gigliolacinquetti

Non ho l’età

Una volta i vecchi non avevano cognizione del mondo dei giovani. Questo era un’anticipazione di quello dei vecchi. Si cresceva in fretta per essere presto braccia per l’industria o per la larga famiglia legata alla terra.

Nell’antichità la gioventù era solo un’età insulsa non esisteva alcuna idea psicanalitica o psicosociale che la inquadrasse.

La gioventù è un’invenzione della modernità, tecnologica, consumistica basata sulla geniale idea del rassicurante “tempo libero”, locus amoenus grazie al quale ognuno s’illude d’esser nato per qualcosa in più del solo scopo “produttivo” o di sopravvivenza o dell’imperscrutabile volontà divina.

Viviamo in un mondo in cui la gioventù esiste e svolge un grande ruolo, anche perché essa ha rotto gli argini della pubertà per dilagare fino alle soglie dell’età di mezzo.

I massmedia personalizzati ci consentono di vedere il mondo dei giovani; molti però dimenticano che hanno superato i 40 anni e non sono più in grado di comprendere empaticamente quel virulento e traumatico mondo.

Viviamo in un eterno presente di notizie o fatti riportati o informati o dicerie trafficate negli smartphone e nelle televisioni. Dalla nostra piccola finestra tendiamo sempre a giudicare il prossimo e ciò è male.

Fatti recenti circa il mondo giovanile sono legati a due artisti trap: Sfera Ebbasta e Junior Cally.

Le cronache s’interessarono a Sfera Ebbasta per lo scandalo della disgrazia in discoteca ma nulla è attribuibile all’artista, bensì ai pazzi criminali che hanno spruzzato il peperoncino e agli organizzatori, se non hanno adottato tutti i dispositivi di sicurezza per prevenire incidenti.

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Sfera Ebbasta

Fu però da quei fatti dell’8 dicembre 2018 che nacque, grazie ai gazzettieri, una trita polemica sui testi e lo stile di questo cantante. Una polemica che non condivido affatto.

In questi giorni invece ci s’infuria contro il cantante Junior Cally, ricalcando sommariamente la trama della medesima precedente.

L’argomento del contendere è sempre basato sui testi delle canzoni dei due artisti. I testi infatti sono provocatori con termini volgari, descrivono atti di violenza e bullismo, usano un linguaggio gergale ( detto slang ). A questi testi s’associano movenze che mimano atteggiamenti di sfida, d’arroganza, di spavalderia. Alle movenze s’associano look e “decorazioni” del corpo con articoli superflui che si trovano in commercio a cifre notevoli.

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Junior Cally

La ricetta riscuote successo tra molti ragazzini che seguono questi artisti, comprano i loro brani ( o li scaricano ), comprano o desiderano il loro look, i loro accessori, ne imitano le movenze e fanno proprio lo slang.

Sicuri che ciò sia esatto, che sia tutto?

Questo genere di musica, estremamente elementare e monotòna, che è solo un pretesto per dare spazio alla voce ed alle parole, nasce nelle strade. È il frutto dell’elaborazione del mondo giovanile, è espressione della volontà e dell’immaginazione di una buona parte del mondo dei giovani. E con buona intendo proprio nel senso di valida e meritevole.

Si tratta di un fenomeno artistico non indifferente che ha radici lontane, fino ai tempi dello schiavismo. Esso ha come spinta propulsiva un certo malessere, che affascina chi vive il disagio dell’adolescenza, come è ovvio che sia. La musica ed il ritmo del resto sono la prima esperienza artistica di ogni uomo.

La pura e semplice, banale, imitazione, nasce laddove questa forma d’espressione artistica giunge nuova ma viene subito compresa, come fosse già parte di un linguaggio precodificato, che emerge da fattori irrazionali e sensoriali che non sono ricevibili da chi non è più giovane. Magari lo sono da chi ha una sensibilità artistica come chi scrive qui.

Chiaro che persone come Red Ronnye, dalla cultura ristretta nei limiti del “musichiere” o dei “settanta”, nostalgico e polveroso, non hanno più nulla da dire in merito. Servirebbero infatti giovani in grado di parlarci della musica dei giovani.

Circa i contenuti?

Come ho scritto sopra l’artista semplicemente porta alla luce quello che si verifica in buona parte della “tenera” gioventù. Il mondo giovanile oggi, nelle sue ombre più che nelle sue luci, è così. Del resto i giovani vivono al nostro fianco e vivono, sotto una diversa prospettiva, la nostra realtà.

No alla violenza? No alla volgarità?

Di cosa stiamo parlando?
Viviamo immersi in un mondo mediatico che ci bombarda in continuazione di falsità di reclame di retorica moralistica; sempre gente che litiga e si contende potere e attenzioni.

L’arte è lo specchio emotivo ed induttivo della nostra esperienza sensibile quindi non può estraniarsi da essa, pena divenire una ridicola accondiscendente accozzaglia di buoni sentimenti, di melensa retorica, di moralismi e ciarpame sentimentaloide; massa di patacche fasulle e paracule, degne del favore di certa critica scoreggiona. 

Ma i bambini? Qualcuno ha pensato ai bambini?

Da quando esistono i giochi esiste la violenza nei giochi e fin dall’infanzia i bambini hanno esperienza della violenza e della morte. Pensare d’esentare da questa realtà i bambini è un’idiozia.

Modelli negativi!! Si fa passare un messaggio fuorviante!

Qui non si parla affatto di modelli negativi e tanto meno di far passare un messaggio fuorviante.
Purtroppo chi afferma ciò non ha gli strumenti per capire ed è vittima d’una reazione emotiva e superficiale.
L’artista e il suo prodotto sono invitati a San Remo perché hanno già dimostrato d’avere largo seguito tra un particolare pubblico che è quello dei giovani e dei giovanissimi.

Non è l’artista che travia i ragazzini, egli è solamente un interprete dei tempi che corrono e lo è con tutta la sua immaginazione che lo fa distinguere da qualsiasi fenomeno banale.

Oggi più che mai non è assolutamente possibile realizzare uno spettacolo popolare imponendo una morale o un cliché di perbenismo di Stato, come fu ai tempi di Gigliola che cinguettava il suo mantra di ragazza illibata, succube e complice ( invasata o plagiata ) di un sistema che opprimeva la libertà e negava l’emacipazione.

