Palloncini, bottiglie, manifestanti, scioperanti e Greta Thunberg

Nella “teoria della casualità del genio” la contemporaneità non ha alcuna competenza, anzi, ne è fiera oppositrice. Era una teoria letteraria, espressa per la prima volta in occidente dalle parole altissime di Dante Alighieri e poi ripresa dalle parole altissime di Giacomo Leopardi.

In tempi pre-marxisti erano sorte voci che, con compassione, avevano colto che i meriti non sono nel sangue ma nelle opere ( = teoria della casualità del genio ). Oggi questo assunto è molto discutibile. In un’era post marxista e post capitalista, nella confusione globale dell’industrialismo che, dopo la prestazione schiavista e colonialista si è avviato ad una lenta, lentissima, scelta di sviluppo, facendo ben conto sulle disparità economiche e finanziarie dei vari paesi del terzo e quarto mondo, si sono creati dei vuoti enormi. Intere classi sociali si sono svuotate e devono essere rimpiazzate o rimpolpate nuovamente.

Per farlo servono scale di valori, tradizioni, usi e costumanze, linguaggi, gerghi, comportamenti, abbigliamento, alimenti, luoghi, ricordi, riferimenti estetici formali, simbologie astratte e terminologie. Serve insomma una confezione nella quale, gruppi omogenei di persone possano ritrovare il proprio nido, la propria sicurezza.

Un tempo remoto queste confezioni erano delle possenti gabbie dalle quali la fuga era quasi impossibile e che avevano la funzione d’affrontare con successo la scarsità dei mezzi di produzione e delle materie prime, la necessità di forza lavoro manuale, le forme energetiche poco efficienti, l’assenza di cure mediche e via dicendo; declinando un mondo atroce in cui nessuno aveva in mente i sani “diritti dell’uomo o del lavoratore”.

Un tempo meno remoto, conquistati gli agi del progresso ma per la limitatezza dei mezzi di comunicazione, queste confezioni erano realizzate in forme artigianali ed il confezionato aveva una concreta sensazione di sentirsi parte della confezione in un contesto “quasi-su-misura”.

Il confezionato si sentiva come un ingranaggio di un ampio meccanismo audacemente rivolto alla conquista di dignità diritti parità giustizia fino alla più totalizzante eguaglianza assoluta, comprendendo in ciò anche quella delle opere e quindi negando ancora una volta la “teoria della casualità del genio”. Oppure il confezionato era parte di un altro ingranaggio, pervicacemente tarato alla soppressione di quelle istanze per un semplice contegno di classe, non certo per il ragionevole assunto della “teoria della casualità del genio”. Una teoria poco ben voluta insomma.

Oggi, la vastità e la potenza dei mezzi d’informazione e divulgazione distribuiscono confezioni a ciclo continuo ed a ognuno di noi è richiesto più o meno brutalmente di adeguarsi ad una di queste.

Greta Thunberg

In realtà, in un mondo che ci conferma ogni giorno che i problemi sono gli stessi per tutti, col rischio che l’umanità colga la sfumatura che “siamo tutti sulla stessa barca”, per perseverare nel dominio del sonno della ragione, è assolutamente indispensabile mantenere delle differenze, costruire quindi delle confezioni alle quali, gruppi omogenei di persone, siano convinti di far parte.

In tal senso oggi più che mai ci sono vicini ad assisterci con scrupolosa professionalità i cosidetti esperti di marketing-comunicazione o più elegantemente detti “spin doctor”. Servono per sostituire il nostro pensiero, per dare forma alle nostre egotiche asserzioni intime ed inespresse, servono a tutti, hanno una funzionalità universale. Consentono al “media” di non essere più tale ma di essere noi, sostituendoci completamente nella nostra presunta abilità di valutare e scegliere.

Il “media” infatti avrebbe etimologicamente una funzione di mezzo. Esso invece è diventato un fine. In lui finiamo coll’indentificarci in una ovvia scorciatoia semplificatrice. Il “media”, abilmente maneggiato dall’esperto, è la nuova confezione della società e sopravvive solamente grazie alla sua abilità nel creare delle differenze. Oggi i “media” creano intere classi sociali.

La difficoltà nell’avere una propria identità, perseguita la maggioranza degli esseri umani. Quest’ossessione nel ricercare una confezione di appartenenza forse non è prova d’intelligenza. Dovremmo essere noi stessi al di là di ogni altra impellenza esteriore; ma ciò è molto difficile. Assumere questa dimensione costa molto caro, è complesso, richiede responsabilità. Ci porrebbe in una dimensione singola e, al contempo, correlata ad ogni altra singola dimensione. Rendendoci soli e singolari, paradossalmente vanificherebbe ogni differenza, liberandoci dalla confezione c’imporrebbe la compassione.

Il concetto veramente rivoluzionario è quello umanista che pone l’uomo al centro. Il singolo uomo come artefice del proprio destino. Se così fosse saremmo tutti consapevoli che il nostro destino dipende da noi singolarmente e dal nostro rapporto col prossimo.

Preferiamo invece cercare delle risposte semplici o già ben predisposte nei loro aspetti linguistici estetico formali. Cerchiamo insomma dei contenitori di risposte, delle confezioni. Non vogliamo nemmeno più sforzarci di sposare un’ideologia. Il bisogno è quello di gratificazione immediata, solubile, a scadenza quotidiana.

piazza del popolo 1 maggio 2019
Piazza del Popolo 1 maggio 2019

In tal contesto nascono queste icone massmediatiche. Hanno la funzione di confezione, utile per trattenere un consenso già da tempo inquadrato dagli esperti, già da tempo strutturato nelle sue componenti. Non importa più la concretezza, la misura della realtà, la quantificazione delle forze in gioco.

In questo quadro dove si collocano le rivalse e dove le risposte? A quale distanza si trovano coloro che chiedono dei cambiamenti dall’effettiva possibilità d’introdurli ed in modo equo?

