppi siano moralmente autorizzati ad opporre a tali violazioni altre violazioni.

Niente di più sbagliato e qui non si tratta di teorizzare un principio pacifista o non-violento. Si tratta di logica e coerenza cognitiva. Un concetto che dovrebbe essere alla base delle società civili.

La mia personale esperienza con appartenenti a questi gruppi è sempre stata negativa e fonte di preoccupata riflessione. Costoro non prediligono il dialogo ma l’azione violenta. I loro spazi di ritrovo sono nettamente caratterizzati da simbologie esclusive, loghi di potere antico e moderno, schiaccianti simbologie che referenziano logiche d’appartenenza incondizionata. Le similitudini si possono fare solamente con le affiliazioni ai clan delle organizzazioni criminali.

In questi contesti non crescono le idee ma si costituiscono consensi attorno ad uno o più capi. L’obiettivo non è più ideale ma è quello di conservare l’equilibrio di potere. Divengono comitati d’opportunità.

Un grave esempio pratico di ciò è osservabile oggi nella realtà della periferia di Roma. Come mai questi gruppi non si sono universalmente e trasversalmente coalizzati contro la dilagante oppressione mafiosa?

Come mai anche in altre realtà nazionali ( Campania, Sicilia, Calabria ) non è stata intrapresa questa concreta azione per contrastare sul nascere i fenomeni di criminalità organizzata?

Eppure questi gruppi sono radicati nei territori, ne respirano intimamente i drammi. Avrebbero tutti gli strumenti per scardinare, non le azioni criminali in sé ma la subcultura criminale e quella maglia fitta di paura omertà connivenza opportunità indifferenza che irretisce e sottomette, rendendo consapevolmente o meno complici e trasformando quartieri, sobborghi, frazioni, comuni, in cittadelle della malversazione.

Il servizio che i “centri sociali” potrebbero offrire sarebbe molto prezioso e formativo; oltre che imporre ad essi di scendere dal piedistallo delle ideologie astratte e d’emanciparsi da facili strumentalizzazioni, riuscendo a trovare un terreno comune d’azione per rendere migliore la vita quotidiana.

Ora io non sono a conoscenza di ogni realtà dei “centri sociali” e presumo che qualcuno si sia posta la mia stessa domanda e magari agisca proprio in quella direzione.

Quello che verifico è questa generale mancanza d’unitarietà di principio. Non comprendo questa faziosità che sostanzialmente mi pare volta più a distrarre e a dividere che a concentrare positivamente le forze del nostro paese.

spazzolino da denti

lo spazzolino da denti: plastica in esubero!

Una mattina, mentre ero dedito alla regolare igiene orale mi sono fatto i cosiddetti conti della serva. In europa siamo 500 milioni di abitanti che ( si spera ) tre volte al giorno si lavano i denti. Ogni tre mesi circa 500 milioni di persone gettano via lo spazzolino e ne comprano uno nuovo.

Quindi significa che in un anno, solamente in Europa vengono consumati circa 2 miliardi di spazzolini. Ogni spazzolino, così come è indicato nell’immagine qui sotto, è realizzato in materiale plastico derivato dalla raffinazione del petrolio, il nostro caro vecchio petrolio.

spazzolino da denti
spazzolino da denti nelle sue part

Lo spazzolino ha un peso complessivo che varia tra i dieci e i quindici grammi. Se lo volessimo separare nelle sue due componenti principali, lo spazzolino da denti è composto da un manico e da una testa.

Il manico serve all’utilizzatore per maneggiare con destrezza la testa all’interno del cavo orale al fine di effettuare la pulizia dello stesso nella maniera più accurata possibile. Sostanzialmente il manico non va incontro ad alcun logorio nel corso del tempo.

La testa, invece, è sottoposta a pesanti sollecitazioni ed al contatto d’attrito con lo smalto dei denti che è uno dei composti più resistenti del mondo organico.

Infatti ogni tre mesi la testa dello spazzolino è da buttare; ma il manico rimane bello nuovo e lucido.

Quindi cosa accade?
Che ogni tre mesi gli abitanti dell’Europa gettano nel cestino uno strumento che è ancora perfettamente in grado di svolgere il suo compito: il manico dello spazzolino da denti.

Il manico dello spazzolino pesa tra gli 8 e i 10 grammi.

Alla fine di ogni anno tra le 16 mila e le 20 mila tonnellate di plastica vengono gettate nel cestino quando potrebbero tranqullamente rimanere sui lavandini dei cari amici europei.

Che fare?

Se il Parlamento Europeo facesse una legge che mette al bando gli spazzolini da denti composti da un solo pezzo ed obbligasse le fabbriche a costruire uno standard di aggancio a baionetta delle teste degli spazzolini da denti in modo tale da poter sostituire solamente quelle e da non gettare i manici; ogni anno si ridurrebbero i rifiuti di plastica di circa 16 mila tonnellate.

Montanari docet

tomaso montanari

Cito il testo dell’immagine qui sopra:
“Un sistema di società commerciali, curatori seriali, assessori senza bussola e direttori di musei asserviti alla politica sforna a getto continuo mostre di cassetta, culturalmente irrilevanti e pericolose per le opere.
E’ ora di sviluppare anticopri intellettuali, ricominciare a fare mostre serie, riscoprire il territorio italiano.”
Mi sembra uno sproloquio.

