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Coraggio, libertà, ideali

In Italia è fortissima la faziosità politica. Tuttavia qualsiasi movimento o partito politico o gruppo associato per degli ideali positivi dovrebbe essere fieramente schierato contro, la corruzione, la rapina, la truffa, la mafia, la camorra, la n’drangheta… In una parola: la malavita.

Questi dovrebbero essere valori assolutamente condivisi da quei gruppi che intendono realizzare un programma politico. I rischi del mondo contemporaneo infatti, sono tutti innescati nelle organizzazioni criminali. Esse possono pervadere le istituzioni e i centri di potere, determinando danni incalcolabili ai beni della collettività, alla salute, all’amministrazione della giustizia, alla sicurezza, fino a distruggere le basi fondanti il sistema democratico causando quindi la morte del diritto.

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Mi riferisco ai gruppi appartenenti a vari schieramenti di ciò che ancora oggi definiamo destra e sinistra, che intendono interpretarne gli aspetti più estremi. Entrambi questi macrogruppi si organizzano nei cosidetti “centri sociali”, in locali al coperto ottenuti per vie lecite o illecite. Tuttavia le modalità sono spesso illecite e prendono la forma della “occupazione”. Occupazione: termine gergale ereditato dai tempi della contestazione, ancora caro ai nostalgici di quel momento breve ma significativo, che intende giustificare la necessità dell’atto illecito per il fine più alto della realizzazione dell’ideologia fondante.

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Il ruolo che hanno questi “centri sociali” è quello di riunire in un contesto d’omogeneità ideologica gli abitanti d’una zona del territorio e, quindi, di diffondere appunto quelle ideologie fondanti affinché si radichino in esso. In particolare le modalità assumono la forma della creazione di momenti d’aggregazione condivisione e strutturazione d’idee valori intenzioni obiettivi; tale modalità d’azione arriva ad essere molto pervasiva fino alla fornitura di servizi d’assistenza alle persone più deboli.

In particolare questi gruppi riscontrano successo nella parte più giovane e fragile della popolazione, che cerca in essi la possibilità di dare forma alla propria identità e scala di valori con la forza dell’appartenenza e della polemica. O addirittura cerca in essi un’opportunità per crescere in qualità di leader ideologico-politico.

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Tuttavia quali responsabilità s’assumono questi centri d’aggregazione e di diffusione d’idee ed ideologie? Su quali basi sono creati e sostenuti questi luoghi in cui una parte della popolazione ed in particolare la più giovane, trovano riparo?

Pare che nella polarizzazione delle due parti, oggi ancora basata su un’improbabile lotta di classe, non vi sia spazio per alcun valore comune. Questo è fortemente sospetto, perché ormai quasi due secoli di progresso socio-politico dovrebbero aver smussato certe spigolature.

Ecco che qui si pone il problema della malavita, intesa come l’insieme delle molteplici e fantasiose vie che gli uomini hanno scelto per rendersi la vita un inferno. Come ben dice anche l’etimo della parola “mala-vita”.

Nella complessità contemporanea l’esistenza di luoghi d’aggregazione pubblica con fini politico-sociali in cui si stabilisca che, per il fine ideologico, sia necessario violare le leggi, è devastante. 

I risultati sono facilmente verificabili nei fatti. Queste realtà non agiscono per mettere al margine i comportamenti illeciti e la violazione delle leggi scritte e non scritte della civile convivenza e dei principi fondamentali che regolano i rapporti tra le persone.

Essi pongono alla base del loro operato la faziosità, la violenza ostentata e praticata, tra loro e, ancor peggio, contro le istituzioni e chi è chiamato a mantenere l’ordine.

Alcuni potranno affermare che, essendo le istituzioni le prime a non rispettare leggi o principi, questi gruppi siano moralmente autorizzati ad opporre a tali violazioni altre violazioni.

Niente di più sbagliato e qui non si tratta di teorizzare un principio pacifista o non-violento. Si tratta di logica e coerenza cognitiva. Un concetto che dovrebbe essere alla base delle società civili.

La mia personale esperienza con appartenenti a questi gruppi è sempre stata negativa e fonte di preoccupata riflessione. Costoro non prediligono il dialogo ma l’azione violenta. I loro spazi di ritrovo sono nettamente caratterizzati da simbologie esclusive, loghi di potere antico e moderno, schiaccianti simbologie che referenziano logiche d’appartenenza incondizionata. Le similitudini si possono fare solamente con le affiliazioni ai clan delle organizzazioni criminali.