Domenica scorsa sono andato in spiaggia e non riuscivo a distinguere le conchiglie dalla plastica. È segno che le cose non possono cambiare grazie ad un’operazione di maquillage giornalistico o editoriale. Non basta costruire un personaggio simbolo, o meglio, basta di certo al personaggio stesso che potrà far buon uso in termini economici della propria immagine.

Scordiamoci le rivoluzioni dal basso per questioni così poco comprensibili come l’ambiente o il clima, scordiamoci le buone intenzioni o i buoni propositi. Tuttavia possiamo illuderci, assumendo l’aspetto dell’ambientalista o predicando teorie scientifiche come fossero dogmi religiosi, che sia possibile indurre nella collettività una sorta di consapevolezza. Impossibile perché esiste una forza che ad essa si contrappone annichilendola: il bisogno.

Consumeremo fino all’ultima goccia di petrolio, Greta ha la sola funzione di consolare chi dovrà consumarne meno per consentire a pochi di averne di più. Li consolerà con l’illusione ambientalista pauperista e regressiva. Un’illusione venduta ad arte come una bella confezione in cui molti entreranno felici, mettendo compiacendosi della propria consapevolezza e gratificando il proprio ego; sentendosi, insomma, persone migliori.

Consumeremo fino all’ultima goccia di petrolio, non perché siamo “umani cattivi” ma perché ce lo impone il calcolo matematico, la conseguenzialità logica delle nostre scelte, che sono tutte saldamente correlate ed interdipendenti. L’investimento strutturale per un’economia basata sul petrolio non può essere dismesso prima che sia terminata quella risorsa, perché il capitale investito deve distribuirsi sul maggior numero di anni di utilizzo.

Uno tra i più importanti designer della plastica, Philippe Starck, si rammarica del fatto che noi oggi usiamo quel materiale come fosse cosa di poco valore, nessuno o pochi lo hanno compreso. Molti lo vedono solamente come un imprenditore che ha fatto i soldi con la plastica. Eppure è proprio lui che professa il valore della conservazione di questo materiale che giustamente considera come l’oro.

Immaginate di vivere 2000 anni fa, cosa sarebbe una bottiglia di plastica? Un patrimonio inestimabile.

Oggi, circondati di benessere e di soluzioni pratiche che ci consentono una vita piena di tempo libero e d’attività intellettuali, tendiamo a disprezzare queste conquiste per due ragioni: 1) non ne comprendiamo il valore in termini economici e di sviluppo sociale; 2) le comprendiamo solo nelle loro qualità negative.

Queste qualità negative tuttavia non sono proprie dell’oggetto in sé ma dell’uso che di esso se ne fa; e l’educazione all’uso, al riuso ed al corretto smaltimento è cosa che è stata ampiamente e volutamente sottovalutata in quanto condotta non consona ad un’idea di consumo e di profitto distruttivo. Questo perché la catena di montaggio richiede un flusso continuo di nuove componenti e il concetto di “riparazione” è come la bestemmia in Chiesa.

Queste riflessioni però non possono essere oggetto di statistica nella logica predatoria di un esperto di marketing o di uno spin-doctor. Si rischia ancora una volta di rendere questioni universali pure e semplici pose teatrali quando non proprio strumenti di propaganda politica. Concettualizzati per una posizione parziale che, conseguentemente, esclude la maggioranza. Ancor peggio, pose di nessun valore concreto che vengono dismesse non appena l’attenzione si rivolge ad altro.

Greta quindi diviene espressione di un’élite politica e sociale, di una determinata cerchia di persone che in lei si rivedono. In questo senso la sua iniziativa è fallimentare, riduttiva e limitata nel tempo oltreché foriera di consensi parziali. È, insomma, una bella confezione e la sua recente presa di posizione di parte politica conferma la mia ipotesi e la rinforza. La trasformerà in un mezzo d’addolcimento mediatico di provvedimenti utili, come già detto sopra, ad un ristretto gruppo di persone che intendono mantenere lo status quo il più a lungo possibile.

L’attenzione invece deve essere posta, con autorevolezza ed imparzialità, in ordine alle possibilità della tecnologia e della ricerca. Non potrà esserci ancora un benessere diffuso senza un massiccio ricorso alla tecnologia, serve quindi uno slancio in avanti in questo senso che sia in grado di forzare le vetuste leggi dell’economia e della finanza.

Per ottenere ciò serve una forma di competizione ideologica. Il mondo globalizzato rischia di non avere competitori se non nelle forme dell’economia dei prezzi; mancando il competitore ideologico. Così viene meno la motivazione. Il disegno quindi è molto più ampio delle nostre ridicole confezioni pseudosociali. Cosa fare? Servono leader con delle visioni di altissimo valore umanistico basate sui concetti primari di compassione e spiritualità che consentano di sublimare la pulsione competitiva.

Ciò significa andare oltre le gabbie e le confezioni che abbiamo ereditato dai nostri passati e che abbiamo ripensato in un presente in cui l’etica non va di pari passo con la tecnologia.

manifestazioni

Coraggio, libertà, ideali

In Italia è fortissima la faziosità politica. Tuttavia qualsiasi movimento o partito politico o gruppo associato per degli ideali positivi dovrebbe essere fieramente schierato contro, la corruzione, la rapina, la truffa, la mafia, la camorra, la n’drangheta… In una parola: la malavita.

Questi dovrebbero essere valori assolutamente condivisi da quei gruppi che intendono realizzare un programma politico. I rischi del mondo contemporaneo infatti, sono tutti innescati nelle organizzazioni criminali. Esse possono pervadere le istituzioni e i centri di potere, determinando danni incalcolabili ai beni della collettività, alla salute, all’amministrazione della giustizia, alla sicurezza, fino a distruggere le basi fondanti il sistema democratico causando quindi la morte del diritto.

manifestazioni

Mi riferisco ai gruppi appartenenti a vari schieramenti di ciò che ancora oggi definiamo destra e sinistra, che intendono interpretarne gli aspetti più estremi. Entrambi questi macrogruppi si organizzano nei cosidetti “centri sociali”, in locali al coperto ottenuti per vie lecite o illecite. Tuttavia le modalità sono spesso illecite e prendono la forma della “occupazione”. Occupazione: termine gergale ereditato dai tempi della contestazione, ancora caro ai nostalgici di quel momento breve ma significativo, che intende giustificare la necessità dell’atto illecito per il fine più alto della realizzazione dell’ideologia fondante.

manifestanti

Il ruolo che hanno questi “centri sociali” è quello di riunire in un contesto d’omogeneità ideologica gli abitanti d’una zona del territorio e, quindi, di diffondere appunto quelle ideologie fondanti affinché si radichino in esso. In particolare le modalità assumono la forma della creazione di momenti d’aggregazione condivisione e strutturazione d’idee valori intenzioni obiettivi; tale modalità d’azione arriva ad essere molto pervasiva fino alla fornitura di servizi d’assistenza alle persone più deboli.