Rispondo:
le società commerciali sono quelle che per decenni hanno sponsorizzato la diffusione della cultura in questo paese. Gli imprenditori sono quelli che hanno comprato le opere degli artisti. Qui pare si vogliano demonizzare.

La locuzione “curatori seriali” è priva di significato, come anche la locuzione “assessori senza bussola” che altrimenti potrebbe essere un indizio della non appartenenza politica; ma subito si vuole demonizzare pure quella con la locuzione “direttori di musei asserviti alla politica”.

Sfornare a getto continuo mostre di cassetta significa avere enorme successo di pubblico e di contenuti; quindi anche qui è incomprensibile l’atto di demonizzazione.

L’irrilevanza culturale è un giudizio parziale assolutamente privo di fondamento e contraddittorio con la seguente locuzione: “pericolose per le opere”. Infatti se si tratta di mostre culturalmente irrilevanti significa che si tratta di opere culturalmente irrilevanti, in tal senso quale pericolo correrebbero?

La locuzione “sviluppare anticorpi” è un chiaro occhiolino al linguaggio pseudo-politico dei centri sociali, la parola “serie” invece pare strizzare l’occhio alla democrazia cristiana o ai ciellini. Riscoprire il territorio italiano invece è un ossequio al populismo.

Bravo Montanari che cerca supporto!! Ti sei perso la Boldrini eh?

isolani senza humor

Eh, niente… A certi veneziani non piace la satira ( la chiamano goliardia… ). O meglio: piace quando sono gli altri oggetto del loro dileggio.
Un gruppo di presunta satira veneziana ( non faccio il nome per evitare di far pubblicità ) mi banna perché faccio vignette sui veneziani che corrono coi motoscafi ( causando disgrazie ). Eh, non si fa!!
Oggi sabato 19 gennaio 2019 un post del gruppo lamenta che facebook cancelli dal gruppo le persone che non vi partecipano.

Intervengo ribadendo quanto accaduto tempo addietro circa la censura dei miei interventi nel gruppo e vengo quindi bannato. Che assurdità!!! Si lamentano di facebook e poi bannano chi contribuisce con la satira ad un gruppo di satira!!!

Ma non solo, cancellano tutti i miei commenti al post… Incredibile! Si sono spaventati?? Credevano che avessi intenzioni malevoli nei loro confronti? Che mettessi in crisi il loro orticello?

La satira a Venezia è ammessa solo contro chi ci viene come turista. I veneziani sono intoccabili e se protesti scatta il ban. Bea gente!! Scoasse, altro che Goldon.

La storia inizia un paio di mesi fa quando, per puro spirito di satira, pubblico una foto di motoscafi che in laguna sfrecciano in planata mettendo a rischio la vita delle persone. Scrivo anche un articolo ( non di satira ) sull’argomento eccolo qui:
http://www.nicolaeremita.it/padroni-della-laguna-di-venezia/

Pubblico la vignetta in alcuni gruppi veneziani tra i quali quelli di satira di goldoni o roba simile. La vignetta viene cancellata. Mi chiedo per quale motivo?

Ecco le risposte: come vedete questi signori che farebbero satira, l’ammettono solamente nei confronti dei turisti e degli stranieri. Non è ammissibile far satira verso gli stessi veneziani che spesso assumono comportamenti molto stupidi e pericolosi causando anche la morte del prossimo.

dipinto Fumiani

Il più grande martirio del mondo, la chiesa di San Pantalon a Venezia

Potete seguire il testo con l’immagine qui riportata, le varie rappresentazioni sono cerchiate di diversi colori per una facile individuazione.

san pantalon fumiani venezia
dipinto del Fumiani presso chiesa di San Pantalon, Venezia

verde = speranza virtù teologali; celestino = fede virtù teologali; blu = carità virtù teologali; giallo = diavoli cacciati dagli angeli; rosso = corda uncino bastone martirio di San Pantaleon che, assistito da Ermolao, superò le prove; viola = soccorso a malati e feriti

una Chiesa sacrificata, all’ombra della Scola di San Rocco e della Basilica dei Frari; nella realtà contemporanea essa sarebbe completamente oscurata dall’arroganza di chi gode, meritatamente o meno, di maggiore visibilità, di maggior “passaggio” nell’accezione turistico-pedonale dei nostri tempi usa e getta.

Fondata nel 1009, quando poche erano le strutture in pietra; forse solamente i luoghi di culto, quelli di potere e le dimore dei nobili, il resto baracche di legno e canne. Era allora Doge Ottone Orseolo, un ardimentoso sedicenne che ristabilì il dominio di Venezia sulla Dalmazia. Venne consacrata Parrocchia nel 1222 e fu schiacciata dal tallone francese che, tra il 1806 ed il 1810, impose la riduzione del numero delle cure pastorali veneziane da 70 a 30. Era il progresso, si diceva.

Rimaneggiata più volte, fu oggetto di un rifacimento quasi completo che ebbe gestazione dal 1668 al 1745, 77 anni di lavori; progettata da architetti di gran nome come il Longhena e quindi il Comin, dopo la morte del primo. All’interno si trovano la pala di San Pantalon dipinta dal Veronese, la sua ultima opera; l’esemplare di organo n. 400 di Callido, pale di D’Alemagna, di Vivarini, di Palma il Giovane, di Lazzarini. Si narra anche dell’altare che, nel cinquecento fu realizzato dal Palladio; il primo lavoro dell’architetto in Venezia. Con la ristrutturazione quell’altare fu smontato e venduto, se ne persero le tracce. Venne sostituito da altro manufatto opera di Pozzo.

