Certi Veneti…

Purtroppo certi veneti hanno imparato il brutto vizio degli italiani: l’invidia. E’ una brutta afflizione che porta alla distruzione di qualsiasi idea, progetto, intento, ambizione, desiderio. L’invidia pretende il nulla, assapora l’annientamento di tutto e nasce dalla mediocrità e dalla presunzione dell’ignorante. In questi giorni ho letto troppa arroganza nelle parole stentate e sgrammaticate di certi veneziani che si credono detentori di valori supremi.
Gentaglia quasi analfabeta che assume atteggiamenti da squadrismo e crede, con ciò, d’emulare la tradizione dogale. Cose assurde!
Ai bei tempi della Serenissima era proprio del popolo il sentimento dell’umiltà ( che non è servilismo ) e del rispetto amorevole nei confronti di chi sa.
Qui invece siamo ai moti termidoriani senza alcuna usanza d’intelletto. Rivoluzionari senza abecedario; provocatori da trattoria; grufolatori del golpismo d’accatto. Vergogna!
Questo ciarpame, che stupra i simboli ed i valori ai quali ho avvicinato il mio cuore, ha il fetore dell’usurpatore. Un nulla immondo volgare infido, da ladri di galline.
Vengono in Piazza San Marco per infangare questa celebrazione donata ai veneti. Vengono con le bandiere di San Marco e le vilipendono, alzano la voce ma è un sordido latrato, osano fischiare alla musica, alle arti.
Costoro non sono degni. Non lo saranno mai. Nemmeno per le lignee galere costoro sarebber degni. Io questi li disprezzo. Ho rispetto e stima per chi vuol imporre il tricolore; quelli hanno un onore, hanno un valore, son degni avversari. Questi invece non so proprio cos’abbiano ed il nulla è peggio d’ogni cosa.

La Vida, il Teatro Anatomico, le okkupazioni.

Si affaccia sul pittoresco Campo di San Giacomo dell’Orio, questo palazzo dalla forma particolare. Esso fu Teatro Anatomico, luogo in cui i medici studiavano appunto il corpo umano dissezionando cadaveri e le levatrici imparavano la pratica ostetricia. Fu distrutto da un incendio nel 1800 e ricostruito.

teatro anatomico vida
Teatro Anatomico Vida di Venezia

Quindi ebbe altre destinazioni abitative fino ad essere sede Arci Gay, una trattoria e un archivio della Regione Veneto in tempi più recenti. La proprietà era della Regione Veneto fino a pochi mesi fa, quando l’imprenditore Alberto Bastianello lo ha acquistato con l’intenzione di farne un locale pubblico.

Mal gliene incolse!

La sua iniziativa privata a scopo di lucro s’è infranta nelle granitiche opposizioni di un gruppo agguerrito, tutto teso nell’impedire che un tale mercimonio possa aver luogo.

Si sono mosse anche Associazioni note, che forse cercano visibilità in ogni tipo di contumelia, nella pretesa di difendere una residenzialità veneziana decadente, sempre più vilipesa da masse feroci di turisti pronti a tutto.

I media locali si sono subito avvicendati nel dare testimonianza diuturna, anche per arredare opportunamente di notizie le pagine locali e, di conseguenza, avere i riscontri necessari in conto economico. Tuttavia pare che la cosa abbia sfumature differenti agli occhi del cittadino vivace e di puntuale senso civico.

Infatti in pochi giorni dalla notizia dell’alienazione, l’immobile è stato okkupato. Insomma, alcuni abitanti dei dintorni e forse anche d’altre zone colà richiamati, hanno preso possesso del palazzo, ovviamente senza alcun permesso della proprietà e con l’intento di manifestare il loro disappunto per le intenzioni della stessa.

È, con piena evidenza, azione contraria alle norme che tutelano la proprietà privata e la libera iniziativa d’impresa. Ora, viene da domandarsi chi siano costoro. Trattasi di semplici abitanti che spontaneamente s’organizzano per opporsi all’arrogante usurpatore del loro quieto vivere?