In particolare questi gruppi riscontrano successo nella parte più giovane e fragile della popolazione, che cerca in essi la possibilità di dare forma alla propria identità e scala di valori con la forza dell’appartenenza e della polemica. O addirittura cerca in essi un’opportunità per crescere in qualità di leader ideologico-politico.

manifestanti

Tuttavia quali responsabilità s’assumono questi centri d’aggregazione e di diffusione d’idee ed ideologie? Su quali basi sono creati e sostenuti questi luoghi in cui una parte della popolazione ed in particolare la più giovane, trovano riparo?

Pare che nella polarizzazione delle due parti, oggi ancora basata su un’improbabile lotta di classe, non vi sia spazio per alcun valore comune. Questo è fortemente sospetto, perché ormai quasi due secoli di progresso socio-politico dovrebbero aver smussato certe spigolature.

Ecco che qui si pone il problema della malavita, intesa come l’insieme delle molteplici e fantasiose vie che gli uomini hanno scelto per rendersi la vita un inferno. Come ben dice anche l’etimo della parola “mala-vita”.

Nella complessità contemporanea l’esistenza di luoghi d’aggregazione pubblica con fini politico-sociali in cui si stabilisca che, per il fine ideologico, sia necessario violare le leggi, è devastante. 

I risultati sono facilmente verificabili nei fatti. Queste realtà non agiscono per mettere al margine i comportamenti illeciti e la violazione delle leggi scritte e non scritte della civile convivenza e dei principi fondamentali che regolano i rapporti tra le persone.

Essi pongono alla base del loro operato la faziosità, la violenza ostentata e praticata, tra loro e, ancor peggio, contro le istituzioni e chi è chiamato a mantenere l’ordine.

Alcuni potranno affermare che, essendo le istituzioni le prime a non rispettare leggi o principi, questi gruppi siano moralmente autorizzati ad opporre a tali violazioni altre violazioni.

Niente di più sbagliato e qui non si tratta di teorizzare un principio pacifista o non-violento. Si tratta di logica e coerenza cognitiva. Un concetto che dovrebbe essere alla base delle società civili.

La mia personale esperienza con appartenenti a questi gruppi è sempre stata negativa e fonte di preoccupata riflessione. Costoro non prediligono il dialogo ma l’azione violenta. I loro spazi di ritrovo sono nettamente caratterizzati da simbologie esclusive, loghi di potere antico e moderno, schiaccianti simbologie che referenziano logiche d’appartenenza incondizionata. Le similitudini si possono fare solamente con le affiliazioni ai clan delle organizzazioni criminali.

In questi contesti non crescono le idee ma si costituiscono consensi attorno ad uno o più capi. L’obiettivo non è più ideale ma è quello di conservare l’equilibrio di potere. Divengono comitati d’opportunità.

Un grave esempio pratico di ciò è osservabile oggi nella realtà della periferia di Roma. Come mai questi gruppi non si sono universalmente e trasversalmente coalizzati contro la dilagante oppressione mafiosa?

Come mai anche in altre realtà nazionali ( Campania, Sicilia, Calabria ) non è stata intrapresa questa concreta azione per contrastare sul nascere i fenomeni di criminalità organizzata?

Eppure questi gruppi sono radicati nei territori, ne respirano intimamente i drammi. Avrebbero tutti gli strumenti per scardinare, non le azioni criminali in sé ma la subcultura criminale e quella maglia fitta di paura omertà connivenza opportunità indifferenza che irretisce e sottomette, rendendo consapevolmente o meno complici e trasformando quartieri, sobborghi, frazioni, comuni, in cittadelle della malversazione.

Il servizio che i “centri sociali” potrebbero offrire sarebbe molto prezioso e formativo; oltre che imporre ad essi di scendere dal piedistallo delle ideologie astratte e d’emanciparsi da facili strumentalizzazioni, riuscendo a trovare un terreno comune d’azione per rendere migliore la vita quotidiana.

Ora io non sono a conoscenza di ogni realtà dei “centri sociali” e presumo che qualcuno si sia posta la mia stessa domanda e magari agisca proprio in quella direzione.

Quello che verifico è questa generale mancanza d’unitarietà di principio. Non comprendo questa faziosità che sostanzialmente mi pare volta più a distrarre e a dividere che a concentrare positivamente le forze del nostro paese.

spazzolino da denti

lo spazzolino da denti: plastica in esubero!

Una mattina, mentre ero dedito alla regolare igiene orale mi sono fatto i cosiddetti conti della serva. In europa siamo 500 milioni di abitanti che ( si spera ) tre volte al giorno si lavano i denti. Ogni tre mesi circa 500 milioni di persone gettano via lo spazzolino e ne comprano uno nuovo.

Quindi significa che in un anno, solamente in Europa vengono consumati circa 2 miliardi di spazzolini. Ogni spazzolino, così come è indicato nell’immagine qui sotto, è realizzato in materiale plastico derivato dalla raffinazione del petrolio, il nostro caro vecchio petrolio.

spazzolino da denti
spazzolino da denti nelle sue part

Lo spazzolino ha un peso complessivo che varia tra i dieci e i quindici grammi. Se lo volessimo separare nelle sue due componenti principali, lo spazzolino da denti è composto da un manico e da una testa.