Quello della Chiesa di San Pantalon era un mondo tanto diverso dal nostro. Potremmo definirlo un mondo “alieno” più che antico.

Non vi era alcun concetto di velocità ed anche l’economia aveva un aspetto del tutto estraneo all’odierno. La religione era pregnante per tutti gli aspetti della vita. La fede era sentita in modo concreto, reale; serviva a tenere unito il popolo a dare una speranza.

Vigeva il “passo d’uomo” ed in acqua il “remo”; molte strutture nascevano e crescevano in senso transgenerazionale; non c’era una serrata pianificazione temporale ma erano ben chiari gli obiettivi: fare le cose in grande. Rendere la Chiesa illustre e preziosa, rendere Venezia ( la Patria ) illustre e preziosa e potente. Tutto ciò era retto dal sentimento di carità. Quasi del tutto sincero, mitigato solamente dai commerci, dai conflitti, a loro volta mitigati dal reale timore per la vita ultraterrena.

Un mondo che noi oggi difficilmente potremmo comprendere; lo leggiamo nei libri ma non ci giunge il senso concreto di quella vita. Come con l’antica grecia; molti credono che essa fosse quell’ideale rappresentazione di uomini vestiti di bianche tuniche intenti a filosofeggiare. Ebbene, chi avesse letto saprebbe che il popolo greco viveva in gran parte in grotte, era denutrito, vestiva poco e poco si lavava.

Vivere nel senso del divino, nella certezza della ricompensa post-mortem, nella convinzione che il prelato, il nobile, il doge, il condottiero, fossero tali per volontà superiore e metafisica, rende una prospettiva del tutto differente. In questo contesto fiorisce la contemplazione. Qualcosa che noi oggi non conosciamo o, almeno, non in quello spirito.

La contemplazione è il frutto sano della costrizione, dell’immobilismo tecnico e politico. È la figlia del fotogramma pittorico e della Computer Numerical Control scultorea. A volte avere un limite apre un infinito. Allora fu così; era il mondo dei limiti; gravi ceppi imbastiti ai corpi ed alle menti che vedevano fango, sudore, fatica, fame, sofferenza, morte, epidemia, miseria, sporcizia, freddo; corpi e menti che, poi, si rivolgevano a Dio, per direttissima, senza alcun media; al più con l’intercessione della Madonna o dello Spirito Santo. Dio era lì tra loro, ogni giorno varcata la porta della Chiesa e c’erano più Chiese che pantegane.

Dio era nei colori, così vividi, nelle forme, così perfette e sane, nelle prospettive, nella vertigine delle navate. Urgeva assoldare i migliori perché Dio fosse orgoglioso e non si recasse altrove.

Così fu, grazie agli artisti.

A San Pantalon serviva qualcosa di notevole. Era in gioco il ruolo della Chiesa nell’amministrazione delle cure ai malati. La concorrenza delle Scole vicine era fortissima; ma San Pantalon aveva assi nella manica.

Lui, un turco cristiano ostinato, che studiò e praticò la medicina pagana di Esculapio al punto da esser tra i preferiti dell’imperator Galerio Massimiano; ma in seguito abbandonò quella scienza per curare invocando il nome di Cristo e, quindi, resuscitando cadaveri. Lui, che si meritò per questo il processo, cui oppose ferma la sua fede avendone in premio torture, vanificate dalla voce del Cristo che scioglieva la spada e le tenaglie; e spezzava le corde e le verghe. Lui, che infine fu martirizzato col lo spiccare, dal busto, del suo cranio. Con tali meriti, tutti guadagnati sul campo, era necessario qualcosa che fosse parimenti imponente e autorevole ma anche legato al nuovo alle tecniche agli artifizi. Era ormai il finire del seicento ed i saperi iniziavano ad allargarsi; e poi c’era in corso una riforma del teatro, s’avanzava la tragedia dell’Antonio Schinella Conti e del Scipione Maffei, poco d’appresso nasce il Goldoni. Insomma si esce dai noti sentieri della Commedia dell’Arte per sfociare nel confronto aperto con i francesi come Molière.

Tra i parrocchiani vi era l’artista Giovan Antonio Fumiani, già noto per opere destinate a scenografie di teatri. Nientemento i committenti erano Francesco Palma, maestro di musica addetto alla cantoria della Basilica di San Marco e Giovanni Battista Zampelli, parroco eruditissimo.

Persone di certo aggiornate sulle novità della drammaturgia. Costoro non conoscevano ancora il provincialismo; anzi, erano pronti a contendersi gli artisti locali con le altre congregazioni religiose. Fu grazie a questa “limitatezza”, a questa “restrizione di vedute”, che a Venezia fiorirono gli artisti e vissero degnamente delle loro opere. Gli archistar dementi, gli artisti da baraccone, i sindaci filosofi, erano ancora di là da venire.