La retorica sulla non-violenza può andar bene per qualche comizietto politico ma quando si tratta dell’arte finalmente non valgono queste regole.

I rischi?

Nulla di tutto ciò è esente da rischi. Le folle hanno esclusiva attitudine conformista e raramente riescono a produrre ragionamenti razionali od equi.

Ogni fenomeno creativo del singolo ( non ne esistono di massa ) che venga condiviso in un gruppo o in una comunità ( folla ) può avere due differenti esiti:
1) corre il rischio di divenire conformismo quando esso viene assunto come chiave per l’accesso al gruppo od alla comunità. Il conformismo infatti è un processo di semplificazione utile alla sopravvivenza dei gruppi;
2) se questo fenomeno si diffonde globalmente ha la possibilità d’essere rielaborato e quindi di avere una continuità artistica.
Questa ultima possibilità dovrebbe essere il nostro dovere assoluto.

Nota

Le banali obiezioni dei detrattori di Junior Cally mi risultano irricevibili.

È una triste cosa puntare il dito sui creativi ( artisti ). Ho ben detto più sopra. Purtroppo so perfettamente che è impossibile capirsi con certi soggetti perché costoro non sono immersi nel mondo delle arti.

Faccio un esempio: anni fa un signore, che nel suo profilo social osannava il pacifismo e la non violenza, dopo una discussione con me, non trovandosi d’accordo, ha inteso telefonarmi per minacciarmi di sgozzamento.

In Corea del Nord la censura trasmette immagini floreali e bucoliche alle televisioni ma là ci sono i campi di concentramento in cui torturano i cristiani. Ceausescu organizzava fastosi raduni di bambini gioiosi con ragazze sorridenti e tanti fiori e cibo ma in realtà era un orco sanguinario.
I neomelodici sono espressione plastica di un mondo realmente pericoloso che infesta il meridione ma cantano d’amore.

Quindi ostentare pacifismo o “buoni propositi” non è garanzia di bellezza e mitezza.

È presto detto che, coloro che puntano il dito contro gli artisti dimostrano di non capire nulla dei processi creativi e del funzionamento dell’immaginazione, qui in particolare tra i ragazzini.

Cinema, animazioni, musica, arte in genere, sono affollatissimi di riferimenti alla violenza ed all’osceno. La violenza e l’osceno sono necessari nella rappresentazione artistica anche e non solo, come simbologia apotropaica. Non per nulla la cristianità usa una crocefissione come suo simbolo universale e mangia la carne e beve il sangue di Cristo tutte le domeniche.

Indignarsi per i brani di questo cantante è come dar prova di avere limitati e grezzi strumenti cognitivi e scarsa attitudine all’interpretazione ed all’elaborazione dei fenomeni socio-culturali.

Ciò forse deriva, in particolare, dalla sovraesposizione alla televisione, ai programmi di cronaca nera, ai talk show, per una parte di popolazione che è refrattaria alla curiosità al sapere alla riflessione critica.

La mente così ottusa, mutilata e plagiata, si piomba nell’emarginazione nell’anomia nell’incomprensione nella paranoia, nella psicosi. Predisponendosi inconsapevolmente ( consapevolmente per i manipolatori che sfruttano queste situazioni ) al reale e concreto esercizio della violenza.

 

il bello del male

L’arte fu, è e sarà sempre espressione elitaria.

Come ogni prodotto dell’intelletto l’arte non può essere un’esigenza formalizzata e consensualizzata da una collettività. È necessariamente l’esito del singolo, il sottoprodotto di UNA sensibilità.

La suggestione, passando attraverso l’organismo del singolo individuo ( come il cibo ), è espulsa come arte, quest’ultima diviene successivamente espressione d’una élite per accidente o convergenza. Essa non può, per definizione, essere cascame collettivo, collettivizzato o collettivizzabile.

simpson arte

Questa ineludibile essenza pone l’arte nella condizione dell’imputato avanti alle pretese delle nostre attuali società massificate. L’arte infatti è stata democraticamente posta all’entusiastica e prolifica portata di tutti. L’economia industriale, l’istruzione, i mezzi di comunicazione ed oggi la rete informatica, c’illudono che le barriere intellettive siano abbattute e che il pensiero d’ognuno abbia medesimo diritto di cittadinanza.

Mai, in qualsiasi universo passato delle società umane, s’era potuto verificare tale scomposta intrusione delle greggi belanti nel laconico rarefatto e venerato mondo delle arti.

simpson arte

È la prova dell’ormai irriducibile scisma tra scienza ed arte, che ha posto quest’ultima alla stregua dell’evento mondano. Quando mai oggi sarebbe mondanità entrare nel merito del lavoro di un chirurgo o di un fisico?
Per ora no, infatti, chi lo facesse, sarebbe immantinente additato al pubblico ludibrio, quale presuntuoso arrogante se non insulso complottista.

Tale condizione egualitaria dell’umanissima questione artistica è disumana, essendo quella delle differenze la condizione umana naturale, favorendo lo sviluppo di morbose afflizioni, prima tra tutte l’invidia.

simpson arte

Non per nulla l’artista ricerca il patrocinio di ricche e potenti figure. Esse sole infatti possono imporre alla massa ed agli infiniti ( ed infinitesimali ) addetti all’artifizio, ciò che, per accidente o convergenza, è divenuta espressione della loro élite. Tuttavia, se prima tale patrocinio era condizione necessaria per la sopravvivenza e trovava reciprocità nel patrocinante, essendo l’arte componente funzionale e funzionante della comunità; oggi, se non in rari casi, il “patrocinium artis” ha il SOLO scopo di sceverare con arbitrio chi debba essere osannato ( fanaticamente ) e chi debba essere disprezzato ( ottusamente ). Ciò perché si è voluta gettare alle ortiche la componente funzionale e funzionante.

simpson arte

Perché?
Le motivazioni attengono alla nuova segmentazione delle classi sociali ed al dilagare della cultura industriale e consumistica massificata che ha creato differenze ancor più marcate tra un’immensa classe medio/bassa, una ridotta classe medio/alta ed una classe agiata dalle possibilità economico finanziare praticamente illimitate.
Nessuna di queste nuove classi sociali può avere in simpatia l’artista, in particolare l’artista in arti figurative ( pittura, disegno, scultura ). Perché per tutti loro questo genere d’arte è stato strappato al trono della sacralità.
Ad esempio, chi potrebbe farlo oggi con la musica?
Sarebbe un’operazione quasi impossibile, riuscita solo in parte con la musica pop con esiti disastrosi ( esempio: la neomelodica ).