Il manico serve all’utilizzatore per maneggiare con destrezza la testa all’interno del cavo orale al fine di effettuare la pulizia dello stesso nella maniera più accurata possibile. Sostanzialmente il manico non va incontro ad alcun logorio nel corso del tempo.

La testa, invece, è sottoposta a pesanti sollecitazioni ed al contatto d’attrito con lo smalto dei denti che è uno dei composti più resistenti del mondo organico.

Infatti ogni tre mesi la testa dello spazzolino è da buttare; ma il manico rimane bello nuovo e lucido.

Quindi cosa accade?
Che ogni tre mesi gli abitanti dell’Europa gettano nel cestino uno strumento che è ancora perfettamente in grado di svolgere il suo compito: il manico dello spazzolino da denti.

Il manico dello spazzolino pesa tra gli 8 e i 10 grammi.

Alla fine di ogni anno tra le 16 mila e le 20 mila tonnellate di plastica vengono gettate nel cestino quando potrebbero tranqullamente rimanere sui lavandini dei cari amici europei.

Che fare?

Se il Parlamento Europeo facesse una legge che mette al bando gli spazzolini da denti composti da un solo pezzo ed obbligasse le fabbriche a costruire uno standard di aggancio a baionetta delle teste degli spazzolini da denti in modo tale da poter sostituire solamente quelle e da non gettare i manici; ogni anno si ridurrebbero i rifiuti di plastica di circa 16 mila tonnellate.

Montanari docet

tomaso montanari

Cito il testo dell’immagine qui sopra:
“Un sistema di società commerciali, curatori seriali, assessori senza bussola e direttori di musei asserviti alla politica sforna a getto continuo mostre di cassetta, culturalmente irrilevanti e pericolose per le opere.
E’ ora di sviluppare anticopri intellettuali, ricominciare a fare mostre serie, riscoprire il territorio italiano.”
Mi sembra uno sproloquio.

Rispondo:
le società commerciali sono quelle che per decenni hanno sponsorizzato la diffusione della cultura in questo paese. Gli imprenditori sono quelli che hanno comprato le opere degli artisti. Qui pare si vogliano demonizzare.

La locuzione “curatori seriali” è priva di significato, come anche la locuzione “assessori senza bussola” che altrimenti potrebbe essere un indizio della non appartenenza politica; ma subito si vuole demonizzare pure quella con la locuzione “direttori di musei asserviti alla politica”.

Sfornare a getto continuo mostre di cassetta significa avere enorme successo di pubblico e di contenuti; quindi anche qui è incomprensibile l’atto di demonizzazione.

L’irrilevanza culturale è un giudizio parziale assolutamente privo di fondamento e contraddittorio con la seguente locuzione: “pericolose per le opere”. Infatti se si tratta di mostre culturalmente irrilevanti significa che si tratta di opere culturalmente irrilevanti, in tal senso quale pericolo correrebbero?

La locuzione “sviluppare anticorpi” è un chiaro occhiolino al linguaggio pseudo-politico dei centri sociali, la parola “serie” invece pare strizzare l’occhio alla democrazia cristiana o ai ciellini. Riscoprire il territorio italiano invece è un ossequio al populismo.

Bravo Montanari che cerca supporto!! Ti sei perso la Boldrini eh?

isolani senza humor

Eh, niente… A certi veneziani non piace la satira ( la chiamano goliardia… ). O meglio: piace quando sono gli altri oggetto del loro dileggio.
Un gruppo di presunta satira veneziana ( non faccio il nome per evitare di far pubblicità ) mi banna perché faccio vignette sui veneziani che corrono coi motoscafi ( causando disgrazie ). Eh, non si fa!!
Oggi sabato 19 gennaio 2019 un post del gruppo lamenta che facebook cancelli dal gruppo le persone che non vi partecipano.

Intervengo ribadendo quanto accaduto tempo addietro circa la censura dei miei interventi nel gruppo e vengo quindi bannato. Che assurdità!!! Si lamentano di facebook e poi bannano chi contribuisce con la satira ad un gruppo di satira!!!

Ma non solo, cancellano tutti i miei commenti al post… Incredibile! Si sono spaventati?? Credevano che avessi intenzioni malevoli nei loro confronti? Che mettessi in crisi il loro orticello?

La satira a Venezia è ammessa solo contro chi ci viene come turista. I veneziani sono intoccabili e se protesti scatta il ban. Bea gente!! Scoasse, altro che Goldon.

La storia inizia un paio di mesi fa quando, per puro spirito di satira, pubblico una foto di motoscafi che in laguna sfrecciano in planata mettendo a rischio la vita delle persone. Scrivo anche un articolo ( non di satira ) sull’argomento eccolo qui:
http://www.nicolaeremita.it/padroni-della-laguna-di-venezia/

Pubblico la vignetta in alcuni gruppi veneziani tra i quali quelli di satira di goldoni o roba simile. La vignetta viene cancellata. Mi chiedo per quale motivo?

Ecco le risposte: come vedete questi signori che farebbero satira, l’ammettono solamente nei confronti dei turisti e degli stranieri. Non è ammissibile far satira verso gli stessi veneziani che spesso assumono comportamenti molto stupidi e pericolosi causando anche la morte del prossimo.

spot dolce e gabbana

Sullo spot Dolce & Gabbana

Facendo ammenda devo dichiarare che seguo con drammatica distrazione i fatti della cronaca. Ho saputo solo ieri della vicenda dello spot Dolce&Gabbana. Ho seguito sui social network le svariate contumelie e le esternazioni di molte persone.

spot dolce e gabbana
spot dolce e gabbana pizza

Ho riflettuto ed ascoltato lo spot in lingua originale, poi ho ascoltato la traduzione dal canale youtube di Barbaroffa che alla fine dell’articolo allego come link.

Temo che qui si sia verificata un’inversione di tendenza; un fenomeno che forse pochi o nessun intellettuale ha compreso nelle sue svariate sfumature; che sicuramente potrebbero interessare un sociologo o un antropologo. Qui cercherò d’illustrarne i contorni che ho, con una certa difficoltà, cercato di delineare.