Insomma, dopo breve consulta e grazie alle insistenze del Palma, l’incarico fu corrisposto al “omo de cesa” Mastro Fumiani che si accontentò di mite mercede; fors’anche in ragione della proporzione dell’opera. Si, perché si trattava di realizzare un dipinto di 443 metri quadrati da sistemare sul soffitto della nuova Chiesa di San Pantalon, in corso di ristrutturazione. Pareva proprio un’impresa superba; nessuno aveva mai, prima, realizzato un tale dipinto su tela; e nessuno ancora l’ha realizzato da allora.

san pantalon venezia
chiesa di San Pantalon

Egli quindi s’accollò tale commessa all’età d’anni 44 che allora erano già molti.

Lo fece con l’ansia di non farcela o con la fede nella Provvidenza?

Forse viveva entrambe l’emozioni. Per un capolavoro del genere ci vollero 22 anni d’impegno. Si diffuse la leggenda che Mastro Fumiani, finito il lavoro, per lo sfinimento cadde e morì. In realtà la morte lo colse qualche anno dopo per una semplice influenza circondato dalle muliebri cure.

L’artista pose in campo tutte le sue esperienze ormai mature e, anche sotto la guida dei due colti committenti, concluse l’opera. Leggiamola.

Appena entrati nella Chiesa si viene sopraffatti dalla vastità di questo dipinto che, ad un occhio poco attento può sembrare un affresco; ma la morbidezza del tratto e il chiaroscuro, allo smaliziato svelano il tocco del pennello. La Chiesa non è di grandi dimensioni e quindi l’effetto coloristico e drammatico è ancor più intenso; come anche quello della prospettiva che, con rapidità accentuata dalle architetture, si apre verso un luogo di luce ultraterrena gialla e priva di cielo azzurro: luogo divino non naturalistico, vedremo in seguito.

Riuscire ad inquadrare l’insieme della composizione è quasi impossibile, tanti sono i dettagli, i piani ed i punti di vista e le figure coinvolte. Infatti ciò non sarebbe nemmeno richiesto, essendo l’intero insieme suddiviso in scene. Non si tratta quindi di una sola ed unica rappresentazione di un fatto ma della coesistenza, nello stesso spazio visivo, di scene distinte; ma avulse da una conseguenzialità temporale. È sempre la raffigurazione che trasporta lo spettatore lungo il dipinto.

La prospettiva è la parte emozionale della composizione. Essa è costituita da due rettangoli. Il primo circonda la base del dipinto come un architrave con dei gradini nei lati minori; il secondo è alla sommità della parte architettonica, al confine con il Regno dei Cieli. Possenti colonne li separano portando al massimo l’effetto climax. L’insieme da le vertigini.

All’ingresso siamo accolti dall’Arcangelo Gabriele con i caratteristici gigli; sopra siedono le virtù teologali la Fede col calice e la Speranza con l’ancora; la Carità è nella parte interna del primo rettangolo perché è al di fuori delle allegorie, essendo parte viva dell’esperienza terrena di Pantaleone.

Vi sono due ordini di lettura, il primo è quello dal basso verso l’alto secondo la prospettiva; il secondo è quello che segue le immagini ordinate in distinti gruppi o scene che si rimandano reciprocamente.

Il primo ordine di lettura, quello prospettico, colloca le questioni umane e pagane tra i due rettangoli e le questioni divine oltre il secondo rettangolo fino al centro del soffitto; mentre figure allegoriche sono poste in basso, al di fuori del primo rettangolo e servono per arricchire di significati morali quanto avviene al di sopra. Esse sono figure che non partecipano allo svolgimento dei fatti; sono la fede, la speranza, l’orgoglio, la furia, la giustizia, la pace, l’Arcangelo Gabriele.

Partiamo quindi dalle scene contenute tra i due rettangoli: le questioni umane e pagane.

Ecco la scena sulla destra che è stata riquadrata in celeste. Si scorgono tre figure, l’imperatore Galerio Massimiano che, vestito di porpora, siede sul trono; questo seggio ed il suo stesso volto sono oscuri e avvolti nella tetra penombra perché egli ed il suo impero sono lontani dalla grazia di Dio e dalla luce della fede. Egli, con la mano destra porge una pergamena, che contiene la condanna a morte di Pantaleone. Le altre figure presenti sono Ermolao, il vecchio vestito di scuro che ha condotto Pantaleone alla cura dei malati con la fede cristiana, ed un altro anziano vestito di stracci e cieco, che testimonia degli atti di guarigione che il santo ha condotto sotto i buoni auspici della fede. Al di sotto di questa scena ed al di fuori del primo rettangolo si trovano due simboli allegorici: la pace e la giustizia, dipinti in piena luce bianca perché trionfano a compensazione dell’orribile sentenza del miscredente Imperatore.

Il rotolo che tiene in mano Galerio è proteso verso l’alto ed indica la scena seguente, possiamo quindi tracciare una linea immaginaria che ci guida e ci porta al cospetto di un cavaliere con armatura e drappo d’ermellino che trattiene in mano il medesimo rotolo, quasi lo avesse appena ricevuto per posta pneumatica. Costui è il potere esecutivo che deve far eseguire la condanna. Anche questa figura è rappresentata in tinte fosche, il busto ed il capo sono invisibili perché prospetticamente coperti dal nerboruto braccio e dalla grezza mano che trattiene il rotolo; come vedete essa è in penombra mentre in piena luce l’ermellino che drappeggia il cavallo.