Chi lo pensa, a mio parere è ingenuo. Chi qui scrive invece, considera quest’azione un’arrogante ed organizzato grimaldello per assumere il controllo di spazi pubblici e privati da parte di fazioni che hanno una determinata e circoscritta appartenenza politica. Non vi è, in questo strumento di forza e prevaricazione, alcun presupposto di condivisione in quanto essa avrebbe le connotazioni della neutralità; mentre ha denotato fin da subito il carattere i simboli gli slogan i suoni ed i comportamenti di un’appartenenza politica.

La mia sensazione è che chi non fosse parte di questa fazione e condividesse anche solo l’idea che l’azione sottende, si troverebbe nelle condizioni d’astenersi o, quanto meno, di rimanere ai margini e quindi si sentirebbe conseguentemente “emarginato”.

Se ciò ha senso si dimostra facilmente che l’attore dell’impossessamento non è un’ipotetica “cittadinanza” bensì, una parte ristretta che fa riferimento ad un determinato consenso.

vida teatro anatomico venezia
sgombero degli okkupatori che cantano “vida ciao”

Che fare?

Osserviamo i passati trascorsi. In Venezia insulare insiste il Centro Sociale “Morion”; quindi, il Centro Sociale “Zona Bandita”. Quest’ultimo, prima di avere la sua sede in Santa Croce Fondamenta dei Tabacchi, aveva preso possesso di un Palazzo lungo il Canal de Cannaregio. Un palazzo di pregio, forse del ‘500, trasformato in un luogo fatiscente e degradato. Con lo sgombero del Centro Sociale “Zona Bandita” è subentrato un ristorante bar teatro gestito da Smart Venice srl.

Quindi l’okkupazione del Palazzo in Fondamenta De Cannaregio è stata sostituita da un’iniziativa a fine di lucro basata sulla ristorazione e l’intrattenimento. Quest’ultima pare essere organica per estetica intenti e branding alla precedente okkupazione, epurata di tutti gli aspetti poco commerciali quali pavimenti sfondati muri devastati bagni distrutti e pieni di feci, abbandono e degrado.

Esistono oggi a Venezia ben due Centri Sociali operativi che accolgono coloro che condividono questo modo di vivere e pensare. Mi chiedo se non siano più che sufficienti in un centro abitato di 55 mila anime.

L’azione presso il Teatro Anatomico ha tutti i crismi di un’ulteriore appropriazione da parte di gruppi faziosi che, in quanto tali, avranno intenzione di trasformare questo patrimonio in uno strumento d’aggregazione e propaganda di un modello ideologico e quindi con nessun intento universalistico e sociale. La solita pretesa, di una notoria appartenenza politica, di mettere il cappello su ogni pretestuosa azione a cui si da la cornice di “culturale”.

Ciò perché una struttura che si voglia utile alla totalità degli abitanti e per tutti accogliente ed usufruibile per scopi culturali, deve necessariamente essere neutra rispetto a segni, simboli od ideologie. Non solo; a voler pensar male si potrebbe anche congetturare che l’okkupazione ha il semplice scopo d’impedire l’insediamento di un imprenditore sgradito al fine poi di condurre, col tempo, l’immobile al medesimo uso che ne avrebbe fatto il primo ma sotto la gestione di altri più consoni alle convinzioni ideologiche di chi ha gestito l’atto illecito e forzoso. Perché quando il locale pubblico ha l’estetica conforme alle loro ideologie non è più speculazione, non è più turismo, non è più profitto o lucro… è cultura; mentre si crea l’emarginazione per chi non si conforma.

il Comune è prudente

Ecco quindi che la prima impressione, magari piena di lodi per l’azione spontanea del cittadino, si riempie di sfumature e mezzi toni che celano ben altre possibilità. Rendiamoci conto che la città di Venezia ed i veneziani stessi, hanno una naturale e comprensibile propensione al commercio e ciò è un fatto buono.