Barbaroffa espone una visione da esperto della cultura orientale, o, quanto meno, dal punto di vista di chi conosce in senso generale la mentalità del cinese; e dichiara, con sicurezza, che il messaggio dello spot sia stato mal costruito mal indirizzato e, quindi, malamente compreso o meglio, considerato apertamente come una derisione, un’umiliazione o uno svilimento della millenaria cultura cinese.

Io dico: “Eh la Madonna!”.

Non avrei mai pensato che un banale spot pubblicitario debba pesare le millenarie culture dei popoli e le sensibilità delicatissime di 3 o 4 miliardi di persone o dei loro solidissimi governanti; e qui, forse, sta il punto.

Visionando lo spot con leggerezza si ha l’impressione della solita semplice, banale, provocazione; realizzata con strumenti in apparenza grossolani: la solita bella ragazza, un contesto orientaleggiante, un testo banalissimo e volutamente “paternalistico”, le pietanze italiane che si susseguono. La solita vecchia storia del mangiare con le bacchette dei cibi non adatti a quegli strumenti.

Tuttavia, per un esperto d’arte contemporanea, lo spot merita maggiore attenzione. In particolare le pietanze: sono un evidente “fuori contesto” perché non hanno nulla a che fare con l’oggetto del messaggio che è l’alta moda; esse sono esagerate nelle dimensioni, con ovvio intento ironico-caricaturale. Qui è la cucina italiana che viene degradata ad una visione oleografica e stereotipata; una cucina di “roba grossa” “grezza”, che si pone in contrasto con la delicata eleganza della ragazza orientale la quale non è per nulla passiva ma tutt’altro, partecipa divertita al gioco che le viene proposto. Un gioco! Accidenti! È pubblicità!!

Il contrasto che si propone è sottile, il messaggio non è banale e tantomeno diretto: si pone la sfacciata moda italiana, col suo passato ed il suo presente di eccessi e di barocchismi, incarnata in pietanze tipiche, al cospetto della sottile, raffinata, elegante e decisamente positiva sensibilità degli orientali. Costoro infatti sono rappresentati da una ragazza giovane carina sorridente complice e simpatica; che non ha alcun comportamento passivo o sottomesso ma è solamente divertita dal gioco che le viene proposto e non imposto.

Qui nessuno ha capito nulla; in particolare coloro che hanno analizzato i fatti come sono accaduti e si sono precipitati in giudizi sommari.

Se fossimo ai tempi anteriori ai social network potremmo anche tranquillamente infischiarcene di chi non ha capito. Il messaggio sarebbe veicolato con mezzi unidirezionali verso il vasto pubblico ma con l’intento di raggiungere solamente una minima parte di esso; coloro che hanno il reddito adeguato ad acquistare Dolce&Gabbana. Quella parte di popolazione che vede nella moda italiana un modello di riferimento, magari che ha già introiettato quei concetti di globalità tanto cari alle classi dirigenti occidentali. Gli altri seguiranno. La massa acquisterà Dolce&Gabbana per emulazione. Acquisterà un pezzettino di quel mondo irraggiungibile per credere di farne parte. Rivedrà nella propria mente quelle immagini esagerate della reclame; quelle immagini volutamente sopra le righe, eccessive e prorompenti, parossisticamente provocatorie che faranno credere di essere al centro di una vita speciale.

spot dolce e gabbana
spot dolce e gabbana cannolo

I tempi però sono cambiati e la comunicazione deve tener sempre in conto la bidirezionalità, il feedback, quindi il consenso; che non è più limitato al potenziale cliente ma è “comunicazione globale” nella quale tutti i consumatori; ma più generalmente, tutti gli spettatori, possono interagire. Lo spot di Dolce&Gabbana è arrivato a chiunque e chiunque ha potuto scatenare contro di esso le proprie intime frustrazioni e misurarlo col proprio personale e ristretto punto di vista; e ciò che in una popolazione è globale non potrà mai essere in grado di cogliere le sfumature o i sottili riferimenti. Ciò che è globale tenderà a cogliere simboli e significati grezzi dozzinali superficiali e riferiti alla più cocente attualità, senza alcun tipo di elaborazione o di riflessione, senza alcuna differenziazione.

Tale processo inoltre avrà la caratteristica d’autoalimentarsi e di assumere l’effetto di una reazione a catena attirando a sé solamente una sempre maggiore reiterazione. Diventando una valanga ingovernabile che spazzerà via qualsiasi intento di dare le opportune valide e sensate spiegazioni. Questa valanga avrà quindi la potenza di coinvolgere persino i governanti i quali, seppur indifferenti al contesto pubblicitario, dovranno, per ovvie ragioni, dar conto al consenso della pubblica opinione.

Domenico Dolce e Stefano Gabbana non sono stati tratti in inganno e non hanno in nessun modo dimostrato di non essere consapevoli di questa realtà. Il loro non è assolutamente stato un errore di comunicazione. Hanno semplicemente ricevuto la definitiva e concreta risposta di un interlocutore sbagliato.

spot dolce e gabbana
spot dolce e gabbana spaghetti

Sì, esatto, in questa vicenda lo sbaglio lo fa l’interlocutore. Perché non comprende che Dolce&Gabbana, col loro spot tanto desiderato e mandato in onda contro il parere dei manager, hanno inteso realizzare ciò che ha l’ambizione dell’opera d’arte. Ovvio, non possiamo pretendere, dopo quello che si è scritto sopra, che l’interlocutore sia consapevole di questo suo sbaglio.

Quando la comunicazione era unidirezionale la reclame poteva provocare e non produceva le conseguenze odierne; magari qualche articolo di giornale, un poco di brontolii ma tutto portava infine l’acqua al mulino della ditta: fama, gloria, attenzioni, vendite, profitti. Un circolo “virtuoso” che per decenni ha convinto sempre più le grandi firme, in particolare i colossi dell’alta moda, che il loro mestiere sia più attinente all’arte che all’artigianato. La moda è diventata una “forma artistica di comunicazione” solamente perché lancia strali ad un largo pubblico privo della benché minima possibilità di reazione strutturata ed efficace.