Di fronte al cavaliere si trovano delle figure: la prima è un araldo o banditore che annuncia la pena con una buccina mentre nella mano sinistra tiene una lancia che preannuncia un fatto di sangue, la lancia punta direttamente verso l’Imperatore ad indicare che il fatto ha tale provenienza, la buccina invece punta verso la scena dei supplizi cui sarà presto sottoposto Pantaleone.

Le altre figure, riquadrate di viola, sono poveri mendicanti afflitti ammalati che testimoniano delle opere di bene del futuro santo.

In particolare vediamo anche delle figure con delle lance ed un vessillo perfettamente verticali; probabilmente a simboleggiare il combattimento spirituale che ha portato Pantaleone alla conquista della verità della fede che cura ogni male. Il vessillo, per la colorazione gialla ed alcuni segni che riporta, potrebbe essere simbolo del potere temporale della Chiesa che qui giace senza alito di vento che lo sostenga essendo in corso un delitto contro la cristianità. La posizione verticale di questi oggetti porta lo sguardo al Regno dei Cieli.

Più a destra ancora si trova un altro cavaliere con armatura ma privo di armi, che porge la mano ad un sofferente in segno di aiuto, anche questo sofferente tiene una lunga lancia puntata verso l’ultraterreno. Ciò simboleggia che solamente la carità apre le porte del paradiso. Essa è l’unica vera “arma” ( vedi lancia ) pacifica per conquistare la gioia eterna. Ed ecco infatti la carità rappresentata appena sotto e riquadrata in blu; è simboleggiata da una donna con un bimbo in braccio, le sue vesti sono bianche e gialle ancora a simboleggiare la Chiesa e la santità.

Dietro al cavaliere con il rotolo si vede un uomo portato in catene; si tratta di Ermippo o di Ermocrate, i seguaci di Pantaleone.

Quindi la scena si sposta al centro e verso l’alto dove si scorge una scalinata sulla cui cima siede Pantaleone quasi fosse un Re anch’egli; qui un riferimento al Cristo, Re dei Giudei. È circondato da alcune figure che sono: alla sua destra un vecchio. È Ermolao che lo incoraggia e consola mentre Pantaleone gli porge la mano in segno di benevolenza. Gli altri sono i suoi aguzzini che gli mostrano gli strumenti della tortura o lo dileggiano invitandolo a scendere verso il patibolo. Vedete cerchiate di giallo il bastone, le tenaglie, la spada. A condurci otticamente verso Pantaleone sono le virtù teologali che insieme al santo formano un triangolo, simbolo della trinità. Pare una scalinata degna della divina Wanda Osiris.

Pantaleone in questa scena ha il volto terreo per la ferale notizia e con la mano sinistra richiama il conforto della fede. Gli occhi sono sbarrati e rivolti verso l’alto; la posa è ieratica.

Ritorniamo alla buccina dell’araldo. Seguendo la linea immaginaria che essa traccia ci troviamo nella parte centrale sinistra del dipinto dove si svolge la scena del supplizio riquadrata di rosso.

Due aguzzini circondano Pantaleone quello alla sua destra gli mostra una corda mentre quello alla sua sinistra lo calpesta per tenerlo fermo mentre cerca di colpirlo con un bastone, nell’altra mano tiene una tenaglia.

Questa scena è molto dinamica, quasi un inseguimento. Nelle precedenti infatti tutto era immobile. Era immobile l’Imperatore ed immobile Ermolao ed il cieco sofferente; era immobile il cavaliere col rotolo, immobile l’araldo e i sofferenti li accanto, immobile Pantaleone nel momento in cui realizza che sia immimente un atto contro la cristianità, un atto di sangue.

Ora invece si svolge l’azione concreta, cercano di massacrarlo di botte ma qualcosa va storto: un suo compagno lo afferra per il braccio destro cercando di allontanarlo dall’aggressore; mentre una figura appare da dietro. Si tratta di Cristo che ha preso le sembianze di Ermolao, ciò si capisce perché è vestito con una mantellina purpurea segno di sacralità. Cristo è lì per confidare a Pantaleone che il suo nome è ora diventato quello di Pantalemione ( colui che ha pietà di molti ) e per rendere vani i supplizi; la spada e la tenaglia si scioglieranno, la corda ed il bastone si spezzeranno. Questa grazia divina è un contrappasso inverso, perché Pantaleone dedicò la sua vita ad alleviare le sofferenze altrui; quindi le sue saranno parimenti alleviate. Pantaleone non vede questo anziano, ne sente solamente la voce, noi lo vediamo per necessità tecniche, essendoci ancora il muto, esattamente come nella cinematografia dei primi del novecento.

Pantaleone in questo frangente esprime proprio tutto il suo terrore, il corpo è scomposto nella contrazione e lo sguardo è decisamente rivolto verso il Regno dei Cieli, esattamente nel punto in cui c’è Cristo a braccia aperte pronto ad accoglierlo, la mano sinistra, nella medesima posa della scena precedente, chiede conforto.

dipinto Fumiani
dipinto del Fumiani nella chiesa di San Pantalon Venezia

Al di sotto di questa scena nella parte al di fuori del primo rettangolo si trovano due simboli allegorici: la furia e l’orgoglio, dipinti in toni foschi perché sono oppressi per aver portato al compiersi di questa empietà.