L’arte quindi è disgraziatamente alla portata di tutti. Fatto degno di una ghignante “rivoluzione culturale”, quella in cui i medici chirughi sono al servizio degli infermieri. In questo contesto l’artista sarà colui che avrà trovato il modo appropriato per oltrepassare quanto prima quel gap tra la deposizione del cascame e l’istituzionalizzazione dello stesso.

simpson arte

Ciò che egli deve evitare con metodica è di essere soggetto ( imputato ) alla più morbosa afflizione: l’invidia. Essa dilaga nel dissacrato e vilipeso mondo delle arti per le ragioni esposte sopra. Si corre ai ripari ed uno dei più patetici espedienti che l’artista possa architettare è quello d’assecondare quell’afflizione. Condotta che probabilmente mai, prima della rivoluzione massmediatica, avrebbe concepito un aspirante artista.

Ecco quindi che l’artista si fa miserabile e coatto ( addetto all’artifizio cit. ), svolgendo con voluttuosa sciatteria questo “ruolino di marcia”, in cui la suggestione è ricalibrata con intento raziocinante-tattico ed emendata d’ogni spontaneità al fine di perseguire l’esito drammatico dell’ingrato compito di massificarsi.

Le risultanze sono perturbanti, regnano confusione ed incomprensione, i meno svegli adducono considerazioni ermetiche, si sprecano ragionamenti raffinati. In realtà è tutto equivocato. Navigando nello squallore si naufraga in un oceano di malintesi.

Mobilito Giotto, mi si perdoni. L’arte di Giotto aveva una funzione ( funzionante ) sacra. L’arte sacra era rivolta a tutti ma non aveva l’esecrabile ambizione di massificarsi, cioè di coinvolgere lo spettatore nel procedimento artistico. Lo spettatore era tale, punto.

Al nostro tempo l’arte del “miserabile artista” si prodiga nel coinvolgimento dello spettatore ( indifferenziato e massificato ). In questa coprolalica recherche è fondamentale la ripetitività ( non la riproduzione ) la cialtroneria la banalità ma, soprattutto, detta recherche, trova la propria ragione d’essere, il suo successo, solo e fintanto che si parla di essa. È appunto l’arte del fomentar ciarle, il grande vaccino contro l’invidia.

Ciò che si tralascia è la responsabilità che l’artista ha verso se stesso, che lo innalzerebbe rendendolo indigesto. Questa responsabilità si vuole annichilita. L’artista è appiattito sullo spettatore. Lo spettatore quindi s’identifica con l’artista in un transfer. Non fa differenza se lo spettarore respinga o accolga l’idea dell’opera. La cosa importante è solo che ne parli.
E ne parlerà eccome!
Nulla potrà mai avere lo spettatore contro siffatta opera d’arte. Tutt’altro! Egli sarà irretito da un’inconscia simpatia per quell’opera che si conforma alla sua mediocrità, la sua incapacità, il suo nulla estetico, la sua mentecatta vita, la sua concupiscenza di cose banali, la sua cupidigia, la sua accidia e via dicendo. Quell’opera lo rassicura e lo incoraggia ponendo i suoi pigri pregiudizi e luoghi comuni alla portata del “produrre artistico”.

In quella geniale affermazione di Bertrand Russell: “l’invidia è alla base della democrazia”, non trova posto l’arte che, oggettivamente, non sa che farsene della democrazia e troverebbe il suo miglior scopo nell’incendiare la generale furia degli invidiosi. Insomma, nel non essere banale come il male, nel non essere innocua come il banale.

sulla rivoluzione

la morte di Mario Sossi ha rilanciato una riflessione di Sciascia sul significato della rivoluzione edita ne l’Espresso n. 25 del 2 giugno 1974. Io, una sera dei primi di dicembre del 2019 mentre navigavo il bacino di San Marco alla volta dell’isola del Lido ( Venezia ) ho fatto la mia.

Se vogliamo ragionare sul fragoroso roboante ammiccante promettente avvincente inquietante seducente minaccioso e quindi sostanzialmente ambiguo ( almeno quanto il termine “libertà” ) termine “rivoluzione”, dobbiamo porci almeno due quesiti di base e forse ampiamente dirimenti.

Il primo quesito è: i proletari possono essere rivoluzionari?

Sì, nelle intenzioni. Non è mai esistita nella storia una rivoluzione proletaria e mai esisterà, perché quando i proletari avessero i mezzi materiali ed immateriali per la rivoluzione si scoprirebbero anti-rivoluzionari. Quanto più si allargano consumi e benessere tanto più s’allontana lo spettro della rivoluzione e si diventa anti-rivoluzionari ( ma non controrivoluzionari, essendo la controrivoluzione una rivoluzione anch’essa ).

Il secondo quesito è: a chi giova la rivoluzione?

Non a chi la fa e non a chi la subisce. Essa giova solo a quel vago senso d’appartenenza identitaria al “Popolo che fece la Rivoluzione”.

La rivoluzione è un fatto che ha effetti ideali solo nel tempo perché nel suo svolgersi necessariamente stabilisce una condizione transitoria e del tutto eccezionale, essendo inammissibile ed assolutamente mendace l’idea della rivoluzione permanente. Quindi, nella prospettiva futuribile, essa ha la funzione di seminare qualcosa nel “sentire sociale” della popolazione che la subì o la fece ( a seconda di come si voglia interpretare il concetto rivoluzionario ).

La rivoluzione è quindi un seme velenoso che può germogliare e dare frutti nelle coscienze del futuro in forme impreviste e imprevedibili nel bene e nel male, indipendentemente dai suoi presupposti fondanti.

In conclusione qui si esaurisce, secondo chi scrive, ogni possibile determinazione del fenomeno rivoluzionario e, nella sintesi imposta dalle terminologie e dagli ambiti, risulta evidente che la rivoluzione sia, insomma, una forma d’arte.