Insomma, finché il pubblico non esisteva tutto bene. Del resto è come per l’arte pura. L’arte si rivolge sempre ad un’élite, non dialoga con le masse. Sarebbe impossibile, altrimenti, alcuna innovazione e, soprattutto, alcuna drastica dissacrazione o blasfemia o rivoluzione; mentre sappiamo bene che l’arte si rinnova spesso grazie a queste qualità.

Questo perché le masse non sono propense al cambiamento per loro intrinseca natura; inoltre non sono in grado di cogliere aspetti di sintonia “fine” come la satira o il sarcasmo, soprattutto perché spesso sono fuori contesto; e l’arte ha, tra le sue grandi doti, proprio il pregio di rappresentare “fuori contesto”, al fine di riportare ogni cosa in un ambito astratto ed ideale. Lo spot, mettendo al centro della scena del cibo, attua un “fuori contesto” esemplare che, nella sua leggera banalità, cerca di strizzare l’occhio alla massa, divenendo indigesto pure all’élite.

Impossibile, quindi, poter ancora giocare la pedina dell’arte nella scacchiera del mondo contemporaneo, centrando un “fuori contesto” come l’alta moda con uno spot artisticamente perfetto ( in questo caso il fuori contesto sarebbe appunto l’arte utilizzata come mezzo di comunicazione per l’alta moda ). È praticamente un suicidio; ma è, finalmente, un modo per dei bravissimi artigiani e stilisti, di sperimentare quanto sia duro e spietato il reale mondo dell’arte; dove la cosa più comune è non venir capiti.

spot dolce e gabbana
spot dolce e gabbana

Dolce&Gabbana hanno voluto aspirare all’essere artisti e lo hanno fatto con sincera onestà e rischiando parecchio. Producendo questo spot, secondo me, hanno fatto un omaggio all’arte contemporanea in un suo particolare aspetto di provocazione innocua e conformista, come va molto adesso nei musei e nelle gallerie, spesso sponsorizzate dalle stesse case di moda.

Quello che hanno profondamente sbagliato è stato l’aver voluto fare gli artisti senza tener conto delle possibili catastrofiche conseguenze in termini di affari. Perché dietro la loro firma vi sono migliaia di persone che lavorano, d’investitori, di fornitori. Un vero e proprio mondo, che con questa uscita artistica, ha rischiato d’incrinarsi o addirittura di crollare. Si perché i margini sono strettissimi per molti e basta veramente poco per perdere tutto.

L’artista invece rischia di suo e basta. Rischia perché si dedica alla sua arte invece di trovarsi un lavoro; rischia perché magari intraprende percorsi complessi e poco “commerciali”; ma rischia di suo, al più mette in difficoltà amici e parenti. In tal senso tuttavia l’artista ha la reale possibilità di essere più libero e, magari, più concretamente artista.

Questo, purtroppo, Dolce&Gabbana non possono permetterselo, per un semplice senso di responsabilità verso una moltitudine di persone che non hanno sposato una “causa artistica” ma, semplicemente hanno inteso mettere a frutto le loro sudate professionalità per construire una esistenza e, magari, conseguire la felicità o la realizzazione.

Queste sono le conseguenze della comunicazione globale e le sue pessime ricadute sulla possibilità di utilizzare i mass media per trasmettere un messaggio “artistico”. Meglio coltivare l’interesse per le arti nel proprio privato. Il rischio è solo personale.

Link al video di Barbaroffa:

delta po spiaggia

Circa la Laguna di Venezia e la costa adriatica.

Avete mai immaginato l’estetica originaria delle lingue di terra della Laguna di Venezia ed in generale della costa adriatica?

Coperte di alberi e d’intricata boscaglia, con le spiagge completamente inaccessibili a causa di stratificazioni di residui vegetali avvenute nel corso dei millenni.

mesola
bosco della Mesola, presso il delta del Po

Tartarughe che periodicamente vengono a depositare le uova, falchi, assiuoli e altra fauna selvaggia. Avete mai immaginato tutta la costa adriatica del passato?

Un’interminabile

fitta foresta che si apre su lunghe spiagge trasformandosi lentamente, nella qualità e nella densità, fino alla punta estrema della Puglia.

Sono scenari ormai consegnati alla mitologia ma che, solo ai tempi del medioevo, pochi secoli fa, un istante nella scala temporale generale, erano una realtà.

Era un territorio di confine tra il clima temperato e quello subtropicale; il massimo della variabilità climatica con estati calde ed inverni brevi ma freddi a causa delle correnti continentali provenienti dall’est europa, anche se temperati dalla presenza di un mare caldo e basso come l’Adriatico. Insomma era un vero paradiso in terra.

Oggi ormai sfumato, ricoperto dall’incessante opera dell’uomo per il proprio ( sacrosanto ) benessere.

Eppure riuscire ad immaginare quel selvatico passato può renderci più consapevoli della bellezza della laguna ma anche dell’intera costa adriatica, che sia quella rocciosa croata o quella sabbiosa italiana. Quest’ultima di certo più suggestiva e languida nel lontano passato, quella invece ancor’oggi selvaggia ed aspra.

Ancora alla fine del secolo XVIII i veneziani cacciavano orsi e lupi nel territorio adiacente alla Laguna che oggi ha nome Marghera. L’intero territorio degli appennini italiani, in buona parte costituiti da argille intrise d’acqua e tenere arenarie, era una vasta e fitta foresta di querce aceri carpini farnie frassini olmi tigli. La pianura un’initerrotta sequela di siepi e platani noccioli carnioli sambuchi robinie cipressi corbezzoli lecci pini marittimi sugheri. Nessuna agricoltura, nessuna industria, solamente una variegata tavolozza di tonalità di verde.