A corollario di queste scene, sempre nella zona tra i due rettangoli, ecco alcune rappresentazioni simboliche residuali: sul lato opposto a quello delle virtù teologali, riquadrato in verde, possiamo apprezzare la fine dell’idolatria. Un anziano vestito all’orientale cerca di scorgere nella penombra una statua classica ma non vi riesce; allora strattona un giovane per avere la sua attenzione ma questi resiste si volta appena e con la mano sinistra rifiuta l’invito. Nell’angolo opposto si vede la figura di Marte, ridotta a semplice statua con funzione architettonica e di color giallo, in questo caso a simboleggiare corruzione e perdizione ( gialla è anche la veste di Giuda ). Il martirio di San Pantaleone è anche il simbolo della vittoria del cristianesimo sull’idolatria. Gli Dei ormai sono oscure e mute statue. Sotto questo Marte defunto ecco nuovamente apparire la scena del guerriero con armatura, questa volta senza cavallo, che protende la mano verso il sofferente; questa scena è ripetuta anche sull’angolo sinistro rispetto alla scena del supplizio ed il cavaliere ha un corpetto giallo e si vede di spalle. Il giallo qui è simbolo di santità.

Spostiamoci ora nel secondo rettangolo, quello che contiene tutta la parte ultraterrena del dipinto.

Si tratta di un tripudio d’angeli intenti in molteplici attività e, salendo, si arriva fino alla figura di Gesù Cristo seduto proprio su una moltitudine di angeli ribollenti quasi come su una nuvola. Il Cristo apre le braccia per accogliere Pantaleone ed anche per simboleggiare il valore ed il senso del martirio nella forma della croce.

Sotto di lui altri angeli si sfogano in un concertino a suon di tiorba, violone, viola da braccio ed organetto portativo, evidenziati con i cerchi gialli, due di questi strumenti sono i preferiti di Francesco Palma. Ancor più sotto ecco altri angeli; uno in particolare con una corona d’alloro in una mano che porge proprio sopra Pantaleone nel momento in cui riceve notizia della condanna, ed un tralcio di palme nell’altra a simboleggiare il martirio. Più in basso a destra invece un angelo un poco in ombra esce quasi dal secondo rettangolo per addentrarsi nel mondo terreno al solo scopo di segnalare ed approvare il gesto di carità del guerriero senz’armi che abbiamo descritto sopra.

Spostiamoci a sinistra e individuiamo l’Arcangelo Gabriele coi gigli in mano, quindi verso l’alto a destra ecco di nuovo un angelo con la corona d’alloro ed uno con la palma, appena sopra la scena di Pantaleone assediato dagli aguzzini. La gloria è sempre presente è metatemporale. È nell’istante della consapevolezza della fine, è nella continuità dello svolgimento della passione.

Da notare l’estrema industriosità di questi angeli; indaffarati a predisporre tutto per l’arrivo del nuovo santo. La parte alta del dipinto è in pieno movimento turbinoso e luminoso ma senza alcuna colorazione azzurra; tutto è virato verso il giallo che è qui simbolo della santità e della Chiesa.

Altri angeli tuttavia sono anche impegnati in una lotta. Sopra la figura dell’Imperatore infatti c’è l’Arcangelo Michele che, con la sua spada affronta un paio di demoni dipinti nudi con delle ali da pipistrello. Questo per significare che non c’è posto nell’eternità per chi rinnega Cristo e fa del male agli amici di Dio.

Qui il discorso sul colore: nell’opera nel suo insieme le tonalità sono ridotte tra il nero, i grigi, il bianco, il rosso ed il giallo. Questo ha un significato. Si tratta di un’interiorizzazione; non è prevista alcuna apertura naturalistica perché tutto si svolge tra umano e divino. Chi offende la cristianità è condannato all’oscurità all’oblio; chi ama la cristianità è destinato all’eternità. È un confronto tra tenebre e luce; ma la luce è possibile solamente nel Regno dei Cieli, non c’è conforto terreno. I gialli hanno un ruolo duplice; essi sono simbolo della santità e della corruzione a seconda del soggetto che appartiene loro. I bianchi della giustizia e della pace sono segno di trionfo ma anche segno che questi valori sono al di là delle possibilità umane essendo il bianco simbolo del trapasso; giustizia e pace trionfano ma non appartengono al regno dei viventi. I grigi e i neri simboleggiano l’oscurità dell’idolatria e del male. Anche i rossi hanno un duplice significato: sono il simbolo del potere imperiale se indossati da Galerio e dal suo cavaliere; divengono simbolo del Padre Eterno se sono indossati dalla trasfigurazione di Cristo in Ermolao.

Qui un netto contrasto con la pittura dei Tiepolo che trattarono ampiamente le suggestioni naturalistiche, con loro Dio divenne più vicino ai fatti dell’uomo.

Notevole la complessità del lavoro, ardua la lettura dello stesso per questioni di spazio e di affollamento del dipinto. A chi era rivolta tale opera?

Nella valutazione dell’appartenenza di un lavoro al contesto dei capolavori artistici dev’essere cosiderata la capienza dei livelli di lettura. Ebbene in questo lavoro i livelli di lettura sono plurimi; ed è ciò, oltre all’innegabile abilità tecnica e compositiva, che lo consegna all’insieme delle “cose artistiche”. Questa è arte.