La rivoluzione quindi è tra le cose inutili come l’arte. Inutili nel loro svolgersi nel presente e quindi relegate ad un’indegna contabilità quotidiana delle vittime e dei carnefici. Utili nella loro prospettiva futura.

Ah, aver avuto la rivoluzione cent’anni fa! Ah, com’era degna l’arte cent’anni fa!

Arte in tutti i suoi aspetti; soprattutto, nel parossistico e goffo tentativo di razionalizzare l’irrazionale e dare il dinamismo di un’estetica pregna d’aspettative positive ad atti di cruda brutale cieca abominevole sordida violenza.

Si pone tuttavia una sostanziale distinzione. Quegli atti, se nell’arte restano immaginazioni sensazioni e singulti emotivi, intimi e/o universali, del microcosmo dell’artista, razionalizzati dalla più o meno efficace sintesi estetica del gesto del tratto della mano artistica; nella rivoluzione ( seppur forma d’arte ) dette immaginazioni e sensazioni e singulti emotivi, intimi e/o universali, sono razionalizzati quando tradotti in atti rivoluzionari, collettivizzati e massificati, posti ingannevolmente alla portata di ognuno.

Questo processo di trasposizione non è solo virtuale ma gravosamente deleterio. I suoi esiti, come detto, saranno sommari e sanguinari.

Lars Hertervig

un cuore rovente nel selvaggio gelido nord

Nato il 16 febbraio 1830 e deceduto il 06 gennaio del 1902, sarà artista poco conosciuto al di fuori della Scandinavia ma la fama non sempre è garanzia di un reale talento, essa è una Dea bendata simile alla Fortuna ma con una piccola fessura dalla quale alle volte può vederci in tempo, altre ci vede troppo tardi mentre la vita, così maledettamente breve, è già fuggita via tra le amarezze della quotidianità.

Lars Hertervig

Ragazzo promettente per le sue doti pittoriche, espresse nella classica moda dei tempi e dei luoghi d’origine, doti sprecate per le scuole d’arte norvegesi, avendo famiglia con risorse economiche nulle, Lars nel 1852 viene finanziato da alcuni suoi estimatori e giunge nel 1853 all’Accademia d’Arte di Dusseldorf.

paesaggio dei primi tempi

Forse su di lui, da bravo artista purissimo, pende già un cattivo auspicio. È timido impacciato, ingenuo, abbastanza semplice nei modi e nel linguaggio. Tutti sanno che viene da un’isola dove vive gente povera, quaccheri e contadini ed è solo. Provate ad immaginare che situazione.

Un ragazzo abituato al contatto con la natura più selvaggia ed alla completa solitudine, precipitato in un ambiente vivace e stimolante, pieno di novità e di persone da ogni parte dell’Europa.

Le cose iniziano a non andar bene, iniziano i pettegolezzi, le dicerie, Lars viene isolato, sgradito ai molti studenti che hanno alle spalle famiglie benestanti o borghesi. Escluso dalle compagnie di amici è costretto a proseguire nella solitudine, questa volta del tutto artificiosa e coatta.

È probabile che l’isolamento e l’ostracismo e forse anche atti di bullismo lo portarono ad una tale condizione di depressione da farlo rifugiare nella sua immaginazione.

In quel suo mondo beato, fatto di natura selvaggia che incute timore e lascia aperta la porta della libertà, Lars, lontano dal suo mondo reale ed immerso in una realtà affollata di esseri umani, ha fantasticato dell’amore.

Ha fantasticato e, purtroppo per lui, s’è innamorato! Cose che capitano a 23 anni. S’innamora della bella figlia del padrone di casa dove alloggia a Dusseldorf. La pagherà cara, molto cara.

Gli viene fatto sapere che la ragazza desidera avere con lui un appuntamento galante e che questo appuntamento è già stato organizzato per suo conto ma è una bugia. Di quelle bugie crudeli di gentaglia crudele e brutale. Egli quindi si reca presso il luogo stabilito e non trova la sua amata, bensì un gruppo di studenti bulli che iniziano a deriderlo e chissà cos’altro.

Lars cadde in una depressione ancor più profonda e buia.

Nell’ottocento avere di questi problemi non sollecita una società empatica e comprensiva ma un mondo basato sul meccanicismo che vede l’uomo come un dispositivo atto a produrre e che dev’essere riparato al pari di un carretto o di un telaio. Lars quindi, ritenuto prodotto difettoso perché pazzo, viene condotto al manicomio di Gaustad. Qui riceve le cure dell’epoca.

Esercizi fisici e duro lavoro, oltre a molto probabili altre pene corporali e spirituali, sono inflitte a Lars per i successivi 18 mesi. Infine viene sancito che trattasi di pazzo incurabile. Immaginate perché questa conclusione, immaginate quanto avrà resistito e si sarà opposto alla sua disgrazia all’incomprensione all’incomunicabilità in cui era costretto.

Ma il pazzo era lui.

Lo rimandarono a casa dalla sua famiglia. Qui, nel tempo, iniziò a dipingere in modo del tutto diverso. Ripudiò le visioni arcadiche e nazionaliste della classica pittura norvegese dell’epoca. Fece emergere del tutto il suo spirito romantico e tragicamente vivido, aprendo le vertigini del baratro e dell’oscurità del mondo reale.

lars hertervig
isola di Borgoy

Le sue tele, finché ebbe modo di dipingere, sono una rottura completa con l’arte del suo tempo e del suo mondo. L’estetica della natura, il linguaggio che gli era più famigliare e, forse, quello che più gli consentiva di continuare a vivere, divenne il mezzo per testimoniare quello che i sensi suoi affilatissimi ricevevano.

vecchi alberi di pino

Il paesaggio, seppur terrestre è come se svelasse un suo doppio alieno in cui i fenomeni atmosferici e le forme solide della natura s’animano, istruiti da demoni silenziosi e determinati, fruscianti e bizzarri. Demoni indagatori e rivelatori. Non esiste più alcun modello del reale. Il reale è direttamente imposto dai demoni e trasmesso senza remore alla mano ai colori ed alla tela. I risultati sono sconvolgenti e lanciano lontano, in un futuro irraggiungibile, l’arte di Hertervig.

foresta sul lago

Lars, grazie alla sua tragica esperienza ed alla sua difficile vita, ha svelato e liberato qualcosa di fresco e nuovo nel panorama artistico scandinavo rimanendo un singolo cuore rovente di verità in quella vasta distesa di ghiaccio. Ancora oggi quasi del tutto ignoto alla moltitudine festante e ciarliera del mondo artistico, egli ci dona quel respiro di purezza e salubrità che solo l’arte e la vita vissuta come capolavoro possono donare.

