Ricordatevi del 26 marzo 2020

Al Consiglio Europeo del 26 marzo 2020, i rappresentanti di alcuni paesi europei hanno respinto l’idea dell’emissione di eurobond per contrastare la molto probabile crisi economica che sarà la conseguenza della pandemia di Covid19.

Si tratta dei rappresentanti del cosidetto “blocco del nord” capitanato dalla Germania e di cui fanno parte almeno Finlandia e Olanda, al momento ( 27 marzo 2020 ) le testate giornalistiche non espongono i nomi di tutti i paesi e dei rappresentanti che hanno negato questo dispositivo di salvezza.

Questi amministratori nel “blocco del nord” esibiscono un quadro molto inquietante circa le loro convinzioni politiche. Si, perché hanno espressamente citato la politica in ragione di questa vicenda, osservando che al di là degli eurobond ci sarebbero altri dispositivi per fronteggiare la situazione, quali?
Il MES ovviamente.

Se si applicasse il MES in questo frangente, così come è stato architettato, l’Italia sarebbe commissariata nel giro di un anno al massimo.

Non posso non avere delle rimembranze su certe convinzioni naziste delle presunte razze elette mentre ascolto le parole di certi rappresentanti in seno al Consiglio Europeo. Non potendo organizzare un futuribile processo di Norimberga ( da tenersi stavolta a Milano ) e coltivando uno spirito che è ben ricco di vivace humor nero, desidero qui rivolgermi alle vittime economiche più colpite da questa sciagura: a tutti gli addetti del settore della ricezione turistica, alle imprese d’intrattenimento, di ristorazione, alle imprese alberghiere ai b&b.

Perché i primi ad essere colpiti, dopo i tanti che stanno soffrendo fisicamente e morendo, dopo tutti coloro che lavorano nella sanità, sarete voi.

consiglio europeo 26 marzo 2020

Ecco dunque una sintetica vignetta che consiglia a tutti voi di ricordare il Consiglio del 26 marzo 2020, di ricordarlo come un atto di disprezzo nei vostri confronti, come l’idea che questi signori hanno di voi. Voi che lavorate anche 14 ore al giorno, che avete sacrificato una vita per costruire il vostro locale, che siete dediti al servizio del prossimo.

Ricordatelo come una data infausta che molto probabilmente avrà conseguenze diametralmente opposte perché risveglierà la parte buona dei popoli che sono rappresentati da quei tecnocrati che fanno dilettantismo politico. 

Quando i tedeschi, gli olandesi, i finlandesi verranno ancora nei vostri hotel, nei vostri ristoranti, nelle vostre gelaterie, ricordatevi e ricordate loro questa data e offrite sempre il servizio di altissimo livello che è espressione della vostra dignità!

 

 

Complottismo?

In queste ore stiamo assistendo alla proliferazione esplosiva di messaggi audio/video confezionati col pretesto dell’emergenza sanitaria in corso. Viaggiano nei socialnetwork ma anche nei sistemi di comunicazione più diretta come whatsapp e chat varie.

Questi messaggi pretendono d’informarci circa rischi rimedi e presidi di sicurezza da attuare contro la diffusione del virus e per evitare o mitigare l’infezione. Oppure sono costruiti per NEGARE l’evidenza dei fatti, per NEGARE o minimizzare la sussistenza dell’infezione in corso o per interpretare questa situazione come l’esito di un’azione premeditata da i più disparati gruppi di potere economico e/o politico, insinuando nelle persone, già molto allarmate, la diffidenza verso le istituzioni del nostro paese.
Ritengo che questi fatti abbiano una pesante rilevanza penale e dovrebbero essere perseguiti nella maniera più severa possibile e, se le cose dovessero ancora peggiorare, anche con l’applicazione del codice militare.

complottismo, follia

Ho visionato un breve filmato di un tizio che s’accompagna con una lavagna a fogli sulla quale pasticcia i numeri dell’epidemia. Costui dichiara con orgoglio di NON aver studiato ( pare un immobiliarista ) e che le cose che ha capito sono facilmente reperibili sul web. È convinto così di aver scoperto una grande verità, che nessuno oltre lui conosce. Nel video dichiara che sua figlia gli ha insegnato in quell’occasione a calcolare i pesi per le valutazioni statistiche dei dati ( somme e frazioni )!!!!
Il problema è che questo tizio fa sul serio.

Invito tutti a grande prudenza nel fruire di questi prodotti multimediali. Se non hanno un’origine ed una certificazione ufficiale di provenienza istituzionale: ministeri, ASL, enti regionali, provinciali, statali, organi preposti all’ordine pubblico, enti universitari o di ricerca, sono da ritenersi a priori INATTENDIBILI.

Purtroppo molti di questi audiovisivi sono il frutto di menti malate, di persone fallite sotto molti aspetti della loro vita che cercano in queste drammatiche ( o tragiche ) occasioni un momento di visibilità o di rivalsa verso il mondo.

Nel migliore dei casi si tratta semplicemente di mitomani psicolabili con la mania della ricerca del complotto o della lettura dietrologica di ogni fatto.

Nel peggiore dei casi questi profili hanno anche aspetti più degenerati che sconfinano fino alla malafede. Si tratta allora di sociopatici o psicopatici.
Non basta quindi la semplice e sbrigativa definizione di “complottista”.
Si deve trovare un’altra definizione per questi degenerati. Non sono complottisti. Perché sarebbe come ammettere che il complotto non sia possibile.
La categoria del “complottista” è, ormai associata al disprezzo ( e ciò è male ) ma può comprendere anche persone sane e lucide che indagano con criterio nei fatti di cronaca e di storia per scoprire nuovi indizi e segni che possano ridefinirli e reinterpretarli. Si tratta del lavoro che fanno anche molti storici, politologi e studiosi in genere, oltreché molti investigatori criminologi e sociologi.

Personalmente li definirei degli sciacalli mediatici che, colla scusa di emergenze o fatti gravissimi e di rilevanza nazionale o internazionale, cercano visibilità e rivalsa per soli scopi narcisistici. Sono sciacalli narcisisti, quindi psicopatici o sociopatici. Potrebbero vivere costantemente in uno stato allucinatorio, afflitti da manie di persecuzione e forme di delirio paranoide.

Queste condizioni di degrado psichico, con l’innesco di una desolante situazione d’aridità cognitiva, d’irrecuperabile ignoranza e grettezza morale, conducono alla premeditazione ed alla conduzione d’azioni eclatanti, rivolte a coinvolgere quanta più gente possibile per ottenere personale giovamento: la soddisfazione di essere al centro dell’attenzione, soli contro il mondo che tende ad emarginarli.

I danni che possono procurare nella nostra società possono essere notevoli quanto più quest’ultima non dovesse scegliere la strada della trasparenza e della condivisione delle informazioni e della conoscenza. La fiducia alla lunga paga, la sfiducia il moralismo, la supponenza creano il clima adatto alla proliferazione di questi malanni.

Storia e Memoria

osservazioni sulle parole di Alessandro Barbero

Seguo con molto interesse le lezioni di Alessandro Barbero.
Il professore di storia ha talento nella comunicazione, nell’uso del linguaggio, nella modulazione della voce, conosce i ritmi dell’azione drammatica; questi doni gli consentono di coinvolgere emotivamente il pubblico trasportandolo nelle sue lezioni come irretito in una realtà virtuale.

Si può a buon titolo definire il prof. Barbero un vero anchorman della divulgazione storiografica. Pur non conoscendolo di persona provo per lui molta stima ed affetto.

Per questi motivi ho deciso di scrivere alcune mie riflessioni su una breve lezione di circa un’ora, una in particolare che si discosta nettamente da tutte le altre. Mi riferisco a quella sul rapporto tra storia e memoria, visibile qui:

Ed in forma ridotta qui:

Trovo questa lezione forzata, preparata strumentalmente per la ricorrenza ufficiale del “Giorno del Ricordo”, da spendere nell’imminenza della stessa data. Il professore infatti non parla con scioltezza, arranca e s’interrompe spesso, perdendo il filo logico di un’argomentazione non lineare. 

Il ruolo delle istituzioni

Barbero equivoca scientemente nel voler assegnare alle istituzioni che hanno promosso le giornate di dedica un ruolo che non si sono mai assunte: insegnare storia.
Le istituzioni politiche si occupano del presente. Semmai esse scrivono la storia contemporanea. Le democrazie moderne hanno assunto un compito che avrà conseguenze proprio su quello che sarà STORIA in futuro: ridurre i conflitti. È questo e nessun altro, il senso della creazione delle giornate di dedica. La democrazia moderna è, come ben dice Barbero, una cosa diversa dall’antica. Essa opera per delega e quindi deve avere dei compiti ampi, ecumenici. Qui si assume a pieno titolo il diritto ed il dovere d’impedire l’oblio. Null’altro.
Chi governa non può, per ovvi motivi, entrare nel merito della sintonia fine dei fatti perché non è suo compito e solleverebbe giuste ed aspre critiche dal mondo accademico cui appartiene Barbero. 