Il semplice legge la magnificenza, l’effetto prospettico, la vividezza del colore, lo splendore divino; egli si sofferma alla questione emotiva che è pienamente soddisfatta; anzi è sollecitata tanto da richiedere continue ripetizioni, coincidenti poi con le varie frequentazioni della Chiesa per le funzioni.

Il dotto s’addentra nei significati simbolici delle figure degli oggetti, dei colori; traendo grande appagamento nella ricerca del dettaglio della piccola sfumatura. L’erudito oltrepassa il dotto con l’ausilio della Bibbia, delle agiografie dei santi, che conosce a menadito e che può vedere in diretta ogni volta che accede al gran teatro sacro dalle Lodi Mattutine, al Vespro.

Padroni della Laguna di Venezia?

La notte del 3 agosto 2018 ero ricoverato al pronto soccorso dell’Ospedale di Venezia SS Giovanni e Paolo a causa di una caduta. Verso le 2 del mattino del 4 agosto delle grida tremende mi svegliano. Sono arrivati i parenti dei due pescatori investiti alle 23.35. Grida lancinanti e disperate che sembrano appena riemerse dal mondo dei morti.

Nella poetica, luminosa, colorata laguna veneziana si muore. Si muore di morte orrenda per azioni che, penso, abbiano ben poco della fatalità e molto dell’atto violento, del gesto prepotente e tracotante di chi è convinto di essere “il padrone”.

rossi e gavagnin vittime
vittime e carnefice

Non è la prima volta che nelle placide acque lagunari delle persone perdano la vita o siano irreparabilmente menomate a causa della conduzione dei natanti. Esiste una lunga casistica e molte famiglie sono state rovinate. Eppure la laguna è uno specchio d’acqua molto limitato, eppure le imbarcazioni che vi circolano possono essere calcolate nell’ordine di qualche migliaio.

Penso che questo fatto del 3 agosto 2018 non rappresenti una sciagura ma delinei i tratti oscuri ed inattesi a chi non è pratico di questo territorio. Era agosto 2013 quando Joachim Vogel, un cittadino tedesco in visita a Venezia, fu schiacciato da un traghetto ACTV mentre si godeva il suo giro sulla gondola assieme alla famiglia; non si può morire così!

barchini bacan venezia
barchini alla spiaggia del Bacan

Questa disgrazia non ha alcuna correlazione con quanto accaduto il 3 agosto 2018 ma penso sia il sintomo di un disagio che dilaga per entrare nelle nostre vite ed assumere la sembianza della fatalità, dell’inevitabilità, del caso, della sciagura; mentre resta non detta, nascosta, negata, la verità dei fatti ed i corollari a questi fatti che ne sono ineluttabili precursori.

Essi sono, tuttavia, sotto gli occhi di tutti i veneziani che vogliono tenerli ben aperti e si verificano quotidianamente in ogni periodo dell’anno. L’uso pesudo-criminale dei barchini da parte di giovani e meno giovani diportisti di certa stirpe lagunare. Ecco, direi che questa sia una delle più purulente piaghe della venezianità. Perché provoca disgrazie, provoca morti.

barchino planante
barchino planante

I barchini sono gusci di vetroresina piuttosto leggeri di lunghezza compresa tra 3 e 5 metri che hanno, normalmente, un utilizzo di servizio per i residenti. Sono molto utili per trasportare persone e cose tra le isole, per una passeggiata, per lavoro, per la pesca, per la caccia, per l’osservazione della fauna e della flora locale. I veneziani vanno al bacàn ( spiaggia in bocca di porto del Lido ) con i barchini; è una tradizione stupenda. Sono attrezzati con motori fuoribordo che in genere non superano i 20/30 cavalli; ma capita che non sia sempre così.

Forse il desiderio più grande di tutti gli adolescenti maschi di Venezia, è quello di ricevere in dono un barchino. Magari full optional, con impianto stereo da 1000 watt, poltroncine imbottite con poggiatesta, cuscineria personalizzata, luci led, salpa àncora, comandi remoti con volantino momo e manetta cromata, tendalino, trim elettrico e mille altri dettagli che rendono una banale barchetta una sorta di fuoriserie galleggiante.

Cosa c’è di male in tutto ciò? Nulla accidenti! I desideri dei ragazzi li conosciamo tutti; siamo stati tutti quindicenni. Se un genitore è in grado di esaudire questi desideri penso che sia una fortuna per un figlio; ma non sempre. Anche il desiderio vorrebbe i suoi tempi; dovrebbe essere prolungato e coccolato, reso un obiettivo, una meta da conquistare, da meritare. I desideri esauditi automaticamente all’istante e senza scopo, per il solo fatto di manifestare potere genitoriale e status economico, spesso non producono effetti positivi.

barchino planante
barchino planante

Essi rappresentano al figlio una realtà edulcorata, un senso d’onnipotenza che deriva dal potere del denaro, una forma precoce d’arroganza che trasforma un adolescente in un vecchio puttaniere che si crede “il padrone” per il solo fatto di possedere cose e, di conseguenza, persone, per via dello status. Il passo successivo infatti è la motorizzazione della fuoriserie d’acqua. Non bastano tutti i gadget e gli orpelli, serve sostanza e quella la può fornire solamente un enorme motore fuoribordo. Qualcosa di parossistico, 150 cavalli, 200 cavalli, e via salendo come se non vi fosse limite a quello che si può imbullonare allo specchio di poppa di 40 centimetri di un barchino che può essere sollevato da 2 persone; ma come si fa a disporre di un motore così a 15/16 anni? Semplice, ci si fa regalare un “mero” 40 cavalli e lo si elabora.