In questi contesti non crescono le idee ma si costituiscono consensi attorno ad uno o più capi. L’obiettivo non è più ideale ma è quello di conservare l’equilibrio di potere. Divengono comitati d’opportunità.

Un grave esempio pratico di ciò è osservabile oggi nella realtà della periferia di Roma. Come mai questi gruppi non si sono universalmente e trasversalmente coalizzati contro la dilagante oppressione mafiosa?

Come mai anche in altre realtà nazionali ( Campania, Sicilia, Calabria ) non è stata intrapresa questa concreta azione per contrastare sul nascere i fenomeni di criminalità organizzata?

Eppure questi gruppi sono radicati nei territori, ne respirano intimamente i drammi. Avrebbero tutti gli strumenti per scardinare, non le azioni criminali in sé ma la subcultura criminale e quella maglia fitta di paura omertà connivenza opportunità indifferenza che irretisce e sottomette, rendendo consapevolmente o meno complici e trasformando quartieri, sobborghi, frazioni, comuni, in cittadelle della malversazione.

Il servizio che i “centri sociali” potrebbero offrire sarebbe molto prezioso e formativo; oltre che imporre ad essi di scendere dal piedistallo delle ideologie astratte e d’emanciparsi da facili strumentalizzazioni, riuscendo a trovare un terreno comune d’azione per rendere migliore la vita quotidiana.

Ora io non sono a conoscenza di ogni realtà dei “centri sociali” e presumo che qualcuno si sia posta la mia stessa domanda e magari agisca proprio in quella direzione.

Quello che verifico è questa generale mancanza d’unitarietà di principio. Non comprendo questa faziosità che sostanzialmente mi pare volta più a distrarre e a dividere che a concentrare positivamente le forze del nostro paese.

La Vida, il Teatro Anatomico, le okkupazioni.

Si affaccia sul pittoresco Campo di San Giacomo dell’Orio, questo palazzo dalla forma particolare. Esso fu Teatro Anatomico, luogo in cui i medici studiavano appunto il corpo umano dissezionando cadaveri e le levatrici imparavano la pratica ostetricia. Fu distrutto da un incendio nel 1800 e ricostruito.

teatro anatomico vida
Teatro Anatomico Vida di Venezia

Quindi ebbe altre destinazioni abitative fino ad essere sede Arci Gay, una trattoria e un archivio della Regione Veneto in tempi più recenti. La proprietà era della Regione Veneto fino a pochi mesi fa, quando l’imprenditore Alberto Bastianello lo ha acquistato con l’intenzione di farne un locale pubblico.

Mal gliene incolse!

La sua iniziativa privata a scopo di lucro s’è infranta nelle granitiche opposizioni di un gruppo agguerrito, tutto teso nell’impedire che un tale mercimonio possa aver luogo.

Si sono mosse anche Associazioni note, che forse cercano visibilità in ogni tipo di contumelia, nella pretesa di difendere una residenzialità veneziana decadente, sempre più vilipesa da masse feroci di turisti pronti a tutto.

I media locali si sono subito avvicendati nel dare testimonianza diuturna, anche per arredare opportunamente di notizie le pagine locali e, di conseguenza, avere i riscontri necessari in conto economico. Tuttavia pare che la cosa abbia sfumature differenti agli occhi del cittadino vivace e di puntuale senso civico.

Infatti in pochi giorni dalla notizia dell’alienazione, l’immobile è stato okkupato. Insomma, alcuni abitanti dei dintorni e forse anche d’altre zone colà richiamati, hanno preso possesso del palazzo, ovviamente senza alcun permesso della proprietà e con l’intento di manifestare il loro disappunto per le intenzioni della stessa.

È, con piena evidenza, azione contraria alle norme che tutelano la proprietà privata e la libera iniziativa d’impresa. Ora, viene da domandarsi chi siano costoro. Trattasi di semplici abitanti che spontaneamente s’organizzano per opporsi all’arrogante usurpatore del loro quieto vivere?

Chi lo pensa, a mio parere è ingenuo. Chi qui scrive invece, considera quest’azione un’arrogante ed organizzato grimaldello per assumere il controllo di spazi pubblici e privati da parte di fazioni che hanno una determinata e circoscritta appartenenza politica. Non vi è, in questo strumento di forza e prevaricazione, alcun presupposto di condivisione in quanto essa avrebbe le connotazioni della neutralità; mentre ha denotato fin da subito il carattere i simboli gli slogan i suoni ed i comportamenti di un’appartenenza politica.