Rendiamoci pure conto che, per impedire una determinata iniziativa, è necessario avere già pronta un’alternativa e che i patrimoni immobiliari hanno un reddito e devono essere mantenuti. Qualsiasi intervento di restauro o di modifica del palazzo si deve confrontare con costi adeguati alla città.

Si rischia di realizzare un centro di costo, una realtà che andrà sussidiata. In tal caso, non avendo alcuna obiezione seppur nella considerazione dell’equilibrio di bilancio, pretenderei con fermezza che la gestione di uno spazio pubblico aperto a tutti, debba avere scopi universali e che non debba essere gestito da alcun privato ma dall’amministrazione stessa; sempre a patto di risarcire il malcapitato acquirente che ha osato immaginare un locale pubblico ( anch’esso dotato di caratteristiche sociali ) come quello che fu la Vida.

Caffé e ristoranti sono stati e sono tutt’ora, eminenti luoghi di aggregazione di pensatori, intellettuali, artisti ed ogni altro genere di persona, in completa autonomia e libertà.

il FAI si scaglia contro Palais Lumiere

fai contro palais lumiereQui a destra potete visionare la lettera che il FAI ha scritto al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per chiedere la censura del Palais Lumiére.

Si parla di minaccia all’integrità ambientale, al paesaggio, alla natura ed alla storia di Venezia.

Trovo sostanzialmente manipolatorie le affermazioni citate; e non rispondente alla veridicità dei fatti quanto sommariamente esposto all’attezione del Presidente.

Credo che ciò abbia uno scopo: procurare una reazione immediata e irrazionale di repulsa nei confronti del progetto di Cardin.

Analizziamo insieme questa lettera:
parto dall’affermazione che vuole Palais Lumiére “costruito a margine delle acque lagunari prospicienti il centro storico veneziano”.
Un’affermazione del tutto infondata.

  • Venezia è quella costruita nella laguna e quindi non è il “centro storico” ma la città fatta e compiuta. Quindi è improprio delimitare un “centro storico”. La città è nella Laguna ed è costituita da centinaia di isole PUNTO E BASTA.
  • Il punto esatto nel quale sarà costruito Palais Lumiére è ad oltre 4 chilometri dal confine nord della Città di Venezia, quello più vicino alla gronda lagunare che delimita la terraferma dalle acque. Quindi il termine “prospicienti” è inteso solamente per amplificare una questione assolutamente irrilevante in quanto ad esempio l’Aeroporto di Tessera è a meno di tre chilometri dall’Isola di Murano che è parte integrante della Città di Venezia. Inoltre, tra la sede del Palais Lumiére e le prime costruzioni originali della Città di Venezia è già stata collocata la Stazione Ferroviaria, struttura completamente rifatta in epoca moderna. In tal senso la presenza di Palais Lumiére non interferisce con alcuna delle costruzioni più antiche della Città di Venezia; non più di tante altre già presenti nel tessuto urbano più limitrofo.
  • La collocazione del Palais Lumiére coincide con insediamenti industriali abbandonati ma anche con insediamenti di strutture moderne attualmente operanti le quali non hanno alcunché in comune con la Città di Venezia e tantomeno sono state costruite secondo presunti principi di compatibilità ambientale con quella Città. Mi riferisco al “Vega” ed alle strutture viarie che incombono sulla gronda lagunare. Se vogliamo la costruzione di Palais Lumiére si distinguerà proprio per la volontà di riqualificare urbanisticamente quella zona.
  • Chi respinge l’idea di Palais Lumiére dovrebbe anche opporsi al Ponte della Libertà, a Piazzale Roma, ai parcheggi multipiano ivi esistenti, alle strutture portuali per merci e passeggeri, all’edilizia dell’Isola del Tronchetto, al Ponte di Calatrava ed all’intera Stazione Ferroviaria di Santa Lucia.