Durante gli inverni, fino alle coste, voluminose nevicate, portate dai venti dell’est, coprivano ogni cosa, preparando la fioritura primaverile. Nel mare, fino alle spiagge, erano visibili grandi popolazioni di esseri, dai cavallucci marini agli sgombri, dalle razze ai cannolicchi, in quantità notevole, grazie ad un mare basso piccolo, temperato e ricco di nutrienti portati dai fiumi italiani e croati.

delta po spiaggia
Delta del Po, spiagge adriatiche

In questo paradiso iniziarono ad apparire i sottili ed erratici sentieri  preromani che divennero poi i sentieri dei soldati romani e poi le razionali strade romane. Strade di pietra, che ebbero il tempo di fregiarsi di profondi solchi procurati da secoli di passaggi di carri dalle ruote di legno e bronzo e poi ferro. Queste strade viaggiavano per lo più tra boschi foreste siepi fino all’ingresso di piccoli villaggi di legno, o di accampamenti ( castrum ) militari, o di vere città di pietra e mattoni. Ogni cosa però, isolata nella natura incombente e fiera, tenebrosa ed infida, che rendeva ad ogni distanza una dignità nobiliare.

Fu questa ciclopica piana alluvionale, che da Torino si snoda ben oltre la battigia adriatica, a decretare la fine di quel paradiso. La pianura favorisce l’insediamento umano ed i suoi traffici. Osservatela oggi dalle immagini dei satelliti; luminosa come il Belgio. Una sequenza continua di case strade opifici capannoni ed infrastrutture. Del passato non solo manca il ricordo ma anche la cognizione. Si potrebbe affermare che non vi fu un “prima”; che questo territorio fosse un foglio bianco sul quale, di diritto, l’uomo avesse l’incarico di disegnare il proprio destino.

Non è così, se vogliamo, con la nostra immaginazione, possiamo ripercorrere i tanti passati che si sono stratificati e rivederli nella nostra mente. L’informazione, il sapere, la tecnologia sono grandi supporti a questo nostro viaggio; ma non sono sufficienti senza l’immaginazione. Questo seme, se fiorisse in noi, potrebbe motivarci per ridare parzialmente vita a quei passati. Piccoli esempi vi sono già lungo le coste; altri potrebbero sorgere in futuro; ma il nostro più importante compito è quello di proteggere oggi ciò che è sopravvissuto.

Sì, il territorio italiano era un magnifico paradiso naturale divenuto anche un paradiso artistico. Oggi di questi aspetti si rumoreggia senza alcuna visione poetica, si polemizza senza alcuna prospettiva visionaria; non c’è la “sana follia” e quindi non c’è l’immaginazione. L’Italiano ha perso molta strada sul campo dell’arte e della cultura; si è perso in tante miserie che forse hanno radici profonde in un senso comune “latino”. Ha perso la razionalità dell’antica roma, la praticità delle signorie toscane, la lungimiranza della repubblica veneziana, il senso della grazia delle nobiltà ecclesiastiche. Tutto dimenticato. Un’identità fatta di mille diverse identità è stata storpiata da una stravagante volontà livellatrice, guidata dal progresso senza sviluppo, dall’industrialismo senza società. Abbiamo perso infiniti mondi per averne uno solo; ma abbiamo ancora un vastissimo patrimonio di differenze immense. Siate folli, ebbe a dire un controverso genio americano. Ebbene sì, serve proprio la follia, la sana follia che fa intraprendere strade che possono sembrare dure ed improbabili ma che, nel tempo, portano all’eden.

La democrazia mercificata

La democrazia non è solo la possibilità di votare un rappresentante politico che promuova istanze di un certo gruppo di persone, accomunate da alcune idee. La democrazia è un complesso insieme d’istituti e organismi che esercitano precise funzioni atte a consentire alla più larga fascia di popolazione l’accesso ai diritti e l’assolvimento dei doveri.

I diritti e i doveri sono quindi regolati da usi regolamenti e leggi che devono rispecchiare i principi fondanti le democrazie moderne.

Se usi regolamenti e leggi sono alla mercé di scambi economici o di interessi finanziari, abbiamo soggiogato dei principi fondamentali ed indisponibili al capriccio di obiettivi di minoranze e questi obiettivi è fatale che non possano corrispondere al bene comune.

La trattativa Stato-mafia ne è un esempio; o la pretesa cessione di sovranità che qualche tempo fa auspicava un Primo Ministro accarezzatore di barboncini. Oppure quella che, sempre più, si presenta come la trasformazione del territorio nazionale in un centro di accoglienza per ondate migratorie illegali in cambio di presunta benevolenza europea; mentre almeno 250mila italiani emigrano.

Ci sono troppe contraddizioni in questo modo d’interpretare la democrazia. Troppe forzature del diritto, oltre che di quel buonsenso del buon padre di famiglia che pretende responsabilità da tutti e premia e tutela chi dimostra impegno nel lavoro e nei sacrifici.

Stalin deportava gruppi etnici nella sua Unione Sovietica, al fine di sedare culture locali non troppo avvezze alla sottomissione. Perché quando si spostano gruppi etnici non si spostano solo persone ma anche idee ideologie convinzioni etiche e religiose.

In quanti modi dobbiamo e possiamo interpretare questa migrazione contemporanea?

Una superpotenza mondiale come l’Europa che resta inerme salvo consegnare tutto a qualche ong?

Difficile che sia una mera fuga dalla miseria considerando che non si tratta di viaggi organizzati dai governi ma di odissee a pagamento sotto l’egida di criminali sanguinari e spietati.

Potrebbe essere un’intenzione voluta e programmata come dicono alcuni.

Penso che ciò che importi invece sia la pretesa che in ogni aspetto di questa oscura vicenda la parola sia solo del diritto nazionale ed internazionale; perché quello è la base che i popoli europei si sono guadagnati in secoli di guerre soprusi dittature sterminii.