Quando non ebbe più soldi sufficienti non potè più acquistare i colori e le tele. Dovette limitarsi agli acquerelli ed ai gouaches che dipingeva su pezzi di carta rimediati quà e là ed incollati tra loro con colla di farina di segale fatta in casa. Morì nella povera vecchia casa di famiglia.

Nulla si seppe più di lui fino al 1914 quando fu organizzata una mostra con le sue opere. Oggi esse riposano mai stanche, mai vecchie, mai superate nei musei d’arte moderna di Stavanger di Bergen e di altre importanti città scandinave.

dissertazione#2 la vis immaginativa di Mario Eremita

Dissertazione #2 – la vis creativa di Mario Eremita.

In tanti anni di attività dedicata alla divulgazione dell’arte del mio tempo ho conosciuto il variegato e contraddittorio mondo dell’arte italiana.

Sono rimasto a volte deluso dalla volubile attenzione delle istituzioni pubbliche e private nei riguardi degli artisti, volubilità giustificata ma non sempre, dall’esiguo spessore dei contenuti.

Spesso ho riflettuto sulla consistenza del ruolo che ancora può svolgere l’arte figurativa in una società precipitosamente diretta verso il ripetitivo feticismo dell’immagine; certo, non sono giunto ancora ad una risposta definitiva ma penso che non potrà esistere un futuro in cui l’attenzione verso gli aspetti complessi della creatività umana sia relegata alla mera elencazione di grandi autori del passato, soli al mondo e nella storia in grado di rappresentare ciò che non tutti possono vedere.

omaggio ai nostri microcosmi

Ogni giorno, in ogni luogo, fioriscono umane sensibilità capaci di cogliere con creatività originale dimensioni del tutto nuove. Persone dotate del terzo occhio che, come diceva qualcuno, praticano l’arte più difficile: “saper vedere”.

In base a queste semplici considerazioni ed essendo profondamente convinto della geniale complessità tecnico-contenutistica delle opere e del genuino impegno dell’artista, ho contribuito alla fondazione della Galleria d’arte III Millennio a Venezia, per trattare in permanenza l’arte di Mario Eremita.

L’opera di Eremita ha un’origine del tutto nuova; la pittura di questo artista non è facilmente inquadrabile e mette in difficoltà anche il più esperto critico e studioso.

Le tavole di Eremita stabiliscono rielaborano la pittura, assumendo qui ed ora, il peso della pietra miliare: esse propugnano i valori estetici elaborati da millenni in una nuova lettura dell’arte ai quali, per la maggioranza degli artisti e dei critici occidentali è estremamente difficile accostarsi; pochi esperti ne hanno toccato alcuni nodi fondamentali.

rapporti

Anzitutto la tecnica; Eremita è padrone della tecnica pittorica e scultorea in maniera virtuosistica. La mano è letteralmente il prolungamento della mente ed esegue ciò che ella desidera.

Mario Eremita trasforma il colore in sinfonia di luci ed ombre, rende una mano, un braccio, un corpo leggero ed evanescente come il fumo ma più vivo della stessa carne, riproduce un corpo con un segno e con la posa di un corpo un significato universale, per infondere in quella posa non solo la forza vitale ma anche la tensione drammatica data dalla ragione, dalla psiche, dall’esperienza sociale.

L’artista è in grado di dirigere il complesso tonale dei colori con la stessa dolorosa grazia di Beethoven e, nella secca articolazione grafica della china, apporta i medesimi fragorosi e ironici climax degni di Rossini piegandola ed ammorbidendola al suo volere; ecco vedete, più che con altra pittura il paragone risulta più semplice con la musica.

Questi linguaggi, d’imbarazzante semplicità per il genio, spesso, come la storia insegna, restano incompresi per lungo tempo e ciò è di conforto all’artista.

Ebbene, per ritrovare in Italia artisti paragonabili al talento tecnico di Mario Eremita bisogna andare indietro nel tempo.

Molti esperti, osservando i dipinti, credono che essi vogliano rilanciare una sorta di nuovo rinascimento; costoro s’ingannano: semplicemente perché non possono riscontrare una pittura così competente, autorevole, elaborata, complessa e raffinata se non facendo riferimento alla pittura antica.

In realtà la pittura di Eremita dal punto di vista storico è estremamente attuale e, dal punto di vista estetico, estremamente contemporanea, esattamente come la migliore pittura rinascimentale o meglio come la migliore pittura d’ogni epoca.

Entra quindi in gioco anche l’aspetto contenutistico. L’arte di Eremita è quindi cosa seria, non vi sono rilassamenti o abbandoni a fantasie vacue. Essa non è avvilita dalla quotidianità ma persegue uno scopo: lasciare un segno, una sensazione alla posterità con linguaggio universale; e mantenere il dono della grazia creativa fermo nei binari di questa, quasi ascetica, missione.

Nella poetica e nella Weltanschauung di Eremita è centrale la condizione umana. L’umanità è riflessa come ad uno specchio che ne svela implacabile luci ed ombre, vette e baratri orrendi. Eremita intrattiene un delicato e sottile dialogo con Goya e trasmuta il suo messaggio de “il sonno della ragione genera mostri”.

allegoria

Quella testimonianza introduce tematiche articolate, basate sull’ancestrale corruzione dell’umana specie che pare naturalmente predisposta al male, alla distruzione, alla fobia. Mario Eremita rappresenta l’umano genere sempre dinamicamente teso e sospinto, evidentemente graziato dal dono delle grandiose potenzialità benefiche della capacità del pensiero astratto, dono tale da renderlo quasi trasparente ma al contempo lo rappresenta che, infante, inizia se medesimo alla violenza.