Quindi si parla di integrità ambientale.
Assurdo, supporre che Palais Lumiére metta a rischio l’integrità ambientale di un luogo che è stato martoriato per decenni da un’attività industriale senza scrupoli che ha inquinato gravemente il suolo e degradato violentemente la vita degli abitanti.
Assurdo pensare che una struttura che si realizza per la residenzialità possa essere peggiore di costruzioni adibite alla speculazione industriale.

Si parla di paesaggio!!
L’esistente è un luogo squallido e avvilito da fanghi tossici, sostanze velenose, piante che non attecchiscono e muoiono in pochi mesi, acque torbide e oleose, resti corrosi di strutture edilizie fatiscenti che un tempo erano depositi di concimi chimici e derivati del petrolio.

Si parla di natura!!
In un contesto completamente dimenticato dai “pensatori alti” che abitano palazzi signorili e si dimenticano delle condizioni terribili alle quali il popolo ha dovuto vivere e lavorare a Marghera.
Oggi costoro si accorgono e parlano di natura!!
Oggi! Quando qualcuno intende dare valore a quei luoghi di fatica di rischi di malattie di morte.

Si parla di storia!!
Ma di quale storia?
Quella di Venezia?
E cosa centra con Marghera?
La storia passata di Marghera era il bosco, la palude, il luogo di caccia dei veneziani della Serenissima. Quella storia è cancellata e distrutta, irrecuperabilmente affondata nell’oblio.
L’unica storia di quei luoghi è il Forte Marghera che giace abbandonato coperto di arbusti. Quel Forte magari, con la costruzione del Palais Lumiére, potrebbe riacquistare un senso ed essere recuperato alla fruibilità pubblica.

Mi chiedo infine come possano, persone che godono di tale reputazione e prestigio, ergersi con tale supponenza contro Palais Lumiére, senza aver approfondito minimamente le questioni reali che incidono su quei luoghi, quell’ambiente, quel paesaggio, quella storia e quel patrimonio; cos’ì come credo di aver modestamente contribuito con questo mio scritto.

il veneziano medio: il bagno in canale, nostalgie e rabbia

venezia bagni canale
bagni in canalasso

Come qualsiasi popolo che si rispetti, anche il veneziano è propenso a criticare il prossimo ma ad essere indulgente verso sé stesso. Ecco l’annosa questione del turismo di massa che pare abbia preso d’assedio Venezia. I veneziani si sentono avviliti da certi comportamenti che considerano un insulto alla città; ma alcuni di essi erano la normalità, in un lontano passato in cui la miseria e la fame erano diffusi.

Tra questi comportamenti c’era l’usanza di farsi il bagno in canale. Forse per le famiglie povere era arduo raggiungere il mare; magari frequentato da un turismo elitario se non proprio di censo nobiliare, quindi, nelle afose calure estive non c’era rimedio migliore, almeno per i più giovani, di buttarsi nelle acque dei canali e lì imparare a nuotare rinfrescandosi.

Oggi i veneziani stanno bene, anche grazie alla moltitudine di visitatori ed ospiti internazionali che spendono i loro soldi in città; non hanno più bisogno di rinfrescarsi in laguna. Molti di loro possiedono veloci motoscafi che guidano con perizia ma anche con incoscienza per meravigliare le giovani concittadine; il mare lo fanno all’estero in località esotiche.

Chi potrà più raccogliere l’eredità di quei pomeriggi passati a sguazzare nei canali, nelle “piscine” nei rii, insieme ai compagni di scorribande estive?

Solamente il turista più smaliziato e sempliciotto potrà farlo. Egli, con serena semplicità, sopraffatto dalla calura, dopo ore ed ore a camminare nell’incanto veneziano, vedendo quei flutti invitanti che richiamano la rilassatezza della spiaggia, non può resistere e si tuffa. Inconsapevole riprodurrà ciò che fu un uso antico ormai defunto; magari nascosto per lunga pezza come qualcosa di cui vergognarsi.