Le istituzioni politiche devono favorire ed incoraggiare il progresso socio-culturale delle masse, devono quindi offrire occasioni di riflessione e di confronto generalizzato che procedano sulla via del civismo. Ciò perché oltre alle ideologie di singoli partiti e regimi di governo, esistono principi fondamentali irrinunciabili, oggettivi.  In questo ambito le ideologie e i regimi devono cessare. Putroppo qui Barbero dimostra di voler insistere sul lato delle ideologie con la scusa della “ricerca della verità”.

Verità e fatti

Egli, facendo riferimento ai nostalgici convinti che si voglia riequilibrare l’attuale comune giudizio sui fatti, non rende giustizia ma danneggia gravemente il principio fondante delle giornate di dedica così come sopra descritto; e lo fa consapevolmente perché è uomo colto.
Egli si avventura in un’argomentazione piuttosto ambigua e fa fatica: perché non è nella sua indole.
Dice: “la memoria non è la storia”.

Barbero dichiara che la storia intende ricostruire la verità. Quale?
Lo storico si deve rifare ai documenti che sono il frutto della memoria di qualcun’altro, nella loro numerosità si svelerebbe la verità oggettiva.

Ebbene se è così significa che anche la memoria di un singolo testimone deve aver valore nella ricostruzione dello storico e che tante singole memorie lo avranno più di una sola. Tuttavia, se di un fatto vi fu un solo testimone, della memoria e della storia di esso vi sarà un’unica versione. Non un’unica verità, non la verità.
Ciò significa che memoria e storia non sono due aspetti contrastanti, come invece vuole qui mostrare Barbero ma due ingredienti indispensabili per la ricostruzione storica dei fatti e non della verità dei fatti.

Ciò perché ogni testimone di un fatto ha una sua personale memoria dello stesso e quindi la verità non sarà mai compiuta. Sarà invece compiuta la più fedele ricostruzione dei fatti quando, delle differenti memorie, non sia stato escluso nulla. Impossibile ricostruire la verità, possibile ricostruire i fatti. Questo sarebbe per me il ritrovato equilibrio nelle argomentazioni di Barbero ma in tal senso verrebbe meno tutto il suo ragionamento.

Lo storico è scienziato

La posizione dello storico non dovrebbe essere FORMALMENTE ma SOSTANZIALMENTE super partes e qui invece temo non sia il caso. Pare che per il professore vi siano delle memorie minori, quelle della parte italiana che fu fascista e poi sconfitta.
Per il professore il giusto ed il buono, la verità rivelata dei valori del vincente sistema di potere, escluso qualche eccidio, fu dalla parte degli alleati, qui da intendersi gli slavi comunisti. La sua dissertazione scade nel benaltrismo quando sostiene che in fondo si moriva in tutto il mondo: nei campi di battaglia, nelle città e nei campi di sterminio. Fino ad un sostanziale “se la sono cercata” quando cita l’odio che gli slavi nutrivano per gli italiani invasori. Eppure sappiamo tutti che i delitti delle foibe furono organizzati militarmente e non furono una più che sensata rivolta di una popolazione oppressa contro l’oppressore

Barbero, così facendo, tralascia un aspetto fondamentale del mestiere dello storico, forse emozionato dal far politica. Lo storico non dovrebbe parlare con la voce dei vincitori, assumendo come valori positivi gli esiti a loro favorevoli e come negativi gli altri. L’esercizio più arduo è proprio quello di avventurarsi in investigazioni inesplorate, in approfondimenti inediti ed è l’esercizio che Barbero fa sempre e che contribuisce ad accendere l’interesse per la sua materia. In questo caso, non lo fa. Preferisce contestare il valore delle giornate di dedica e per farlo intende svilire il valore della memoria, che è, di fatto l’unico vero accesso ai fatti storici. Pare proprio un ragionamento tautologico.

Si chieda il prof. Barbero:
cosa direbbe egli oggi se la vittoria fosse stata dei nazifascisti?
Sosterrebbe i valori di quei vincitori?
Avendo avuto la famiglia tutta ( o quasi ? ) ben inserita nella società fascista ( come egli stesso dichiara ), probabilmente potrebbe sempre fare l’insegnante. Io forse no, avendo avuto parenti impiccati perché partigiani e altri parenti fermamente anarchici. Forse insegnerebbe che il buono ed il giusto sono sempre stati dalla parte dell’Italia e della Germania.
Questo esempio per assurdo ci avverte sulla delicatezza del personale giudizio morale dello storico circa la materia che tratta. Esso è paragonabile al principio d’indeterminazione di Heisenberg, l’osservatore influenza l’esito della sua osservazione; e dove va a finire la pretesa ricerca della verità?

Il ruolo della complessità

Il professore chiama in causa la complessità per opporla all’azione semplificatrice delle giornate di dedica ma ciò è facilmente controvertibile. È proprio quell’istituzione celebrativa che deve indurci ad una riflessione più profonda. È la diversità delle molte memorie, poste finalmente in campo trasparente, aperto e neutrale che richiama l’attenzione dell’opinione pubblica e pone allo storico l’esigenza d’uscire da eventuali visioni parziali, o dal riserbo della sua professione. Questa svelata diversità ( svelata ai molti ) è quindi un valore che contribuisce ad accrescere la complessità, non a svilirla. Ecco spiegato il grande interesse per la storia!
Se Barbero suppone che nell’agire di chi volle le giornate di dedica vi sia l’intento di porre sullo stesso piano fatti distinti, squalifica rovinosamente un ottimo spunto offerto per rivolgere la storia, in tutte le sue sfumature, all’attenzione del vasto pubblico.

Barbero, durante tutto l’arco della lezione, non fa altro che confondere diversi piani per dar corpo alla propria tesi ma essa non vale la pena dello sforzo e mi stupisco di lui.

Oblio e memoria

Ancor più sono stupito quando parla della Germania nella gestione dello scomodo passato. Egli considera esempio positivo il fatto che la Germania imponga la censura di qualsiasi simbolo o riferimento al nazismo, addirittura sui francobolli storici! Lo dice compiaciuto!
Una damnatio memoriae che, se comprensibile negli anni del dopoguerra, pur non essendo comprensibile il perché, invece, molte cariche dirigenziali pubbliche e private siano state lasciate in mano ad ex nazisti e a ex SS fin dagli anni ’50, è ridicola nella contemporaneità in cui le immagini, le notizie, le informazioni e le fandonie, circolano ovunque senza alcuna revisione ed io aggiungo: per fortuna!!

La Vita è Bella

Il prof. Barbero infine fa un esempio alquanto sfortunato. Cita il film “La Vita è Bella” di Roberto Benigni per esemplificare una pretesa forma di rilettura della storia al fine di renderla più gradevole al pubblico, una edulclorazione dei fatti che oggi sarebbe attuata da artisti, registi, politici, in genere.
Barbero fa notare che la liberazione del campo di concentramento sia attuata dagli americani ma che il campo di concentramento di Auschwitz fu liberato dai russi.
Ebbene dal film di Benigni non si evince in nessun fotogramma o dialogo che il campo di concentramento in cui viene portato il protagonista assieme al figlio sia quello di Auschwitz. Nessun indizio ci porta a fare questa conclusione, anzi, si rileva che le scenografie del campo sono inserite in un contesto di montagna e non nelle pianure della Polonia, nessuna frase sulla “libertà che proviene dal lavoro” appare all’ingresso del campo, mai il nome del campo viene citato.
Appare proprio una forzatura che Barbero ha voluto inserire nella sua lezione al solo scopo di dare forza alla sua debole tesi. Infatti molti campi di concentramento furono liberati anche dagli americani come: Buchenwald, Dora-Mittelbau, Flossenburg, Dachau e Mauthausen.

Conclusioni

Pare proprio che la società in cui vive Barbero sia composta da individui inetti, universalmente incapaci di comprendere la differenza tra il bene ed il male, nelle condizioni di ricevere costantemente un sussidio morale circa ciò che sia più adatto e confacente. Una società verso la quale non riporre alcuna fiducia ma per la quale comunque ci si debba paternalisticamente spendere in azioni di sussiego umanitario onde elevarla.