Lo rappresenta quindi cavo decerebrato mutilato accecato frustrato, annichilito nelle sue potenzialità, fino a trasformarne il corpo in essere mostruoso, orrido, strabordante di grasso corrotto o essiccato da brezza salsa e acida, densa d’odio e rancore.

La pittura si fa quindi simbolica ma il simbolismo è astratto e diviene messaggio di una potenza universale totalizzante. Simbolo dell’umana specie è la donna; il cavallo espressione della macchina del progresso diabolico della guerra del potere arrogante dell’apocalisse cui l’uomo va certo incontro se non s’oppone.

La natura è presente: è il vacuo, l’atmosfera plumbea o siderale. È la natura matrigna che getta l’uomo nel mondo e lo abbandona alla sua folle corsa verso il baratro, è la maternità lacerata che presenta il proprio figlio, è il “memento mori” il monito che opprime ed esalta: “ricordati che sei qui provvisoriamente”.

Questi sono solo alcuni aspetti simbolici, una rapida carrellata. Da questa sconcertante raccolta di significati emerge ad una prima lettura una visione se non pessimistica addirittura disperata della condizione umana ma questa lettura non è esaustiva.

Osservate meglio: le figure che galleggiano o volano o precipitano o ristanno sono a volte orrende, paurose, inquietanti ma mai brutte; in loro l’artista infonde, grazie alla sua divina tecnica, una profonda carica sensuale od un potente istinto erotico; questo, fondendosi alla plasticità dinamica già descritta, crea nello spettatore un senso di sgomento e di grande suggestione emotiva che spesso da luogo a manifestazioni di grave commozione, fino al pianto.

Consapevolmente o meno, si resta colpiti da questi dipinti; ma se siamo onesti con noi stessi il nostro non è un senso di paura, di rifiuto: ciò che fa vibrare la nostra sensibilità è il fatto che queste figure entrano in contatto empatico con noi e ci trasmettono un messaggio di speranza.

Tale messaggio penetra profondo proprio perché proviene dalle insondabili profondità ancestrali, osservando queste figure noi ci affacciamo su queste profondità e ne siamo attratti, affascinati. Esse ci chiamano, ci invitano, vorrebbero che noi comprendessimo; esse indicano che è possibile per tutti noi il riscatto; che è possibile che la ragione prevalga.

Questa ragione può sopraffarre il proprio sonno solamente se si abbandona alle più genuine peculiarità umane: l’arte, la musica, la danza, l’eros, la sensualità, il piacere sensuale, l’immaginazione.

Solamente se siamo convinti della necessità di questo messaggio possiamo accogliere senza dissidio le figure di Mario Eremita come compagni di un’esistenza vissuta con gli occhi aperti della consapevolezza.

Infine, essendo le opere dell’artista più confacenti ad un approccio multidisciplinare è importante fornire dei riferimenti letterari. La poesia contemporanea del nostro paese: Tonino Guerra, Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini, Giuseppe Ungaretti sono, per Mario Eremita, i principali riferimenti culturali.

braca migranti clandestini

Artisti… Sciacalli… intellettuali…

braca migranti clandestini
barca trasporto migranti clandestini

Nella foto qui sopra potete ammirare l’imbarcazione posta alla Biennale di Venezia, in memoria di 800 migranti clandestini affogati atrocemente a bordo dopo il naufragio.

Potrei confrontare questa “installazione” con i vari teschi e scheletri che, nelle città antiche e nelle logge delle chiese avvisavano i passanti: “Ricordati che devi morire!” Più recentemente un bravo attore napoletano rispose a tali moniti con: “eh si, mo me lo segno…”

Purtroppo molti nel “settore” sono rimasti ancora attaccati al cesso di Duchamp e da quello hanno iniziato a sparlare di ( artecontemporanea ), oggi in buona parte ( ma non del tutto ) megadiscarica per giovanotti ben foraggiati.

L’arte è il suo tempo e questo è un tempo ostile all’artista che fa di sua vita l’opera d’arte.

Questo è il tempo delle trovate, come fu per il Barocco o il Rococò ma quelli lo fecero in modo infinitamente eccelso.
Oggi s’affabula l’audience delle masse ( non il piacere della Corte ).

Degli artisti, tutto sommato, non frega nulla a nessuno. Quindi servono trovate che siano afferenti a questioni molto dibattute sui media, che abbiano una forte presa emotiva, soprattutto nei “casi pubblici” come la Biennale, di forte rinomanza ed attrattiva…

Nulla di troppo diverso, sul piano formale, da quello che furono le questioni religiose che gli artisti dovettero trattare in passato, per mangiare un piatto di fagioli. Anche se siamo, sul piano sostanziale, lontani milioni di anni luce.

Il grande bias cognitivo in cui cadono le persone “normali”, distanti dall’universo di colui che è condannato artista, è di credere quel professionista investito di ruolo etico-moralistico e che questo sia il compito che fonda l’agire nelle arti.

Invece l’artista non ha alcuna priorità morale o etica, al più un obbligo estetico performativo, altrimenti ogni sua deiezione ( oggetto o prodotto artistico ) dovrebbe sottostare a questo galeotto contratto.

Per correre ai ripari dalla funesta attitudine dell’arte d’esser scevra d’etica o morale, le egemonie economico-culturali fanno ricorso all’intellettuale organico. Sì facendo castrano la definizione del temine “artista”, inteso come sopra e lo accomodano per prassi ed eleganza modaiola, nei limiti del senso diminuitivo-vezzeggiativo.

Egli quindi non è artista ma intellettuale organico che, in base ad accordi politico-amministrativi, assume un contegno moralistico, fantasticando sul “tema” proposto e sul quale, fatalmente, convergono investimenti in danaro sonante; “tema” che ora è quello del fenomeno delle migrazioni clandestine.

Neppure serve oggidì un’anche solo parziale adesione al “tema”. Essendo sufficiente una visitazione dello stesso al modo della firma, del nome, della presenza. È l’apoteosi del gesto che, glorificando opprime il senso di una vita trascorsa col giogo artistico. La gesture che si tramuta in beffardo svolazzo, una cinica esternazione del concetto che il mondo è dei furbi e dei ruffiani. Neppure serve quindi, alcuno sforzo “creativo” in cui l’intellettuale organico, vezzeggiato coll’epiteto d’artista, debba cimentarsi al fine di dare una determinazione “decor” al “tema”.