I tempi, però, incalzano ed ecco che sorge il micidiale socialnetwork; moderno frullatore delle coscienze collettive, che propina a tutti in diretta e in ogni singolo monitor portatile, notizie sfornate a ritmi che farebbero impallidire le catene di montaggio fordiste.

Qui succede tutto ed il contrario di tutto. Ecco i veneziani che si accorgono di essere nostalgici, che rispolverano vecchie fotografie degli anni che furono. Cadono in estasi davanti a quei colori stantii a quelle tonalità seppia che ritraggono gruppetti di persone dimesse e vestite molto alla buona mentre vivono la loro città nei momenti più banali.

Ecco che vedono la vecchia foto dei bimbi che nuotano e giocano nelle acque torbide dei canali, allora ben più luride, causa gli scarichi fognarii privi d’ogni presidio. Le reazioni sono di grande affetto, nostalgia, passione amorosa della rimembranza di fantomatici “bei tempi andati” in cui tutto era più bello, più vero, più buono.

Ecco allora che vedono la foto scattata in digitale oggidì. Una fredda fotografia HD scattata in fretta; ed in fretta resa pubblica a milioni e milioni di spettatori che, senza alcuno sforzo se la scambiano se la ritrasmettono in mondovisione. Le reazioni scomposte non si fanno attendere. Insulti maledizioni e pernacchie vanno all’indirizzo degli accaldati signori che hanno osato detergere le membra nei canali veneziani. Si augura loro morte per la funesta “leptospirosi”, dimenticando che siamo in acque salmastre non ferme. Si augura loro una forma di colera, dimenticando che il sistema delle fosse settiche a Venezia è quasi al cento per cento e che il colera era endemico ai “bei tempi andati” delle foto seppia.

Si dimentica un poco tutto per lasciarsi andare alla furia del linciaggio virtuale. Per carità, è vero; Venezia merita rispetto; ma anche la storia lo merita. Leggere questi fatti come qualcosa che ritorna, che è umana, che è azione del vivere la città; in un modo diverso da un passato che ( per fortuna! ) non tornerà mai più ( si spera ).

 

baratri di rammarico e rimorso

Ieri sera ho avuto notizia della pubblicazione di un articolo scientifico che potrebbe essere una svolta nello studio dell’astrofisica. Fabrizio Tamburini ed Ignazio Licata, due veri dritti nel settore dell’uso delle celluline grigie, hanno reso pubbliche le loro conclusioni in merito ad alcune rilevazioni dello spettro di determinate stelle; che, in precedenza, avevano ispirato altri eminenti studiosi nell’ambito della ricerca di forme di vita intellligenti.

licata tamburini
Ignazio Licata e Fabrizio Tamburini

Fabrizio ed Ignazio, putroppo non ci portano la conferma di alieni autocoscienti e tecnologici in orbita attorno ad altre stelle; ma hanno esposto quella che potrebbe essere una scoperta parimenti affascinante e colma di conseguenze nella ricerca del perché siamo qui.

Ho letto l’articolo uscito su MEDIA INAF, organo ufficiale di comunicazione dell’Istituto Nazionale di Astrofisica e ho capito quel che può capire un non esperto. La sera però non ho dormito. Sono stato sopraffatto dall’angoscia che poi ha aperto un baratro di rammarico e rimorso.

Rammarico e rimorso non hanno mollato la presa fino all’alba. Quando ero bambino mi dilettavo nella lettura di saggi di divulgazione scientifica, così ancora quando ero adolescente ma, al momento di scegliere l’università ho commesso un grave errore. Non ho assecondato i miei sogni. Mi sono fatto irretire da considerazioni fuorvianti e assolutamente superficiali.

Adesso ne pago le conseguenze e spesso mi capita di pensare di aver gettato la mia vita; di non aver assecondato quel bambino e quell’adolescente. La consolazione è conoscere persone come Fabrizio e come Ignazio; dei sapienti, miti e simpatici esseri umani che, con eleganza e stupenda semplicità, rimuovono pian piano i veli che coprono la verità.