Questa società siffatta sarebbe invero luogo di estremo pericolo, sotto la spada di Damocle dell’imminente dittatura autocratica, della quale le masse così squalificate sarebbero entusiaste sostenitrici. In realtà essa è sì una società fragile, ma non da perniciosa natura bensì per la sua più sostanziale consistenza democratica, che incoraggia l’espressione delle individualità e delle comunità di pensiero e azione più disparate, consentendo ogni espressione, magari anche controversa, nei confini di principi fondamentali irrinunciabili ed oggettivi.


gigliolacinquetti

Non ho l’età

Una volta i vecchi non avevano cognizione del mondo dei giovani. Questo era un’anticipazione di quello dei vecchi. Si cresceva in fretta per essere presto braccia per l’industria o per la larga famiglia legata alla terra.

Nell’antichità la gioventù era solo un’età insulsa non esisteva alcuna idea psicanalitica o psicosociale che la inquadrasse.

La gioventù è un’invenzione della modernità, tecnologica, consumistica basata sulla geniale idea del rassicurante “tempo libero”, locus amoenus grazie al quale ognuno s’illude d’esser nato per qualcosa in più del solo scopo “produttivo” o di sopravvivenza o dell’imperscrutabile volontà divina.

Viviamo in un mondo in cui la gioventù esiste e svolge un grande ruolo, anche perché essa ha rotto gli argini della pubertà per dilagare fino alle soglie dell’età di mezzo.

I massmedia personalizzati ci consentono di vedere il mondo dei giovani; molti però dimenticano che hanno superato i 40 anni e non sono più in grado di comprendere empaticamente quel virulento e traumatico mondo.

Viviamo in un eterno presente di notizie o fatti riportati o informati o dicerie trafficate negli smartphone e nelle televisioni. Dalla nostra piccola finestra tendiamo sempre a giudicare il prossimo e ciò è male.

Fatti recenti circa il mondo giovanile sono legati a due artisti trap: Sfera Ebbasta e Junior Cally.

Le cronache s’interessarono a Sfera Ebbasta per lo scandalo della disgrazia in discoteca ma nulla è attribuibile all’artista, bensì ai pazzi criminali che hanno spruzzato il peperoncino e agli organizzatori, se non hanno adottato tutti i dispositivi di sicurezza per prevenire incidenti.

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Sfera Ebbasta

Fu però da quei fatti dell’8 dicembre 2018 che nacque, grazie ai gazzettieri, una trita polemica sui testi e lo stile di questo cantante. Una polemica che non condivido affatto.

In questi giorni invece ci s’infuria contro il cantante Junior Cally, ricalcando sommariamente la trama della medesima precedente.

L’argomento del contendere è sempre basato sui testi delle canzoni dei due artisti. I testi infatti sono provocatori con termini volgari, descrivono atti di violenza e bullismo, usano un linguaggio gergale ( detto slang ). A questi testi s’associano movenze che mimano atteggiamenti di sfida, d’arroganza, di spavalderia. Alle movenze s’associano look e “decorazioni” del corpo con articoli superflui che si trovano in commercio a cifre notevoli.

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Junior Cally

La ricetta riscuote successo tra molti ragazzini che seguono questi artisti, comprano i loro brani ( o li scaricano ), comprano o desiderano il loro look, i loro accessori, ne imitano le movenze e fanno proprio lo slang.

Sicuri che ciò sia esatto, che sia tutto?

Questo genere di musica, estremamente elementare e monotòna, che è solo un pretesto per dare spazio alla voce ed alle parole, nasce nelle strade. È il frutto dell’elaborazione del mondo giovanile, è espressione della volontà e dell’immaginazione di una buona parte del mondo dei giovani. E con buona intendo proprio nel senso di valida e meritevole.

Si tratta di un fenomeno artistico non indifferente che ha radici lontane, fino ai tempi dello schiavismo. Esso ha come spinta propulsiva un certo malessere, che affascina chi vive il disagio dell’adolescenza, come è ovvio che sia. La musica ed il ritmo del resto sono la prima esperienza artistica di ogni uomo.

La pura e semplice, banale, imitazione, nasce laddove questa forma d’espressione artistica giunge nuova ma viene subito compresa, come fosse già parte di un linguaggio precodificato, che emerge da fattori irrazionali e sensoriali che non sono ricevibili da chi non è più giovane. Magari lo sono da chi ha una sensibilità artistica come chi scrive qui.

Chiaro che persone come Red Ronnye, dalla cultura ristretta nei limiti del “musichiere” o dei “settanta”, nostalgico e polveroso, non hanno più nulla da dire in merito. Servirebbero infatti giovani in grado di parlarci della musica dei giovani.

Circa i contenuti?

Come ho scritto sopra l’artista semplicemente porta alla luce quello che si verifica in buona parte della “tenera” gioventù. Il mondo giovanile oggi, nelle sue ombre più che nelle sue luci, è così. Del resto i giovani vivono al nostro fianco e vivono, sotto una diversa prospettiva, la nostra realtà.

No alla violenza? No alla volgarità?

Di cosa stiamo parlando?
Viviamo immersi in un mondo mediatico che ci bombarda in continuazione di falsità di reclame di retorica moralistica; sempre gente che litiga e si contende potere e attenzioni.

L’arte è lo specchio emotivo ed induttivo della nostra esperienza sensibile quindi non può estraniarsi da essa, pena divenire una ridicola accondiscendente accozzaglia di buoni sentimenti, di melensa retorica, di moralismi e ciarpame sentimentaloide; massa di patacche fasulle e paracule, degne del favore di certa critica scoreggiona. 

Ma i bambini? Qualcuno ha pensato ai bambini?

Da quando esistono i giochi esiste la violenza nei giochi e fin dall’infanzia i bambini hanno esperienza della violenza e della morte. Pensare d’esentare da questa realtà i bambini è un’idiozia.

Modelli negativi!! Si fa passare un messaggio fuorviante!

Qui non si parla affatto di modelli negativi e tanto meno di far passare un messaggio fuorviante.
Purtroppo chi afferma ciò non ha gli strumenti per capire ed è vittima d’una reazione emotiva e superficiale.
L’artista e il suo prodotto sono invitati a San Remo perché hanno già dimostrato d’avere largo seguito tra un particolare pubblico che è quello dei giovani e dei giovanissimi.

Non è l’artista che travia i ragazzini, egli è solamente un interprete dei tempi che corrono e lo è con tutta la sua immaginazione che lo fa distinguere da qualsiasi fenomeno banale.

Oggi più che mai non è assolutamente possibile realizzare uno spettacolo popolare imponendo una morale o un cliché di perbenismo di Stato, come fu ai tempi di Gigliola che cinguettava il suo mantra di ragazza illibata, succube e complice ( invasata o plagiata ) di un sistema che opprimeva la libertà e negava l’emacipazione.

La retorica sulla non-violenza può andar bene per qualche comizietto politico ma quando si tratta dell’arte finalmente non valgono queste regole.

I rischi?

Nulla di tutto ciò è esente da rischi. Le folle hanno esclusiva attitudine conformista e raramente riescono a produrre ragionamenti razionali od equi.

Ogni fenomeno creativo del singolo ( non ne esistono di massa ) che venga condiviso in un gruppo o in una comunità ( folla ) può avere due differenti esiti:
1) corre il rischio di divenire conformismo quando esso viene assunto come chiave per l’accesso al gruppo od alla comunità. Il conformismo infatti è un processo di semplificazione utile alla sopravvivenza dei gruppi;
2) se questo fenomeno si diffonde globalmente ha la possibilità d’essere rielaborato e quindi di avere una continuità artistica.
Questa ultima possibilità dovrebbe essere il nostro dovere assoluto.

Nota

Le banali obiezioni dei detrattori di Junior Cally mi risultano irricevibili.

È una triste cosa puntare il dito sui creativi ( artisti ). Ho ben detto più sopra. Purtroppo so perfettamente che è impossibile capirsi con certi soggetti perché costoro non sono immersi nel mondo delle arti.

Faccio un esempio: anni fa un signore, che nel suo profilo social osannava il pacifismo e la non violenza, dopo una discussione con me, non trovandosi d’accordo, ha inteso telefonarmi per minacciarmi di sgozzamento.

In Corea del Nord la censura trasmette immagini floreali e bucoliche alle televisioni ma là ci sono i campi di concentramento in cui torturano i cristiani. Ceausescu organizzava fastosi raduni di bambini gioiosi con ragazze sorridenti e tanti fiori e cibo ma in realtà era un orco sanguinario.
I neomelodici sono espressione plastica di un mondo realmente pericoloso che infesta il meridione ma cantano d’amore.

Quindi ostentare pacifismo o “buoni propositi” non è garanzia di bellezza e mitezza.

È presto detto che, coloro che puntano il dito contro gli artisti dimostrano di non capire nulla dei processi creativi e del funzionamento dell’immaginazione, qui in particolare tra i ragazzini.