Lo sforzo è visto ormai malamente quasi fosse prova d’inettitudine, essendo invece determinante un’astratta etimologia che conduca l’atto del fare all’ozioso opinare.

Ci aggiriamo in territori aridi in cui imperversano feroci sciacalli col naso umido e sempre al vento, pronto ad intercettare le tendenze.

Questa “deposizione” che vediamo alla Biennale altro non è che un’elementare puntualizzazione gestita da supponenti parti politiche, al solo scopo di sollecitare una presunta sensibilità.

Tuttavia, essendo in totale ridondanza col contesto sociale, che non ammette tali sciagure, non ne è complice e le contrasta nei limiti del possibile, ad una lettura meno immediata potrebbe suscitare l’idea del monito sopra accennato. Questo monito, di sussiego del tutto subliminale, avrebbe l’intento d’alimentare, nel subconscio del cittadino, quella sorta di sacra soggezione o di monacale contegno che favorisce una società conformista.

Indizi di questo intento si riscontrano anche nell’uso generoso di acronimi in molti aspetti pubblici delle arti. Musei enti ed eventi sempre più spesso ridotti a sequenze di lettere maiuscole puntate, che hanno la funzione di referenziare ogni qualsivoglia contenuto dandovi un’aura istituzionalizzata.

Ciò detto, traiamo le conclusioni. Oggi si celebrano questi morti ma si trascura che si muore comunque e che vi sono mille ragioni per cui si può morire. Ci perdiamo i significati e ci teniamo i significanti. Questa surroga è dirompente perché distorsiva, annienta il vasto e multicolore territorio della retorica, dal quale gli artisti ( diminuiti e vezzeggiati ) sono tenuti alla larga.

Quale potrà mai essere a questo punto, una buona morte? Una morte degna di essere glorificata e portata ad esempio?

Se non esiste alcuna possibilità di risposta, questa “deposizione” è solamente un monito: ricorda che devi morire o, tutt’al più un esorcismo contro una fine orrenda claustrofobica e buia, o forse un monumento a chi, nonostante tutto, riesce ancora oggi a realizzare delle tragedie tanto efficaci sul piano della fiction. Mai un imprenditore suicida potrebbe assurgere a tale pathos, non c’è eguaglianza nelle tragedie ma solo l’opportunismo della cronaca.

Poeta fuorilegge! E sia!!

Estate 2012: no, Venezia pare proprio non essere una località adatta agli artisti, non più; magari un tempo; ma oggi non più. Antonio Melis, poeta, regala i suoi componimenti alla gente; in cambio s’aspetta un’offerta per tirare avanti. Questo non piace. No!

Perchè è una libera e spregiudicata affermazione del libero pensiero, in cambio di una mancetta per un caffè, una pizza, un paio di scarpe usate.

La profonda potenza destabilizzante e sovversiva dell’agire nella legalità con scopi elevati senza alcun patrocinio, senza alcuna ratificazione ufficiale, senza alcuna consacrazione al pubblico si mostra in tutta la sua luce in questo fatto che sembra banale. Antonio Melis non è in linea con ciò che si possa tollerare anche perché è assolutamente lecito.

antonio melis poeta
dedica a mario stefani poeta

Come uccidere gli artisti

Nel corso della terza parte della mia vita, quella vissuta tra le rovine della Civiltà Anfibia, ho conosciuto gli aspetti più truci e amari della società umana. Quelli che, nelle periferie della gioventù e delle amabili provincie venete, magari non giungono con tutta la loro crudezza.

Vi fu a Venezia il poeta Mario Stefani, che scelse d’affrettare quel fausto processo di restituzione del maltolto agli elementi, che consente la prosecuzione del fenomeno vitale. Lo fece per crisi? O per lucida ragione?

Capita spesso che, agli individui che fan della loro vita un’opera d’arte, rivolti così spietatamente alla verità delle cose, s’attagli un precoce trapasso; indotto od autoprocurato che sia. Poi la comunità elabora.

dedica a mario stefani poeta
targa commemorativa posta a dieci anni dal trapasso, così gli artisti si possono uccidere ancora ed ancora!

Questa targa è stata affissa solo nel 2011 ( dieci anni dopo ) per interessamento del prof. Pietro Bortoluzzi della Municipalità di Venezia dopo ben dieci anni di richieste ed un procedimento burocratico degno solamente della cara Russia di Stalin, passando per le amministrazioni Costa, Cacciari, Orsoni.

Alla celebrazione dell’Anniversario del trapasso del poeta dr. Mario Stefani non era presente nessun rappresentante ufficiale della Giunta di Venezia ( Giunta Orsoni, già ben nota per motivi giudiziari ) e questo per me è stato un bene: forse si son vergognati?
Non credo proprio…

Quei tristi fatti amministrativi ci ricordano sempre che l’artista va ucciso, ucciso sempre e possibilimente in modi diversi e subdoli. Le amministrazioni pubbliche di un paese che è miniera dell’arte, chissà perché, devono avere questo misero primato con gli artisti. Potrebbe essere l’incredulità cinica di chi ha la stolta convinzione che gli artisti sian già tutti morti, o sian ben altrove e mai proprio davanti al loro naso.

Amare è scontato ed è anche un’azione involontaria nell’animo del poeta e dell’artista. Amare inutilmente accade quando non si è compresi.
Stefani richiama le parole di Pasolini che disse che si è soli quando non si è compresi. Stefani parla d’un amore che non è quello del 14 febbraio, non è un amore carnale. Stefani in questo aforisma non è intimista ma universale, si rivolge agli altri, all’universalità.

È per questo che gli artisti e i poeti son immortali…

L’inutilità dell’amore non ha nulla a che fare con un rapporto “DARE AVERE”, non si tratta di un bilancio ma del fatto che la propria involontaria natura d’artista e poeta si scontra con la dura realtà universale che può essere lontana e avulsa tanto da non capire da non cogliere…

Non è detto che ciò abbia un significato negativo.
La semplice constatazione della realtà quale essa è, conforta il pensatore che, in tal modo, raggiunge uno stato d’illuminazione e conoscenza superiore. Egli sa cosa sia la Solitudine a differenza di molti che non sanno e vivono nel terrore dell’ignoto.