Sembravano alieni, ma forse sono assioni

dissertazione#1 cos’è l’arte

Dissertazione #1 – Cos’è l’Arte.

Molte persone che si dedicano alla conoscenza per passione più che per lavoro, si chiedono oggi cosa sia l’arte. Questa è una questione che può essere divenuta di pubblico interesse con l’avvento delle democrazie occidentali ma che, nella sostanza, ha origini ancestrali. Essa, infatti, rientra a pieno titolo tra i quesiti universali:

“La terra è tonda?”; “perché esistiamo?”; “cos’è la vita e Dio?”.

Forse la questione è più ermetica e difficile oggi di quanto lo sia stato in passato, pur avendo un contenuto che coinvolge esclusivamente l’arbitrio umano; ma questo è il problema. La mente è di gran lunga il sistema organizzato più complesso che si conosca, retto da leggi infinitamente più raffinate di quelle che regolano l’universo intero.

arte preistorica

Ciò che la mente produce può quindi essere anche di natura enormemente articolata e può raccogliere in sé significati molteplici. Una volta che si sia consapevoli di questo, porsi la domanda “cos’è l’arte?” significa chiedere spiegazioni per un fenomeno che, per sua natura, tende a sfuggire a qualunque tentativo di definizione.

Forse, un modo per cercare di costruire un quadro che tenti di sciogliere il quesito è quello di definire l’arte senza estrapolarla dal contesto storico in cui essa si è manifestata; ma così non si giungerà mai ad una definizione univoca. Che l’arte non sia altro che un continuo svolgersi di contraddizioni?

Anche ai giorni nostri domandarsi cosa sia l’arte non è abitudine diffusa ed è indicatore dell’esercizio del libero pensiero, infatti sarà sempre ambizione dell’uomo cercare di esercitare il controllo proprio su quelle forme espressive che, per loro natura, rifuggono il controllo stesso. Quindi definire cosa sia l’arte è anche una bella responsabilità. Una definizione deve essere quanto più generica possibile e prediligere ogni aspetto tecnico.

Tuttavia risulta evidente all’osservatore disincantato come l’arte contemporanea viva un singolare paradosso capace di rendere la domanda assolutamente priva di significato e giustificazione.

Risulta difficile indagare le reali motivazioni di ciò ma la comunità, forse in buona fede, forse ingannata da una distorta visione del romanticismo, ha associato l’artista ad una visione di libertà in termini assoluti.

Questo concetto è stato inteso come libertà per tutti di praticare la pittura e la scultura, libertà dalle regole, dalla forma, dal contenuto e non come la fondazione di principi che sancissero la libertà d’espressione. Così pittura e scultura sono state defraudate, svuotate di qualsiasi attitudine professionale; ridotte a passatempi, se non a vezzi eccentrici accessibili a tutti, e c’è chi dice che la responsabilità di ciò sia da addebitare anche alla massificazione dei consumi e ad alcuni aspetti della cultura marxista.

In una società basata sul lavoro e la professione, in cui le categorie sono protette e tutelate dalla legge l’arte vive la sua prima deregulation. La pittura e la scultura subiscono l’ostracismo, essendo forse le uniche a non rientrare in un albo professionale. Di fatto esse non sono professioni.

Forse che non sia anche questa una forma di controllo? Tra la metà del XIX e la metà del XX secolo l’arte ha avuto uno sviluppo magnifico, si è consumata una rivoluzione colossale nel mondo della cultura.

Mantenere una sorta di controllo diretto sulle manifestazioni dell’arte che, come sempre, anticipa la storia, divenne impossibile alle stesse istituzioni politiche che furono poi travolte anche da epocali e traumatiche trasformazioni sociali.

Il dopoguerra fu il periodo in cui si tentò nuovamente di riprendere il controllo e il blocco sovietico lo fece con il pugno di ferro. L’occidente democratico adottò, forse inconsciamente, la “Tecnica della Babele”.