Cinema, animazioni, musica, arte in genere, sono affollatissimi di riferimenti alla violenza ed all’osceno. La violenza e l’osceno sono necessari nella rappresentazione artistica anche e non solo, come simbologia apotropaica. Non per nulla la cristianità usa una crocefissione come suo simbolo universale e mangia la carne e beve il sangue di Cristo tutte le domeniche.

Indignarsi per i brani di questo cantante è come dar prova di avere limitati e grezzi strumenti cognitivi e scarsa attitudine all’interpretazione ed all’elaborazione dei fenomeni socio-culturali.

Ciò forse deriva, in particolare, dalla sovraesposizione alla televisione, ai programmi di cronaca nera, ai talk show, per una parte di popolazione che è refrattaria alla curiosità al sapere alla riflessione critica.

La mente così ottusa, mutilata e plagiata, si piomba nell’emarginazione nell’anomia nell’incomprensione nella paranoia, nella psicosi. Predisponendosi inconsapevolmente ( consapevolmente per i manipolatori che sfruttano queste situazioni ) al reale e concreto esercizio della violenza.

 

snuff movie

SNUFF LIFE

Chiunque abbia grattato la sottile vernice social che copre il web da circa 10 anni, saprà cosa intendo per “Snuff Movie”. Per gli altri si tratta di brevi filmati che contengono scene di raccapricciante violenza, alle volte si tratta di effetti speciali, alle volte ( più spesso ) si tratta di video reali, tratti dalle cronache quotidiane o addirittura realizzati in studi televisivi in cui delle persone subiscono terribili torture ( reali ) fino alla morte.

Famoso il film del 1997 “The Brave” regia di Johnny Depp, con Johnny Depp e Marlon Brando.

the brave
locandina film the brave

L’opera narra di un uomo, che vive in condizioni di disperata miseria insieme alla moglie ed ai figli, che “vende” il proprio corpo per uno Snuff Movie, in cambio di una grossa cifra di denaro che consentirà alla moglie ed ai figli d’uscire dall’incubo della povertà assoluta.

Chiunque abbia grattato la sottile vernice social che copre il web da circa 10 anni, saprà cosa intendo per “Gore Movie” o per “Gore Shock Movie”.

gore horror film
gore shock film

Per tutti gli altri si tratta di brevi filmati di contenuto raccapricciante, presi sul luogo di gravi incidenti stradali, sul lavoro, in scenari di guerra o rivolta. Spesso sono dashcamera ( telecamere installate su veicoli per motivi assicurativi ) o casuali riprese da smartphone. Questi filmati testimoniano fatti reali mentre accadono, fatti di sangue, morti orribili, mutilazioni, schiacciamenti, traumi, oppure fatti di guerra, come le famose decapitazioni messicane, gli sgozzamenti musulmani…

Iniziazioni

Ebbene, quell’oscuro mondo fa parte del nostro patrimonio ancestrale, della nostra antropologia sociale. In quasi tutti gli aspetti della nostra esistenza in comunità si manifestano esperienze simili. Si chiamano riti inziatici o riti apotropaici. Dai vari innumerevoli rituali religiosi a quelli civili, come ad esempio i cicli di studio. Rammentando anche i vari rituali ancora in uso nelle culture tribali: salti da alberi rupi cascate, mutilazioni, lotte, prove di resistenza al dolore ( le famose formiche proiettile ), veleni.

formiche proiettile
formiche proiettile tribù satere mawe

L’uomo per sua naturale disposizione ricerca il confronto con l’ignoto e con ciò che teme. Lo fa per sconfiggere le sue paure o per dominarle, o per ricercare all’interno della comunità chi sia più capace di sopportare le prove dure della vita. Altri lo fanno per puro sadismo o masochismo o per voyeurismo.

tuffo naghol
tuffo tribù naghol

Vogliamo quindi frettolosamente definire idioti dei ragazzini che attraversano le strade trafficate senza rispettare i semafori, riprendendo la loro “bravata” con lo smartphone?

fruste fulani
la frusta tribù fulani

Vogliamo quindi assumere quell’ottusa veste dell’ipocrita moralista, magari di mezz’età, passata già polverosamente giudicando il prossimo dall’alto di un posto sicuro in qualche mass-media?

salto tori
salto del toro tribù hamar

Il fascino del rischio, dell’invincibilità avanti alla morte, al dolore, l’impulso incontrollabile dell’adolescenza che è una sfida aperta ad ogni cosa, sono aspetti tipici e del tutto naturali e forse anche frutto di particolari sensibilità più che di pura idiozia.

Lanciarsi in mezzo alla carreggiata ad alta frequenza di traffico, col rosso ai pedoni, sotto la pioggia, alle 3 del mattino, con in mano una telecamera che riprende e magari gli amici dall’altra parte della strada che osservano, è un atto folle ma istituito in un contesto sociale compatibile con le più antiche tradizioni umane.

Il giovane, già dotato di mezzi di sostentamento ( nel passato poteva essere la lancia la spada il coltello la fionda, oggi è la fiammante e potente auto nuova ) che sfida le tenebre la velocità il maltempo assumendo sostanze psicotrope, è un atto irresponsabile ma istituito in un contesto sociale compatibilie con le più antiche tradizioni umane.

Piccole iniziazioni, piccoli uomini

Questi oggi, nei paesi avanzati, sono alcuni dei più comuni riti di passaggio, oramai riti faidate. Forse anche meno cruenti rispetto al passato.
Le grandi prove infatti vengono sempre meno, le difficoltà si mitigano sempre più. Il dolore è esecrato come cosa sconveniente, il fallimento rubricato come cosa ripugnante da nascondere o dissimulare, come anche ogni malattia…

La società pare proprio infischiarsene delle iniziazioni, semplicemente perché i suoi singoli componenti non lo desiderano, perché costoro desiderano invece concedere ai loro pupilli “più e meglio di ciò che sia concesso agli altri”. Soprattutto più e subito anche se con assenza di merito.

Si, perché penso che questi fatti siano l’esito della mancanza di una reale competizione sociale. La società si sta sempre più chiudendo, le classi sociali sono sempre meno permeabili.

Ecco allora la differenza!
Pur restando quei sacrosanti istinti primordiali dell’iniziazione, non è più presente la motivazione, lo scopo, il riconoscimento sociale di quegli istinti. Essi quindi avvengono comunque e ai nostri occhi ed ai nostri sensi ingannati ed ottenebrati, hanno l’aspetto banale della bravata.

Conclusioni

Il realismo dei crudi fatti è sublimato nella visione di prodotti clandestinamente spacciati nel web, essi poi sono emulati in altre forme e per scopi ludici d’appartenenza a sottogruppi volatili ed identitari che non hanno alcuna profonda base di valori. Gruppi destrutturati ed in balia di regole psicotiche di “visibilità massmediatica”.

Il linguaggio si fa elementare, basico e ripetitivo, perché tutto è già svelato. Il futuro non ha alcuna promessa od insidia, il futuro è la certezza, è la naturale necessaria e sufficiente appartenenza al mondo che si è imparato a vivere fin dall’infanzia. Chi è fuori da questi ambiti è oscuro e minaccioso, va emarginato.

Chi non tollera l’emarginazione, che di per sé non avrebbe conseguenze se non la perdita di alcuni “amici” ( interessante questo aspetto circa il dolore), placa la dissonanza cognitiva ed affronta la prova ( bravata ): beve, fa uso di cocaina, si butta sulla strada, lancia sassi dal cavalcavia, aggredisce il professore, stupra, eccetera.

Quindi è ovvio che in una società cinica chiusa bigotta e falsa, chi assume comportamenti che richiamano alla nostra più genuina natura sia considerato un idiota e, come tale, subisca la pubblica rampogna di gretto moralismo.

Il reo della bravata, così facendo, compie un’eresia, nega il fatto che oggi, ormai, la competizione, la sofferenza, il dolore, affrontati per uno scopo di realizzazione personale e sociale, siano inutili, la grande prova che apre l’universo delle possibilità è definitivamente defunta.

I coraggiosi senza un futuro, disperati, scomodi, anonimi, senz’alcuna appartenenza, potranno sempre vendersi per un filmato snuff che sul web otterrà graditissima audience.

M.O.S.E. e l’umano

vivendo e lavorando a Venezia, nella zona di San Marco, sono in contatto reale e quotidiano con la secolare ( in ragione umana, plurimillenaria in ragione del tempo geologico ) questione delle inondazioni o alluvioni mareali della laguna veneta.