È per questo che gli artisti e i poeti son illuminati…

Quindi questo aforisma di Mario Stefani è un inno alla gioia, alla gioia di riconoscersi soli, di riconoscere la propria fortuna d’esser nato con quella naturale predisposizione che ti rende immortale e illuminato; consapevole, con gli occhi spalancati sulle pendici verticali dell’autocoscienza.

mario stefani poeta
Mario Stefani, poeta

Gli artisti han sempre avuto questa grande marcia in più, questa indivisibile ricchezza, questa profonda, inspiegabile risorsa.

Col tempo gli umani hanno imparato ad ignorarla e magari a sminuirla o a sbeffeggiarla, un modo come un altro per combattere i morsi dell’invidia.

Mario Stefani avrebbe gradito sentirsi definire “Poeta Veneziano” poiché considerava Venezia un continente o forse un universo al quale era attaccato il resto del mondo.

goya, il gran caprone

Arte ed Economia = mostruosità

Il successo artistico di Oliviero Toscani nasce da messaggi pubblicitari di potenza provocatoria non comune. Egli ha interpretato l’idea astratta della lotta di classe interetnica che un’élite progressista ha escogitato per lo scopo di vendere prodotti.

goya, il gran caprone

Egli ha concesso all’industria tessile l’opportunità d’associare a prodotti con bassissimi margini, realizzati con metodi “border line”, una scala di valori pseudomorali circa i principi d’eguaglianza, volgarizzandoli.

Milioni di persone hanno voluto credere a questo “miracolo” economico-morale che in verità è solo un pezzo di cartone senza alcun contenuto.

Toscani ha interpretato inconsapevolmente la crisi di valori della politica ( qui di certa sinistra ), nell’impossibilità di proporre un’alternativa al capitalismo più feroce.

Ciò che controbilancia questo misfatto è stato un sensibile miglioramento relativo delle condizioni economiche materiali di paesi sottosviluppati che, grazie alla globalizzazione, hanno potuto finanziare il microcredito; consentendo l’emancipazione e l’affrancamento dalla miseria più assoluta.

Le ondate migratorie oggi sono l’esito estremo di questo fallimento e della mistificazione e volgarizzazione di valori fondamentali troppo precoci rispetto al progresso tecnico industriale universale.
In tal senso le economie dei paesi avanzati dovrebbero reimpostare i loro investimenti per favorire la crescita e lo sviluppo dei paesi rimasti indietro.

Invece pare che l’occidente voglia peggiorare ancor più le cose, proponendo nuovamente dei fenomeni artistici con intenti pseudomoralistici o pseudomilitanti, stavolta senza nemmeno l’indirizzo economico della distribuzione “altrove” di una sorta di benessere, con il supporto dell’attività industriale e / o commerciale.

Anche questi buoni propositi di ricaduta positiva di una possibilità di sviluppo sono stati oltrepassati dal linguaggio dell’arte. Ormai ci teniamo il fenomeno mediatico di una specie di arte che, in qualche modo, “milita” un concetto umanitario o un intento “sociale” senza che vi sia alcuna realtà, nella sostanza, ad incarnarlo.

Siamo divenuti completamente virtuali. Partecipiamo ad una realtà che ha dignità d’essere, solamente se confezionata in un opportuno abito mediatico, solo se riportata da opportuni organi di divulgazione o di ufficializzazione. Non serve alcun prodotto, alcun investimento in economia reale.

Il nostro mondo quotidiano è rivolto ad un Dio feroce e possente; il Dio dell’arroganza, del cinismo e dell’inganno più assoluto. Il Dio più invadente che possa esistere; quel Dio che non obbliga ma persuade la coscienza, che seduce il nostro mai sazio bisogno di gratifica immediata, che ci renda l’illusione di aver compiuto l’atto positivo ed umanitario, idealistico e salvifico, pur non avendolo mai neppure immaginato perché esso ci è offerto, già cotto, pronto per essere divorato.

Capirete che in un tale contesto l’artista è morto, Dio è risorto in un trionfo orgiastico di pulsioni popolari, afflizioni di massa, assurde idolatrie, ansie di successo e fama immeritata, a poco prezzo e a nessuno sforzo.

Desiderando le masse, con fisiologica impellenza, emulare ciò che misteriosamente diviene popolare, nell’incomprensibile attenzione dei media. Assunti quali inappellabili e sacri giudici d’ogni umana vicenda.

Montanari docet

tomaso montanari

Cito il testo dell’immagine qui sopra:
“Un sistema di società commerciali, curatori seriali, assessori senza bussola e direttori di musei asserviti alla politica sforna a getto continuo mostre di cassetta, culturalmente irrilevanti e pericolose per le opere.
E’ ora di sviluppare anticopri intellettuali, ricominciare a fare mostre serie, riscoprire il territorio italiano.”
Mi sembra uno sproloquio.

Rispondo:
le società commerciali sono quelle che per decenni hanno sponsorizzato la diffusione della cultura in questo paese. Gli imprenditori sono quelli che hanno comprato le opere degli artisti. Qui pare si vogliano demonizzare.

La locuzione “curatori seriali” è priva di significato, come anche la locuzione “assessori senza bussola” che altrimenti potrebbe essere un indizio della non appartenenza politica; ma subito si vuole demonizzare pure quella con la locuzione “direttori di musei asserviti alla politica”.

Sfornare a getto continuo mostre di cassetta significa avere enorme successo di pubblico e di contenuti; quindi anche qui è incomprensibile l’atto di demonizzazione.

L’irrilevanza culturale è un giudizio parziale assolutamente privo di fondamento e contraddittorio con la seguente locuzione: “pericolose per le opere”. Infatti se si tratta di mostre culturalmente irrilevanti significa che si tratta di opere culturalmente irrilevanti, in tal senso quale pericolo correrebbero?

La locuzione “sviluppare anticorpi” è un chiaro occhiolino al linguaggio pseudo-politico dei centri sociali, la parola “serie” invece pare strizzare l’occhio alla democrazia cristiana o ai ciellini. Riscoprire il territorio italiano invece è un ossequio al populismo.

Bravo Montanari che cerca supporto!! Ti sei perso la Boldrini eh?