Chiunque può decidere di essere pittore e scultore e di aver diritto di partecipare a pubblici concorsi d’arte e di esporre al pubblico i propri manufatti. Questa è la Torre di Babele. Nell’imperante confusione del manicomio si disperdono le risorse e si frantumano i talenti.

L’arte contemporanea si vuole semplificata, involuta, annichilita. Pittura e scultura sono state colonizzate dalla moda, dal marketing. Le correnti che all’inizio del XX secolo rompevano le tradizioni e liberavano l’espressività ora sono divenute conformismi, texture, acronimi autocelebrativi che la svuotano di ogni senso.

arte senza senso

Tutto ciò ha reso il pubblico diffidente nei confronti dell’arte contemporanea. Il mercato dell’arte contemporanea è, di fatto, estremamente distorto e quindi inefficiente.

D’altra parte l’ossessiva associazione al denaro, alle cifre astronomiche assegnate alle opere di artisti, snatura il significato dell’arte. Non è il denaro in sè che compie questa empietà, esso è necessario. Chi scrive non oggettivizza vilmente il reo. Il reo è soggettivo.

L’arte è strumentalizzata oggi più di quanto lo sia stata in qualsiasi altra epoca. Chi guarda l’arte spesso si preoccupa solamente del valore monetario che essa potrà avere, non si avvicina ad essa con l’umiltà di chi vuol comprenderla e quindi consumarla. L’arte così, assordata dalla Torre, non può più essere consumata ma diventa un bene d’investimento, in questo senso essa s’immobilizza.

L’arte finisce nelle mani di potenti apparati manageriali che impongono i gusti e stabiliscono i valori. Nemmeno la politica ha più potere sull’arte.

L’arte è degradata a materia e quello che ha di astratto è rappresentato solo da valori economici. Essa può essere ed è stata rappresentata sotto forma di grafico come un qualsiasi titolo azionario. Ricordate il film “L’Attimo Fuggente”, in cui un arido professore presumeva di spiegare la poesia mettendola tra un’ascissa ed un’ordinata? Questo si sta facendo oggi all’arte: alla pittura, alla scultura.

Cosa possono fare le istituzioni?
Se, come ho detto sopra, non sono condizionate da finanziatori privati che, pur essendo amanti dell’arte spesso non sono disinteressati, sono troppo impegnate nel breve termine e così hanno perso la caratteristica fondamentale per cui sono create: la lungimiranza.

In conclusione si può dire oggi cosa sia l’arte? Ebbene si potranno dare due risposte contrastanti:

  • l’arte è assordata dal rumore e resta solo l’arroganza;
  • l’arte è un fiume sotterraneo inarrestabile che bisogna saper trovare e spesso quello che vediamo è argilla.

Nicola Eremita.

la Galleria d’Arte Terzo Millennio

La Galleria d’Arte Terzo ( III ) Millennio è stata fondata a Venezia in Rio Terà de le Colonne, a pochi metri da Piazza San Marco il 15 Dicembre 2001.

galleria d'arte terzo millennio
inaugurazione della galleria d’arte terzo millennio, venezia

Frutto della volontà dei fratelli Nicola e Michelangelo Eremita, di stabilire un centro espositivo dedicato alle opere del Maestro Mario Eremita, la Galleria, possedendo tale robusto, definito e impegnativo indirizzo ma priva di pregiudizi nei confronti di ciò che è immaginazione, ha allargato la sua attività espositiva al tumultuoso mondo dell’arte contemporanea, intraprendendo collaborazioni con numerosi artisti italiani e stranieri.

Essa infatti, pur trattando in permanenza un genere che contrasta fortemente con molto di quello che oggi è, da alcuni, considerato esclusivamente “arte”, non ha assunto quell’atteggiamento supponente che esige che la Galleria adotti una “militanza” o sia in qualche modo “schierata” o debba necessariamente seguire una “linea” espositiva.