Nel vocabolario i termini “inondazione” e “alluvione” non sono riferiti all’azione delle maree. Quindi nemmeno la lingua italiana è in grado di definire quello che accade a Venezia. Ci aggiungo io l’aggettivo “mareale” onde precisare che si tratta di un fenomeno non del tutto eccezionale ma ricorrente nell’eterna periodicità di venti, correnti, pressione barimetrica, gravità lunare.

Sono quindi secoli che il mare ha il sopravvento nella laguna dell’uomo e si alza al di sopra delle zone che costui ha sottratto alle paludi ed alle barene per erigere la città. Se vi recate presso la Chiesa dei Frari troverete una tacca nel muro della chiesa con la data dell’agosto 1909. Una tacca che si trova ben oltre i fianchi di un uomo di altezza media. Quello non è stato il primo umido battesimo della città. Tra l’altro una marea eccezionale ad agosto è un fatto più singolare che raro.

marea venezia
accessi della marea in laguna

L’eccezionalità dei livelli di marea in laguna risiede nella convergenza di quattro fattori: vento, pressione barometrica, gravità lunare. Il più importante tuttavia è il tempo. La permanenza nel tempo dei primi tre fattori è cruciale. Mentre la gravità lunare è una variabile costante con periodicità fissa, le altre due sono estremamente mutevoli nel tempo e fanno quindi la concreta differenza.

Venezia nel contemporaneo piagnisteo.

In un contesto “contemporaneo” potremmo sollevare aspre critiche contro gli amministratori che vollero erigere la città in un luogo tanto instabile ed insicuro, mettendo in pericolo la salubrità e la sicurezza della vita degli abitanti. Potremmo chiedere l’azione della magistratura contro quegli avidi che preferirono piantar milioni di pali ( a detrimento irrimediabile di aree boschive di territori colonizzati ) nella mota, piuttosto che ricercare un sedime più consono alle loro pietre.

Tuttavia tra quegli antichi e questi moderni ha giocato la storia e, forse, una differente mentalità che oggi ci rende degni della tagliente satira di Fruttero&Lucentini più che dell’acuta passione di John Ruskin. Eh si, perché quegli antichi osavano e di brutto.

Hanno osato piegare un equilibrio spontaneo alle loro esigenze residenziali, militari, economiche, cultuali, fino a farne luogo d’esibizione di prestigio ricchezza sfarzo potere, centro di riferimento d’una civiltà ed esempio per altre civiltà future, contesto per la nascita di nuove idee, per la coltivazione di nuove intelligenze e sapienze. Hanno trasformato una laguna semi paludosa in un parco artificiale, in una fantasmagorica scenografia.

Quando feci queste osservazioni a certi soloni veneziani, causai ad uno di questi un quasi-attacco-cardiaco. Restrizioni mentali? Visioni limitate? Forse, oppure incapacità di leggere la storia con semplicità e senza alcun filtro ideologico, ricercando il modo di mettersi “nei panni”, ponendo attenzione all’analisi del senso pratico e pragmatico dei fatti.

Allora, di quegli antichi veneti: nobili costruttori idraulici architetti capimastri tagliapietra falegnami manovali, pensate fossero dei santi? Avete quindi una visione disneyana della storia. Come dire: alla Bambi. Idealizzate il passato? Non capirete il presente.

Mi chiedo spesso cosa avrebbero fatto costoro se avessero conosciuto il cemento portland… altro che pietra d’Istria, altro che mattoni. Certo, avrebbero dato a quel cemento delle forme a noi impossibili da concepire.

Venezia piantata come una bricola.

Dalla caduta della Repubblica Serenissima nella laguna di Venezia non si è più costruita alcuna grande opera. A parte gli edifici delle case popolari e di culto sull’isola della Giudecca e di Sacca Fisola, o il palazzetto dello sport di Castello, esempi di pessima edilizia. Nulla di significativo escludendo le ville art nouveau e liberty del Lido.

Dopo la ripulsa del progetto di Le Corbousier, che negli anni sessanta aveva in mente un ospedale per la città, giunge la prima inondazione dell’era della luce elettrica ( per l’Italia ) e dei massmedia. La priorità è quindi quella di dare riscontro alla visibilità che quei fatti destavano.

Ottima occasione per dare energia alle italiche menti ingegnose. Si mobilitano le forze del paese in un appalto che sfocia nel “progettone”, lo Stato incarica gli esperti per trovare la quadra.

Il dopoguerra è un periodo che ancora oggi viviamo in questa penisola. Allora, nei settanta e negli ottanta, esso era ancor più pregnante. Nell’infanzia repubblicana, negli equilibri di potere di un paese in perenne crisi “border line”, nella già consueta mentalità individualista e poco civica dell’italiano ( si confondeva addirittura l’idea di patria ed il tricolore col fascismo, o la parola “democrazia” con la Democrazia Cristiana ), si consolida l’idea di finanziare la partitocrazia e non solo, col denaro delle imprese. Si persevera quindi nella logica corruttiva delle Pubbliche Amministrazioni come già era stato fin dai tempi della Prima Guerra Mondiale.

Il PROGETTONE!

Il “Progettone” diviene la mangiatoia per uno tra i peggiori esempi di malgoverno di questo paese. Si smuovono prima miliardi di lire e poi miliardi di euro. La logica commissariale, per una pretesa intenzione di rendere rapida la realizzazione dell’opera, favorisce l’arbitrio il nepotismo e la corruzione a fini personali ma anche a fini elettorali.

mose venezia

Eh già, perché i voti del popolo si comprano. Poi il popolo s’indigna ma la coscienza sporca parte da lì. Nel 2014 scoppia il caso e scatta l’operazione delle forze dell’ordine. Ma non intendo scrivere di quest’immondizia.

Quel che m’interessa è l’evoluzione dell’idea del M.O.S.E. nell’immaginario popolare anche come alimentato dai mass media che con questo argomento contano di camparci almeno fin dopo l’Epifania 2022.

Il M.O.S.E. non funzionerà!!

Ormai da anni leggo questa litania. Certo, ci sarebbe da pensarci, essendo l’opera costruita in un contesto corruttivo gravissimo. La cosa infatti sarà cagione di problematiche tecniche perché, come dice il Marchese del Grillo: “Se me freghi qui me freghi su tutto…”

Tuttavia dobbiamo anche presumere che tra le mele marce vi siano anche mele sane e capaci ingegneri che, finita l’orgia, sappiano porre rimedio.
Si aggiunga poi che l’opera è unica al mondo e, per stessa definizione, sperimentale, quindi passibile di modifiche e perfezionamenti anche in corso d’opera o dopo l’ultimazione della stessa.
Queste riflessioni sono rigettate dalla gran massa che, maliziosa e maldisposta, è incapace di cogliere la complessità dei fatti, semplifica e riporta tutto alla propria meschina dimensione di portafoglio.

Il M.O.S.E. serve solo a chi lo fa!!

nomose

L’opera è stata commissionata dallo Stato Italiano a numerose ditte appaltatrici e subappaltatrici. Se intendiamo che “chi lo fa” sia lo Stato l’affermazione è corretta, infatti l’opera serve alla salvaguardia di un patrimonio dello Stato Italiano ( quindi degli italiani ).
Se intendiamo invece, maliziosamente, che “chi lo fa” siano le imprese appaltatrici e subappaltatrici, dobbiamo armarci di prove sostanziali da produrre anche in Tribunale perché, io penso, ogni sano imprenditore difende la propria reputazione in ogni sede. Senza considerare che si ritorna alla litania precedente che “il M.O.S.E. non funzionerà”.

In verità si tratta di slogan propagandistici di alcune minoranze che adottano delle “lotte” al solo scopo di conseguire una visibilità per giustificare la propria esistenza. Guai se avessero costoro responsabilità operative, sarebbero sciagure.

Il M.O.S.E. costa troppo!!

Una delle affermazioni più stupide che si possano sentire. Il costo eccessivo sarebbe in ragione di cosa? In rapporto a cosa?
È un’affermazione categorica ed assoluta che non ha alcun senso. Il costo ed il valore di ogni cosa va sempre stabilito in rapporto ad altre.

Quale sarebbe il costo per NON aver realizzato quest’opera? Come si potrebbe quantificare questo costo nel tempo?
Venezia è esposta alle maree eccezionali fin dalla sua nascita ed in passato gli abitanti hanno cercato di porre rimedio in molti modi tra i quali spesso vi era quello di alzare le rive, abbattere i palazzi e le case e ricostruirle più sollevate rispetto al livello della marea.

Non è concepibile l’idea di abdicare, di non contrastare queste alluvioni mareali e di rassegnarsi allo stivale di gomma. Non lo è, perché non lo è per la storia e la cultura della città di Venezia, propensa alla lotta per la risoluzione di problemi impossibili tipo: come costruire una cattedrale sul fango?
Venezia infatti è città consona a mercanti, condottieri, artigiani, artisti; non ad insulsi pedanti e paraculi professoroni.