E poi?

barchino planante venezia
barchino planante

Poi si deve dare prova di tutto questo potere, di questo lusso, di questa potenza. Unica via è mettere a manetta e planare sull’acqua a velocità folli; 20 30 40 nodi mentre lo scafo prende il volo sulle leggere increspature della laguna e ricade poi giù con “tonfi erettili”; si, perché trattasi di muscolari rappresentazioni della volontà di potere del giovane veneziano, penosamente virili.

Purtroppo la fisica e la fisiologia non giocano loro a favore. Condurre un natante in queste condizioni comporta una netta riduzione della visibilità ed il prolungamento dei tempi di reazione. Le briccole non hanno occhi e non si spostano dalla rotta, sono pali di legno, ferro o plastica riciclata. Il barchino si scontra con il palo e i diportisti volano via a 20 30 40 nodi. Se va bene finiscono in acqua, se va male sbattono contro la briccola, si spezzano le ossa o si rompono la testa. Alcuni muoiono, altri divengono vegetali e riposano al San Camillo.

barchino in volo

Altri, invece, evitano le briccole ma centrano altri natanti e feriscono o uccidono il prossimo. Magari due signori che si dilettano di pesca notturna e, tra una ciacola e l’altra, se ne vanno tranquilli sul loro barchino lungo il Canale di San Nicolò davanti al Lido a lanciare i loro ami e attendono che branzini boseghe o qualche seppa, abbocchino; mentre dall’oscurità giunge improvviso un rombo assordante e poi un lampo di plastica bianca e poi una grossa frenetica lama rotante che taglia, spezza, smembra, squarta in un attimo corpi vivi e palpitanti; e magari questi corpi non divengono subito cadaveri ma restano, per qualche terrificante minuto, consapevoli del dolore, del trauma. Morti per rappresentazioni di potenza.

Ebbene la laguna non è di codesti giovinotti privi di senso e di sentimenti. Non sono nemmeno tutti e solo giovani adolescenti; tra loro vi sono pure uomini adulti e padri di famiglia, cresciuti nella convinzione che sia consuetudine condurre in questo modo il natante, convinti di rappresentare e di essere genuini veneziani. Tutti uomini comunque. La cosa è di genere. Uomini che ritengono che lo specchio d’acqua veneziano sia “cosa loro”, che sia lo spazio privato per i loro giochetti, in cui abbia pieno diritto lo scarico della loro adrenalina o delle loro frustrazioni.

Chissà, magari alcuni di questi “padroni” si stracciano le vesti nei social contro i turisti…

barchino con famiglia

L’amministrazione dovrebbe reprimere queste condotte con la massima severità consentita dalle norme; tuttavia si riscontra oggi questo assurdo paradosso: la circolazione delle imbarcazioni a remi che non siano “tradizionali” è vietata in Canal Grande e canali adiacenti per tutto l’arco della giornata. Quindi sorge un limite, una sanzione, nei confronti delle imbarcazioni a remi che non facciano parte della tradizione storica veneziana; ma i barchini di vetroresina? Possono circolare? Si, perché sono a motore.

Se tutte le imbarcazioni rispettano i limiti e i conducenti sono prudenti è impossibile che possano verificarsi incidenti gravi con feriti o decessi. Potranno verificarsi piccoli impatti di nessun rilievo; normali in un contesto di trasporti che non è dissimile da quello stradale ma infinitiamente meno congestionato e lento. Imporre divieti alle imbarcazioni a remi è come impedire la circolazione delle biciclette in città.

barchino in volo
barchino in volo

Penso che questo provvedimento sia stato prodotto solamente per assecondare le ciance dei social che hanno infiammato una polemica che, a Venezia, vede come colpevoli di ogni malanno sempre e solo i turisti.

Ciance che si sono esacerbate dopo la disgrazia del 3 agosto 2018 ma sempre contro i turisti, le canoe in questo caso, che non hanno avuto alcun ruolo nei fatti e non hanno mai causato problemi alla circolazione acquea. Ebbene, le canoe sono il natante più antico che l’umanità abbia mai utilizzato, possono rientrare a pieno titolo tra le imbarcazioni tradizionali, perché appartengono all’immaginario ancestrale di ogni uomo che desideri esplorare il mondo.

Conclusioni: parte della comunità veneziana ha la coscienza sporca e cerca dei capri espiatori in persone che non abbiano gli strumenti per difendersi, su cui scaricare tutte le proprie responsabilità. Una comunità che pretende d’ignorare le proprie responsabilità e non intende porre rimedio a ciò che di essa è degradato, ha dichiarato il suo completo fallimento. Non vorrei che ciò fosse l’unica via per Venezia ed i suoi cari veneziani.

Questi sono solamente GOLDONI!

barchino con goldoni
goldoni in barchino

barchino e goldoni
goldoni in barchino