La Galleria d’Arte III Millennio si pone in modo affatto neutrale, con l’intento di offrire all’artista, o a chi si ritiene tale, una luminosa e preziosa occasione per misurarsi con la grande prova dell’esposizione pubblica delle proprie opere e quindi della sua più personale intimità.

Chi scrive ritiene quindi che tale prova possa essere o il punto di partenza per una futura carriera espositiva, o un momento di riflessione sull’opportunità di continuare ad operare in questo difficile ambiente.

interni galleria terzo millennio
ingresso galleria d’arte terzo millennio

Fin dalle sue origini, la Galleria d’Arte III Millennio ha ricercato il dialogo ed il confronto con l’Istituzione della Biennale di Venezia e solamente nel 2011, grazie alla lodevole iniziativa di trasparenza operata dalla Biennale stessa, la Galleria ha potuto avere l’onore di divenire “Padiglione Nazionale” e di ospitare gli artisti della Repubblica di Moldavia; della Repubblica di Estonia, di Taiwan, della Repubblica Popolare della Cina.

interni galleria d’arte terzo millennio

In un contesto frammentato e disorganico quale quello proprio del mondo dell’arte italiana, in cui vige il perenne assedio della lottizzazione politica e dell’appartenenza; in un ambiente in cui rimangono spesso oscuri i motivi sottostanti le scelte di molte Istituzioni, la Galleria d’Arte III Millennio assume la forma privatistica adottando il principio della totale trasparenza ed è sempre disposta a confrontarsi serenamente con chiunque voglia introdurre un dialogo sull’arte.

Nel dicembre 2015 la Galleria d’Arte III Millennio allarga i propri orizzonti ed espone opere di artisti italiani e stranieri presso sedi qualificate.

Nicola Eremita

di gaglioffi e puttane

gaglioffi e puttane

Il tango; si, è un’ossessione. Feroce negativa distruttiva. Un massacro del corpo e della mente. La negazione di qualsiasi illusione. La nemesi del buono e del giusto, la dynaton dell’immoralità. Ballo ipocrita e latino. Latino nel modo più sfacciato e deliquente e irrazionale. Detestabile come una telenovela, odioso come un colonello argentino. Arrogante e presuntuoso. Ballo amato dalle nullità e dai profittatori dalle puttane e dai papponi. Oggi, purtroppo, rappresentato vilmente nelle milonghe popolari, ridotto ad intrattenimento dopolavoristico e decoro per scorci storici e moderni delle nostre comunità alienate. Qui, oggi, c’è tutto un sottomondo nostrano ripugnante e gretto, che vivacchia con la bugia del tango in un misto tra finta tradizione fanatismo e “border line” da invasati. Perse le glorie della miseria, del puzzo di fumo e di sudore; perso l’onore del coltello; perso anche il sapore di lugubre erotismo, non resta che una sconcia parata, insulsa e sdolcinata, di comparse tristi.

Quattrocentomila Soli! Ode a San Marco, Santo Patrono di Venezia.

Quattrocentomila Soli!
Ode a San Marco, Santo Patrono di Venezia

Canto il tuo nome
estrema nostalgia
tempo lieto
che fé leggenda d’ogne gesta
e d’ogne servo il suo sovrano.

san marco

Canto il tuo nome
agognato martirio
tempo ardito
che fé luce d’ogne tenebra
e ruggì novella Atlantide.

Canto il tuo nome
Marco! Marco! Marco!
come un grido umano
alto e fermo dal deserto
stoico credo cristiano.

palazzo ducale venezia

Canto il tuo nome
sagge fatiche
acque inferme
ché al popol dieder rifugio
e fondaron tuo Santuario

basilica san marco venezia

Canto il tuo nome
primo fosforo
guida sacra
ché quattrocentomila soli
fé Venezia battezzata

Venezia, 25 Aprile 2012, 215 anni dalla caduta.