Se non è così pare proprio che i tempi che viviamo sono quelli delle pecore, non certo dei leoni. Pecore belanti lagnose menagrame fataliste ma anche zeppe di malignità.

Il M.O.S.E. fino’ra ha assorbito 5,5 miliardi di euro, costerà circa 100 milioni di euro all’anno di manutenzione e sarà operativo per almeno 100 anni.
La spesa totale a fine vita dovrà quindi essere di 11 miliardi di euro.

11 miliardi di euro diviso 100 anni e diviso 60 milioni di persone ( popolazione italiana ), significa che il M.O.S.E. incide per 1,8 euro a persona all’anno per i prossimi cento anni. Un caffé all’anno per ogni cittadino italiano.

Gli italiani possono permettersi di pagare un caffé all’anno per 100 anni per avere la certezza che Venezia non sia inondata dalle maree eccezionali? Per dare finalmente questa dignità a questi luoghi che tutti dichiarano di amare incondizionatamente?

Complottismo e stampa sul M.O.S.E.

Oggi su quest’opera insistono i pregiudizi e le teorie complottiste più comuni, tipiche della nostra epoca dei social. Pochi o nessuno che abbia intenzione d’avvicinarsi alla questione senza filtri ideologici o con il desiderio d’apprendere qualcosa delle questioni tecniche ed ambientali che essa ha dovuto affrontare.

Il M.O.S.E è criminalizzato perché associato ai deprecati fatti corruttivi ma è come se dicessimo “cattivo” al tavolo perché ci abbiamo sbattuto contro col ginocchio.

La stampa poi sta seguendo la pancia della gente nel modo più scandaloso, alimentando sospetto e sfiducia fomentando e giocando sugli equivoci e le mezze verità. Perché? Perché vende!! Fa ascolto! La carta stampata vive una crisi infelice e drastica, per quadrare i conti deve sfruttare ogni opportunità e queste giungono numerose quando si punta sulla massa, la moltidudine da colosseo, quella del panem et circenses. Che poi qual è il problema? Il M.O.S.E. non è nemmeno una persona, non può certo ritenersi calunniata. Un bersaglio perfetto.

Qui la parola all’esperto ing. Giovanni Cecconi, per 30 anni al lavoro nella sala operativa del M.O.S.E.

Un confronto universale.

Immaginiamo che questa gran massa di lagnosi che oggi pare ci stiano accerchiando da ogni parte, sempre pronti ad indignarsi e ad avere sentenze e soluzioni nelle loro piccole tasche, fosse stata l’opinione pubblica attiva negli Stati Uniti alla fine degli anni sessanta del secolo scorso.

Allora John Fitzgerald Kennedy parlava di traguardi difficili che dovevano essere perseguiti proprio perché difficili e la gente si eccitava. La NASA, fondata nel 1958, esisteva per portare l’uomo nello spazio, miliardi vennero stanziati. Altri miliardi di dollari di allora vennero stanziati per la conquista della Luna. Nel 1967 tre uomini morirono bruciati nella capsula Apollo, seguirono altri incidenti altre vittime.

apollo 1967
capsula Apollo bruciata 1967

Se la gente di allora fosse stata quella di oggi di Venezia? Dove saremmo andati? Forse a Marcon, altro che Luna.

challenger 1986
tragedia del Challenger 1986

Non posso provare che disprezzo per coloro che rinunciano che si lagnano che pensano solamente al loro piccolo orticello e pretendono che tutto il mondo debba adeguarsi alla loro ristrettezza.

Il M.O.S.E. non lo dobbiamo a quei veneziani, lo dobbiamo agli antichi veneziani ed a quelli, in tutto il mondo ed a Venezia, che hanno ancora la capacità di avere una visione di considerare il nostro progresso come la continuazione della storia dell’uomo e non la sua annichilazione.

Per approfondire: https://www.mosevenezia.eu/


A squola di inteligenza

Stamattina, mentre ero intento a contrastare la marea eccezionale che ha allagato la mia casetta a San Marco, scorrevo il solito facebook e mi sono imbattuto in uno strano meme con una citazione attribuita al caro Piero Angela. Il meme afferma che “la scuola dovrebbe insegnare a diventare intelligenti”.

Ecco il meme:

Sono rimasto stupito! Non posso credere che Piero Angela si sia espresso in questa maniera così poco elegante sciatta e grezza; ma non solo.

Non posso credere che Piero Angela possa sostenere una “teoria” del genere, insomma che l’intelligenza sia qualcosa che s’apprende andando a scuola.

Le mie letture mi hanno fatto comprendere che l’intelligenza sia qualcosa d’innato, un talento naturale che ognuno di noi ha alla nascita.

Mi hanno fatto comprendere che l’intelligenza sia tra le cose meno conosciute e meno comprese dal sapere umano. Essa si manifesta in molteplici aspetti e sotto differenti sfumature. Inoltre è sostanzialmente impossibile da quantificare non essendovi alcun riferimento assoluto al quale poterla paragonare.

Che possa essere oggetto d’insegnamento nelle scuole è quanto meno grottesco. Dovremmo allora intendere che ogni professore possieda un’intelligenza così eccelsa e superiore tale da poter infondere quella stessa nella mente dei suoi allievi. E con quale misterioso strumento? Un alambicco? Un clistere?

Ne ho conosciuti di professori cretini nella mia vita, quale intelligenza avrebbero potuto trasmettere costoro?

Penso anche ai tempi ed ai luoghi in cui le scuole non esistevano… Per certi ottusi e pedanti che possano dar credito a quell’affermazione, sarebbero tempi e luoghi privi d’intelligenza, popolati da stupidi inetti, incapaci di qualsiasi ragionamento. Insomma la maggior parte della storia umana e delle persone che l’hanno popolata, sarebbe stata scritta da idioti!!

Penso a tutti quegli uomini e quelle donne ( soprattutto ) che non hanno potuto accedere alla scuola e che hanno comunque dimostrato a sè stessi ed agli altri, la loro sensibilità e la loro intelligenza.

Spero proprio che quelle parole non siano di Piero Angela. Sarebbero un vero insulto all’intelligenza che, come una dea bendata, pone la sua benedizione o la sua maledizione ( si può maledire il fatto di essere intelligenti ) sul capo di tante persone anonime, lontane, in condizioni difficili, che non hanno accesso al sapere ma che, col loro talento donano un raggio di luce a chi è loro vicino.

Per concludere: l’intelligenza non è codificabile e quindi non può essere trasmessa per apprendimento.

A voler essere maliziosi si potrebbe pensare che quel meme sia stato realizzato con lo scopo di fare un sillogismo:
non ha studiato = ignorante = stupido
ha studiato = colto = intelligente.
Ciò significa che nulla di buono potrà mai originare da chi non ha avuto la fortuna di accedere alla scuola.

Si pone in questo modo una cesura netta con le qualità umane tra le quali si trova anche l’intelligenza. In pratica è la rivincita degli stupidi che hanno studiato ( magari come sgobboni ) sull’universo delle intelligenze umane che costoro invidiano.

Si noti che le più luminose intelligenze spesso sono resistenti all’autorità scolastica… e così via…

La rete social.

Questo brano giunge in rete e capita anche che chi ha sgobbato sui libri e non splende di suo proprio intelletto creda che l’interlocutore sia culturalmente male in arnese sbagliando di grosso.

A costo di spuntarla che fa costui? Persevera equivocando i termini della questione e ciò non depone a favore di chi, magari, dovrebbe fare divulgazione o addirittura professione d’insegnamento.

Egli dice: “Se Mozart non avesse avuto accesso allo studio della musica non sarebbe diventato Mozart!”
Frase abbastanza discutibile ed infatti rispondo: se Mozart non fosse stato angustiato dal padre forse avrebbe vissuto a lungo felice ed intelligente a corteggiar fanciulle per le campagne o facendo il falegname ( chissà, magari avrebbe fatto mobili straordinari ).

Questo dovrebbe far apprezzare che l’intelligenza non s’apprende e che, per il suo svolgersi, non sono necessari ruoli prestigiosi o riconoscimenti accademici.

Non si è intelligenti perché si primeggia in qualche “arte” ritenuta eccelsa da una particolare classe sociale da una particolare comunità o in un particolare periodo storico.

Certo è che tali cervellotiche obiezioni rivelano una sottostante visione meccanicistica che impone all’intelligenza d’essere utile a qualcosa, d’essere condivisa autorizzata ed applaudita da una classe sociale, d’essere rappresentanza d’una nazionalità o d’un gruppo, d’essere collocata socialmente, inquadrata e categorizzata per il funzionamento collettivo, fino ad essere codificata e fatta nozione per l’uso didattico.