Una deriva da ciò sarà segno del fatto che la democrazia, così come l’abbiamo voluta e sofferta, da troppo tempo è messa sulla piazza del mercato a disposizione del miglior offerente.

ai lav Laura Boldrini

Dopo i recenti fatti che hanno visto Laura Boldrini victim di ferocious attacks da parte di potentati di casalinghe poco istruite ed artigiani evasori dalle mani sporche, la dignità ed il rispetto che ispira la figura di codesta rappresentante del Governo Italiano mi impone questa riflessione e questo auspicio.

laura boldrini
Laura Boldrini

Il Centro Destra; ma che dico! anche il Centro Sinistra; ma che dico! L’intero arco parlamentare dovrebbe adottare Laura Boldrini, darle dei premi, invitarla a convegni, farla parlare liberamente il più possibile. Senza alcun contraddittorio, darle possibilità di dirla tutta; offrirle le più ampie possibilità di ascolto da parte del più vasto pubblico. Il Centro Destra; ma che dico! Anche il Centro Sinistra; ma che dico! L’intero arco parlamentare dovrebbe consentire che si eserciti quest’operazione trasparenza e libertà. Date spazio a Laura Boldrini!

Si dovrebbe offrirle un canale televisivo dedicato, una rubrica su tutte le reti nazionali agli orari migliori; anche le radio dovrebbero contribuire. Darle l’opportunità di dire la propria su tutto: dalla politica estera ai pannolini, dalla spesa militare alla sanità fino alle licenze di caccia/pesca a quando sia il momento migliore per concepire un figlio. Si dovrebbe farle condurre show e quiz; farle condurre programmi d’opinione. Si dovrebbero coprire con la sua immagine e i suoi consigli, tutti gli orari dei palinsesti televisivi nazionali e, se possibile anche con rai sat.
Ovviamente dovrebbe essere ospite fisso di tutte le rubriche televisive quali: “la vita in diretta”; “domenica in”; “porta a porta”; “ballarò”; “matrix”; “che tempo che fa”; “in onda”; “di martedì”; “quinta colonna”; “pomeriggio cinque”; “annozero”; “uomini e donne”; “bontà loro”; “David Letterman”; “omnibus”; “l’infedele”; “Larry King live” eccetera.

laura boldrini
Laura Boldrini

In caso di sovrapposizione di orari Laura Boldrini avrà diritto ad inviare una sosia certificata per sopperire alla propria assenza.

Laura Boldrini dovrebbe essere di diritto, membro di tutte le commissioni per assegnazione di premi letterari, artistici, scientifici nazionali ed internazionali. L’Italia intera dovrebbe proporla come membro onorario di tutti i comitati nazionali ed internazionali per l’assegnazione di borse di studio e di ricerca oltre che del comitato per il Nobel. Scontata dovrebbe essere la candidatura per il premio Nobel per la Pace 2018.

Non si dovrebbero trascurare anche i manifesti; dovrebbero esserci manifesti con i suoi migliori aforismi sparsi per tutto il territorio nazionale; non si dovrebbe trascurare nemmeno la Svizzera italiana e ancor meno i nostri connazionali all’estero, loro dovrebbero ricevere un bollettino con tutti gli aggiornamenti sugli orari delle trasmissioni e gli estratti degli articoli apparsi sui giornali.
Il mio sincero desiderio sarebbe quello che, per i prossimi vent’anni, non si parli di altro che di Laura Boldrini e delle sue idee, delle sue esternazioni, dei suoi consigli delle sue convinzioni e ideali.

laura boldrini
Laura Boldrini

Vorrei che le scuole dell’obbligo pubbliche e private avessero un’ora alla settimana di lezione dedicata allo studio della figura e delle opere di Laura Boldrini, anche senza tralasciare la sua biografia e la storia della sua famiglia le sue origini i suoi studi. Lo Stato Italiano dovrebbe assumere una cinquantina di esperti agiografi per tramandare nel tempo la parola di Laura Boldrini affinché non sia dimenticata per almeno 1000 anni e più.
Gli artisti più “correct” dovrebbero ricevere commesse per la realizzazione di mezzi busti e corpi interi di Laura Boldrini da recapitare a tutti gli uffici di tutte le aziende pubbliche e private ed una statua di Laura Boldrini dovrebbe essere installata avanti a tutti i caselli autostradali d’Italia oltre che nelle stazioni ferroviarie metropolitane e negli aeroporti. Una targa di bronzo con il volto di Laura Boldrini dovrebbe essere installata in ogni fermata di autobus. Ovviamente questi lavori artistici dovrebbero essere realizzati gratis o a spese degli artisti stessi i quali dovrebbero gioire nella pubblica piazza per aver avuto l’onore di celebrare cotanto prestigio.

Le università ed i centri di ricerca internazionali dovrebbero istituire dei seminari per l’analisi e la divulgazione delle opere e delle parole di Laura Boldrini, corsi di laurea dovrebbero essere creati specificamente per Laura Boldrini, ci si dovrebbe poter laureare in “Laura Boldrini”.

Credo sia tutto… ai lav Boldrini!

infamie sudamericane

Pubblico qui, il link a questo ABOMINEVOLE articoletto che infanga la memoria di Piazzola Pugliese Yupanqui e Borges.

piazzolla pugliese yupanqui borgesQuesto articoletto non tiene in alcun conto della storia moderna dell’Argentina, delle decine di golpe che si susseguirono, della politica familista di Peron.
Dal mediocre pezzo di basso giornalismo-gossip, pare che, prima del golpe, l’Argentina fosse un paradiso democratico e, dopo il golpe, fosse calata la notte.
Assurdo, antistorico, demenziale!
Gli artisti qui menzionati s’illusero che questo ennesimo golpe avrebbe portato ordine e la fine del terrorismo.
Sbagliarono a illudersi?
Se pensate di si, significa che rifiutate l’idea che possano esistere gli artisti; poiché gli artisti son coloro che spesso s’illudono e confidano nelle potenzialità positive dell’uomo.
Salvo poi esserne delusi.
Beethoven s’illuse che Napoleone fosse patrono della libertà; salvo poi esserne deluso quando si fece incoronare imperatore.
Piazzolla, Pugliese, Yupanqui, Borges, non furono fascisti o collaborazionisti e non furono complici delle stragi del dittatore.
Aggiungo che Videla promosse il tango quale esempio della cultura nazionale; e c’è qualche tanguero poco informato, che ebbe a dichiarare che Videla censurò il tango.
E’ disgustoso che certa gente possa arrivare a scrivere tali nefandezze, tali delittuose infamie; e che magari riceva credito.

La colonna sonora di una dittatura