La mia sensazione è che chi non fosse parte di questa fazione e condividesse anche solo l’idea che l’azione sottende, si troverebbe nelle condizioni d’astenersi o, quanto meno, di rimanere ai margini e quindi si sentirebbe conseguentemente “emarginato”.

Se ciò ha senso si dimostra facilmente che l’attore dell’impossessamento non è un’ipotetica “cittadinanza” bensì, una parte ristretta che fa riferimento ad un determinato consenso.

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sgombero degli okkupatori che cantano “vida ciao”

Che fare?

Osserviamo i passati trascorsi. In Venezia insulare insiste il Centro Sociale “Morion”; quindi, il Centro Sociale “Zona Bandita”. Quest’ultimo, prima di avere la sua sede in Santa Croce Fondamenta dei Tabacchi, aveva preso possesso di un Palazzo lungo il Canal de Cannaregio. Un palazzo di pregio, forse del ‘500, trasformato in un luogo fatiscente e degradato. Con lo sgombero del Centro Sociale “Zona Bandita” è subentrato un ristorante bar teatro gestito da Smart Venice srl.

Quindi l’okkupazione del Palazzo in Fondamenta De Cannaregio è stata sostituita da un’iniziativa a fine di lucro basata sulla ristorazione e l’intrattenimento. Quest’ultima pare essere organica per estetica intenti e branding alla precedente okkupazione, epurata di tutti gli aspetti poco commerciali quali pavimenti sfondati muri devastati bagni distrutti e pieni di feci, abbandono e degrado.

Esistono oggi a Venezia ben due Centri Sociali operativi che accolgono coloro che condividono questo modo di vivere e pensare. Mi chiedo se non siano più che sufficienti in un centro abitato di 55 mila anime.

L’azione presso il Teatro Anatomico ha tutti i crismi di un’ulteriore appropriazione da parte di gruppi faziosi che, in quanto tali, avranno intenzione di trasformare questo patrimonio in uno strumento d’aggregazione e propaganda di un modello ideologico e quindi con nessun intento universalistico e sociale. La solita pretesa, di una notoria appartenenza politica, di mettere il cappello su ogni pretestuosa azione a cui si da la cornice di “culturale”.

Ciò perché una struttura che si voglia utile alla totalità degli abitanti e per tutti accogliente ed usufruibile per scopi culturali, deve necessariamente essere neutra rispetto a segni, simboli od ideologie. Non solo; a voler pensar male si potrebbe anche congetturare che l’okkupazione ha il semplice scopo d’impedire l’insediamento di un imprenditore sgradito al fine poi di condurre, col tempo, l’immobile al medesimo uso che ne avrebbe fatto il primo ma sotto la gestione di altri più consoni alle convinzioni ideologiche di chi ha gestito l’atto illecito e forzoso. Perché quando il locale pubblico ha l’estetica conforme alle loro ideologie non è più speculazione, non è più turismo, non è più profitto o lucro… è cultura; mentre si crea l’emarginazione per chi non si conforma.

il Comune è prudente

Ecco quindi che la prima impressione, magari piena di lodi per l’azione spontanea del cittadino, si riempie di sfumature e mezzi toni che celano ben altre possibilità. Rendiamoci conto che la città di Venezia ed i veneziani stessi, hanno una naturale e comprensibile propensione al commercio e ciò è un fatto buono.

Rendiamoci pure conto che, per impedire una determinata iniziativa, è necessario avere già pronta un’alternativa e che i patrimoni immobiliari hanno un reddito e devono essere mantenuti. Qualsiasi intervento di restauro o di modifica del palazzo si deve confrontare con costi adeguati alla città.

Si rischia di realizzare un centro di costo, una realtà che andrà sussidiata. In tal caso, non avendo alcuna obiezione seppur nella considerazione dell’equilibrio di bilancio, pretenderei con fermezza che la gestione di uno spazio pubblico aperto a tutti, debba avere scopi universali e che non debba essere gestito da alcun privato ma dall’amministrazione stessa; sempre a patto di risarcire il malcapitato acquirente che ha osato immaginare un locale pubblico ( anch’esso dotato di caratteristiche sociali ) come quello che fu la Vida.

Caffé e ristoranti sono stati e sono tutt’ora, eminenti luoghi di aggregazione di pensatori, intellettuali, artisti ed ogni altro genere di persona, in completa autonomia e libertà.