Sono fatti, non più sfumature od obiezioni che mi inquietano non poco e mi ricordano tempi bui passati o futuri in cui si razionalizzava su chi fosse abile alla vita, alla morte… attenzione!

Aggiornamento: pare che La frase sia proprio di Piero Angela!
È tratta da Quark Economia, cap. XIII!!


sulla rivoluzione

la morte di Mario Sossi ha rilanciato una riflessione di Sciascia sul significato della rivoluzione edita ne l’Espresso n. 25 del 2 giugno 1974. Io, una sera dei primi di dicembre del 2019 mentre navigavo il bacino di San Marco alla volta dell’isola del Lido ( Venezia ) ho fatto la mia.

Se vogliamo ragionare sul fragoroso roboante ammiccante promettente avvincente inquietante seducente minaccioso e quindi sostanzialmente ambiguo ( almeno quanto il termine “libertà” ) termine “rivoluzione”, dobbiamo porci almeno due quesiti di base e forse ampiamente dirimenti.

Il primo quesito è: i proletari possono essere rivoluzionari?

Sì, nelle intenzioni. Non è mai esistita nella storia una rivoluzione proletaria e mai esisterà, perché quando i proletari avessero i mezzi materiali ed immateriali per la rivoluzione si scoprirebbero anti-rivoluzionari. Quanto più si allargano consumi e benessere tanto più s’allontana lo spettro della rivoluzione e si diventa anti-rivoluzionari ( ma non controrivoluzionari, essendo la controrivoluzione una rivoluzione anch’essa ).

Il secondo quesito è: a chi giova la rivoluzione?

Non a chi la fa e non a chi la subisce. Essa giova solo a quel vago senso d’appartenenza identitaria al “Popolo che fece la Rivoluzione”.

La rivoluzione è un fatto che ha effetti ideali solo nel tempo perché nel suo svolgersi necessariamente stabilisce una condizione transitoria e del tutto eccezionale, essendo inammissibile ed assolutamente mendace l’idea della rivoluzione permanente. Quindi, nella prospettiva futuribile, essa ha la funzione di seminare qualcosa nel “sentire sociale” della popolazione che la subì o la fece ( a seconda di come si voglia interpretare il concetto rivoluzionario ).

La rivoluzione è quindi un seme velenoso che può germogliare e dare frutti nelle coscienze del futuro in forme impreviste e imprevedibili nel bene e nel male, indipendentemente dai suoi presupposti fondanti.

In conclusione qui si esaurisce, secondo chi scrive, ogni possibile determinazione del fenomeno rivoluzionario e, nella sintesi imposta dalle terminologie e dagli ambiti, risulta evidente che la rivoluzione sia, insomma, una forma d’arte.

La rivoluzione quindi è tra le cose inutili come l’arte. Inutili nel loro svolgersi nel presente e quindi relegate ad un’indegna contabilità quotidiana delle vittime e dei carnefici. Utili nella loro prospettiva futura.

Ah, aver avuto la rivoluzione cent’anni fa! Ah, com’era degna l’arte cent’anni fa!

Arte in tutti i suoi aspetti; soprattutto, nel parossistico e goffo tentativo di razionalizzare l’irrazionale e dare il dinamismo di un’estetica pregna d’aspettative positive ad atti di cruda brutale cieca abominevole sordida violenza.

Si pone tuttavia una sostanziale distinzione. Quegli atti, se nell’arte restano immaginazioni sensazioni e singulti emotivi, intimi e/o universali, del microcosmo dell’artista, razionalizzati dalla più o meno efficace sintesi estetica del gesto del tratto della mano artistica; nella rivoluzione ( seppur forma d’arte ) dette immaginazioni e sensazioni e singulti emotivi, intimi e/o universali, sono razionalizzati quando tradotti in atti rivoluzionari, collettivizzati e massificati, posti ingannevolmente alla portata di ognuno.

Questo processo di trasposizione non è solo virtuale ma gravosamente deleterio. I suoi esiti, come detto, saranno sommari e sanguinari.

Medaglioni all’attacco!

Questi medaglioni che lanciano strali e sermoni, invettive e moniti, che auspicano maniere forti e censure coll’alibi del vittimismo, avete notato che son tutti anzianotti?
Son quei vecchi che han nostalgia della loro gioventù perduta e berciano contro chi la perderà.
Si sa che la gioventù è sciocca, sbruffona, teppista, spesso male informata dalla poca esperienza e dalle scarse letture. Si sa che anche sul termine “gioventù” ormai circolano ombre e presagi di “primavere di bellezza” e quindi esser dei giovani potrebbe aver poco d’auspicabile. Meglio sempre sperare nel rassicurante “phisique du role” del giovine anziano, avverso alle palestre, già condotto al pettinato lana grigio ed alla discriminatura. La gioventù però è fresca e può ( vuol ) sbagliare. Invece i vecchi, loro, non sbagliano mai, dall’alto della loro supposta esperienza.
Il “vaffanculo” è parola d’alto tenore culturale, così come quei “ponti di ferro” del Marinetti o quelle illusioni di guerre purificatrici degli espressionisti tedeschi, poi divenuti incubi pittorici e psicologici, o il “fascismo” di Carmelo Bene.
I vecchi sono sterili e pretenderebbero di sterilizzare ogni cosa, d’emendare ogni stortura, di disinfettare il mondo.
E lo pensano nei social network, di cui sentono un gran parlare dal TG ma che, per ovvia ritualità d’appartenenza di classe, non frequentano, non capiscono, non conoscono!
La cosa peggiore che possa capitare è un moralista che fa la morale su ciò che non sa, è un esercizio d’ipocrisia supponenza e presunzione ripugnante se non fosse penosamente ridicolo.
La cosa più aberrante è riscontrare l’adesione a queste vampate post-tramonto ( o pre-morte ) da parte di giovani e medio-giovani che non sanno a chi dar la colpa di un fallimento ideologico. È sapere d’inchieste e di commissioni che nascono per pretendere di “qualificare” un fenomeno esplosivo penetrante proteiforme e volatile, quale l’affermazione di un’impressione, la codificazione di un’emozione, un’umore, di cui gli stessi indagatori e studiosi sono parte integrante e sono fatalmente vittime e complici. Gli esiti di tali condotte, presso il pensatore attento, sono solamente prove generali del ridicolo e la conferma che in un paese del tutto privo di serietà, ciò che non è per nulla serio è fondamentale mentre ciò che è serio è del tutto superfluo.

Palloncini, bottiglie, manifestanti, scioperanti e Greta Thunberg

Nella “teoria della casualità del genio” la contemporaneità non ha alcuna competenza, anzi, ne è fiera oppositrice. Era una teoria letteraria, espressa per la prima volta in occidente dalle parole altissime di Dante Alighieri e poi ripresa dalle parole altissime di Giacomo Leopardi.

In tempi pre-marxisti erano sorte voci che, con compassione, avevano colto che i meriti non sono nel sangue ma nelle opere ( = teoria della casualità del genio ). Oggi questo assunto è molto discutibile. In un’era post marxista e post capitalista, nella confusione globale dell’industrialismo che, dopo la prestazione schiavista e colonialista si è avviato ad una lenta, lentissima, scelta di sviluppo, facendo ben conto sulle disparità economiche e finanziarie dei vari paesi del terzo e quarto mondo, si sono creati dei vuoti enormi. Intere classi sociali si sono svuotate e devono essere rimpiazzate o rimpolpate nuovamente.

Per farlo servono scale di valori, tradizioni, usi e costumanze, linguaggi, gerghi, comportamenti, abbigliamento, alimenti, luoghi, ricordi, riferimenti estetici formali, simbologie astratte e terminologie. Serve insomma una confezione nella quale, gruppi omogenei di persone possano ritrovare il proprio nido, la propria sicurezza.

Un tempo remoto queste confezioni erano delle possenti gabbie dalle quali la fuga era quasi impossibile e che avevano la funzione d’affrontare con successo la scarsità dei mezzi di produzione e delle materie prime, la necessità di forza lavoro manuale, le forme energetiche poco efficienti, l’assenza di cure mediche e via dicendo; declinando un mondo atroce in cui nessuno aveva in mente i sani “diritti dell’uomo o del lavoratore”.

Un tempo meno remoto, conquistati gli agi del progresso ma per la limitatezza dei mezzi di comunicazione, queste confezioni erano realizzate in forme artigianali ed il confezionato aveva una concreta sensazione di sentirsi parte della confezione in un contesto “quasi-su-misura”.

Il confezionato si sentiva come un ingranaggio di un ampio meccanismo audacemente rivolto alla conquista di dignità diritti parità giustizia fino alla più totalizzante eguaglianza assoluta, comprendendo in ciò anche quella delle opere e quindi negando ancora una volta la “teoria della casualità del genio”. Oppure il confezionato era parte di un altro ingranaggio, pervicacemente tarato alla soppressione di quelle istanze per un semplice contegno di classe, non certo per il ragionevole assunto della “teoria della casualità del genio”. Una teoria poco ben voluta insomma.

Oggi, la vastità e la potenza dei mezzi d’informazione e divulgazione distribuiscono confezioni a ciclo continuo ed a ognuno di noi è richiesto più o meno brutalmente di adeguarsi ad una di queste.

Greta Thunberg

In realtà, in un mondo che ci conferma ogni giorno che i problemi sono gli stessi per tutti, col rischio che l’umanità colga la sfumatura che “siamo tutti sulla stessa barca”, per perseverare nel dominio del sonno della ragione, è assolutamente indispensabile mantenere delle differenze, costruire quindi delle confezioni alle quali, gruppi omogenei di persone, siano convinti di far parte.

In tal senso oggi più che mai ci sono vicini ad assisterci con scrupolosa professionalità i cosidetti esperti di marketing-comunicazione o più elegantemente detti “spin doctor”. Servono per sostituire il nostro pensiero, per dare forma alle nostre egotiche asserzioni intime ed inespresse, servono a tutti, hanno una funzionalità universale. Consentono al “media” di non essere più tale ma di essere noi, sostituendoci completamente nella nostra presunta abilità di valutare e scegliere.

Il “media” infatti avrebbe etimologicamente una funzione di mezzo. Esso invece è diventato un fine. In lui finiamo coll’indentificarci in una ovvia scorciatoia semplificatrice. Il “media”, abilmente maneggiato dall’esperto, è la nuova confezione della società e sopravvive solamente grazie alla sua abilità nel creare delle differenze. Oggi i “media” creano intere classi sociali.

La difficoltà nell’avere una propria identità, perseguita la maggioranza degli esseri umani. Quest’ossessione nel ricercare una confezione di appartenenza forse non è prova d’intelligenza. Dovremmo essere noi stessi al di là di ogni altra impellenza esteriore; ma ciò è molto difficile. Assumere questa dimensione costa molto caro, è complesso, richiede responsabilità. Ci porrebbe in una dimensione singola e, al contempo, correlata ad ogni altra singola dimensione. Rendendoci soli e singolari, paradossalmente vanificherebbe ogni differenza, liberandoci dalla confezione c’imporrebbe la compassione.

Il concetto veramente rivoluzionario è quello umanista che pone l’uomo al centro. Il singolo uomo come artefice del proprio destino. Se così fosse saremmo tutti consapevoli che il nostro destino dipende da noi singolarmente e dal nostro rapporto col prossimo.

Preferiamo invece cercare delle risposte semplici o già ben predisposte nei loro aspetti linguistici estetico formali. Cerchiamo insomma dei contenitori di risposte, delle confezioni. Non vogliamo nemmeno più sforzarci di sposare un’ideologia. Il bisogno è quello di gratificazione immediata, solubile, a scadenza quotidiana.

piazza del popolo 1 maggio 2019
Piazza del Popolo 1 maggio 2019

In tal contesto nascono queste icone massmediatiche. Hanno la funzione di confezione, utile per trattenere un consenso già da tempo inquadrato dagli esperti, già da tempo strutturato nelle sue componenti. Non importa più la concretezza, la misura della realtà, la quantificazione delle forze in gioco.

In questo quadro dove si collocano le rivalse e dove le risposte? A quale distanza si trovano coloro che chiedono dei cambiamenti dall’effettiva possibilità d’introdurli ed in modo equo?

Domenica scorsa sono andato in spiaggia e non riuscivo a distinguere le conchiglie dalla plastica. È segno che le cose non possono cambiare grazie ad un’operazione di maquillage giornalistico o editoriale. Non basta costruire un personaggio simbolo, o meglio, basta di certo al personaggio stesso che potrà far buon uso in termini economici della propria immagine.

Scordiamoci le rivoluzioni dal basso per questioni così poco comprensibili come l’ambiente o il clima, scordiamoci le buone intenzioni o i buoni propositi. Tuttavia possiamo illuderci, assumendo l’aspetto dell’ambientalista o predicando teorie scientifiche come fossero dogmi religiosi, che sia possibile indurre nella collettività una sorta di consapevolezza. Impossibile perché esiste una forza che ad essa si contrappone annichilendola: il bisogno.

Consumeremo fino all’ultima goccia di petrolio, Greta ha la sola funzione di consolare chi dovrà consumarne meno per consentire a pochi di averne di più. Li consolerà con l’illusione ambientalista pauperista e regressiva. Un’illusione venduta ad arte come una bella confezione in cui molti entreranno felici, mettendo compiacendosi della propria consapevolezza e gratificando il proprio ego; sentendosi, insomma, persone migliori.

Consumeremo fino all’ultima goccia di petrolio, non perché siamo “umani cattivi” ma perché ce lo impone il calcolo matematico, la conseguenzialità logica delle nostre scelte, che sono tutte saldamente correlate ed interdipendenti. L’investimento strutturale per un’economia basata sul petrolio non può essere dismesso prima che sia terminata quella risorsa, perché il capitale investito deve distribuirsi sul maggior numero di anni di utilizzo.

Uno tra i più importanti designer della plastica, Philippe Starck, si rammarica del fatto che noi oggi usiamo quel materiale come fosse cosa di poco valore, nessuno o pochi lo hanno compreso. Molti lo vedono solamente come un imprenditore che ha fatto i soldi con la plastica. Eppure è proprio lui che professa il valore della conservazione di questo materiale che giustamente considera come l’oro.

Immaginate di vivere 2000 anni fa, cosa sarebbe una bottiglia di plastica? Un patrimonio inestimabile.

Oggi, circondati di benessere e di soluzioni pratiche che ci consentono una vita piena di tempo libero e d’attività intellettuali, tendiamo a disprezzare queste conquiste per due ragioni: 1) non ne comprendiamo il valore in termini economici e di sviluppo sociale; 2) le comprendiamo solo nelle loro qualità negative.

Queste qualità negative tuttavia non sono proprie dell’oggetto in sé ma dell’uso che di esso se ne fa; e l’educazione all’uso, al riuso ed al corretto smaltimento è cosa che è stata ampiamente e volutamente sottovalutata in quanto condotta non consona ad un’idea di consumo e di profitto distruttivo. Questo perché la catena di montaggio richiede un flusso continuo di nuove componenti e il concetto di “riparazione” è come la bestemmia in Chiesa.

Queste riflessioni però non possono essere oggetto di statistica nella logica predatoria di un esperto di marketing o di uno spin-doctor. Si rischia ancora una volta di rendere questioni universali pure e semplici pose teatrali quando non proprio strumenti di propaganda politica. Concettualizzati per una posizione parziale che, conseguentemente, esclude la maggioranza. Ancor peggio, pose di nessun valore concreto che vengono dismesse non appena l’attenzione si rivolge ad altro.

Greta quindi diviene espressione di un’élite politica e sociale, di una determinata cerchia di persone che in lei si rivedono. In questo senso la sua iniziativa è fallimentare, riduttiva e limitata nel tempo oltreché foriera di consensi parziali. È, insomma, una bella confezione e la sua recente presa di posizione di parte politica conferma la mia ipotesi e la rinforza. La trasformerà in un mezzo d’addolcimento mediatico di provvedimenti utili, come già detto sopra, ad un ristretto gruppo di persone che intendono mantenere lo status quo il più a lungo possibile.

L’attenzione invece deve essere posta, con autorevolezza ed imparzialità, in ordine alle possibilità della tecnologia e della ricerca. Non potrà esserci ancora un benessere diffuso senza un massiccio ricorso alla tecnologia, serve quindi uno slancio in avanti in questo senso che sia in grado di forzare le vetuste leggi dell’economia e della finanza.

Per ottenere ciò serve una forma di competizione ideologica. Il mondo globalizzato rischia di non avere competitori se non nelle forme dell’economia dei prezzi; mancando il competitore ideologico. Così viene meno la motivazione. Il disegno quindi è molto più ampio delle nostre ridicole confezioni pseudosociali. Cosa fare? Servono leader con delle visioni di altissimo valore umanistico basate sui concetti primari di compassione e spiritualità che consentano di sublimare la pulsione competitiva.

Ciò significa andare oltre le gabbie e le confezioni che abbiamo ereditato dai nostri passati e che abbiamo ripensato in un presente in cui l’etica non va di pari passo con la tecnologia.