quelle strane occasioni

…quelle strane occasioni…

Forse non a tutti capita di avere quella vena di humor nero ma a me si. Quando vedi e senti queste espressioni di retorica collettiva, di messaggi replicati ossessivamente e, spesso, scimmiottati, da milioni di persone, creati coll’intenzione ( positiva ) di dare una prospettiva ottimistica ad una realtà che, vista da molto molto in alto ( propriamente da oltre l’atmosfera ), non lo è in quasi nessun aspetto, ecco che s’attiva il desidero di riderci sopra amaramente.

Capisco che vi sarà chi si sentirà offeso, chi invocherà censure e reprimende ma questo è il gioco della satira che ha il compito di provocare. Del resto siamo sollecitati continuamente dal fuoco di fila di notizie, pseudonotizie, fandonie in buona fede ed in malafede, fatti, contraffatti, opinioni, talk show, articoloni di giornale, aggressioni fisiche e verbali, faziosità politiche etniche di quartiere, di bande criminali, siamo perseguitati da funzionari di stato o di enti sovranazionali, persone con vasti poteri, che parlano a vanvera mostrando lati oscuri ed inquietanti.
Che male può fare una vignetta in più nella vastità del sacrosanto malgusto della nostra beata società chiaccherona?

quelle strane occasioni

Il nostro mondo democratico è per definizione permeabile ad ogni espressione, ad ogni intento di riassumere una differente prospettiva.
La mente umana è per definizione e per necessità elaborata al fine di dare rappresentazioni astratte ed immaginifiche della realtà che sperimenta, al punto da produrre essa stessa delle realtà del tutto fittizie.

Spesso è proprio da questa ostinata repulsione per la cruda verità che scaturisce l’idea del sogno, dell’illusione, dell’intrapresa oltre l’ostacolo che consente all’uomo di raggiungere esiti ragguardevoli.
Spesso è proprio questa ostinata repulsione per la cruda verità che mette l’uomo massificato in situazioni che paiono ridicole, coatte a tal punto da farlo come marionetta o preda della pura ed ottusa irrazionalità.
Così la maestra commissiona ai suoi allievi il disegno con l’arcobaleno e lo slogan “andrà tutto bene” e tralascia invece di consentire ad ogni singolo ragazzino di scrivere ciò che pensa veramente, magari la prima cosa che gli possa passare per la testa. Ciò non perché vi sia un intento censorio ma per un semplice comportamento conformista, assunto dalla collettività che, deve immaginarsi idealmente unita contro un nemico comune. Quando sappiamo bene che la nostra collettività, specialmente quella italiana, ama dividersi su quasi ogni argomento e per motivazioni banalmente sciocche.

Si aprono, a mio parere, vaste praterie di riflessione sulla libertà, sulla società, sulla condizione dell’uomo come singolo individuo e come facente parte di un grande formicaio stipato su un pianeta che presto non avrà pane per tutti e già, per la maggioranza ora, non ne ha a sufficienza.
Ma queste son questioni di lana caprina… Ne parleremo dai nostri milioni di balconi o dalle aule degli asili: faremo bei disegni, cori e concerti, quando la situazione sarà precipitata. Spero allora di essere già defunto onde non dover produrre un’altra amara e pessima vignetta.

 

nicolaeremita ode verdi

Ah, qual forza tuo destin!

Ode a Giuseppe Fortunino Francesco Verdi.
Le Roncole, 10 ottobre 1813
Milano, 27 gennaio 1901

 

I 1 — 4
Nel mondo, da filatrice ed oste, eietto,
in Roncole, contrada di Busseto,
Verdi Bepi compiva il primo atto,
a musicar suo talento col spinetto.

II 5 — 8
Manifesto fé di sé al Cavalletti,
meccanico nei melodici istrumenti,
ed ei, raffermo ai suoni tal siffatti
nolle nasconder dei godimenti.

III 9 — 12
Ei, intriso di solerzia e senza posa,
poscia aver sanato il vil strumento
riavviò con mano e fé la chiosa
con detto italico, al gentil portento.

IV 13 — 16
In Marzo dell’ottocento anno ventuno
l’artigian modesto e luminoso
dell’ottenne capace ed opportuno
seppe avvenir fulgido e armonioso.

V 17 — 20
Alle note avezzo e mai avulso od ebbro
Bepi principiò coltivar sonora mente
all’ordine di cui fu lustroso membro
Cartesio, che viver volle dubbiosamente.

VI 21 — 24
È costì che Sant’Ignazio di Loyola,
che a Gesuiti diede il seme,
fu pel Bepi infante, prima scola
lì, di scienza grave e di speme.

VII 25 — 28
Principiò la musical composta rima
et, colla mano, l’istrumental pratica
dal Provesi Mastro di certa stima
di paesana banda Filarmonica.

VIII 29 — 32
In Busseto, intento in giochi bimbi,
ei trascorrea lieti giorni di bimbo;
ma quei potean essere i suoi piombi,
se avesse sé lasciato in quel limbo.

IX 33 — 36
Dhé, mossesi pigliosamente lesto
in quel Milano centro della musica
ma al Conservatorio repente fu molesto
avendo ei già vissuto l’età fisica.

X 37 — 40
Senza lasciar frustrato il luogo vivo
al Lavigna, Bepi giusto venne
e fu attento al cembalico divo,
della Scala Mastro senza strenne.

XI 41 — 44
Devossi indi a liete frequenze
de teatri dell’ambrosiane mura
onde fondar le personal istanze
che faran del genio sua premura.

XII 45 — 48
Il giovin messer Verdi, vide costì
senza intermedia stirpe alcuna
opere fresche, sceneggiate ognidì
che dell’arte copria ogne lacuna.

XIII 49 — 52
Quel che di Sforza fu baluardo,
divenne d’Austria ciambellano,
Bepi il fé di suo bel riguardo
a non esser di tal musica profano.

XIV 53 — 56
La giovine promessa non tediava
il tempo suo, all’uopo concesso;
mentre giusto nome e fama creava
spendea in teatro e corti lo stesso.

XV 57 — 60
Ed è così che non ebbe i sacri voti
per divenir mastro di cappella
ma grazie al ciel ebbe le doti
sol pel melodramma farsi ancella.

XVI 61 — 64
Venner quindi gli anni illustri
cui al lavoro egli dette fiamma
e da quei giorni, non vi frustri,
egli dette voce a vasta gamma.

XVII 65 — 68
D’opere tante fu lume e fattore
Rocester lunga e Stanislao bislacco
ma una certo l’incoronò creatore
quella che ognun conosce: il Nabucco!

XVIII 69 — 72
In essa appare il gran splendor del genio
del solo tutta la vasta immensità
nel suono e nella scena proemio
all’epica vicenda dell’umanità.

XIX 73 — 76
Ernani fu quindi il dramma più teso
cui Venezia fu chiesa in Fenice
dove genti passioni e conteso
divengon di mondo audace vernice.

XX 77 — 80
Venner quindi i Foscari e l’Alzira,
dei drammi verdiani la schiera,
in ognun egli tiene la mira:
per mostrar la passione più fiera.

XXI 81 — 84
Macbeth opera grande Bepi crea
ed è come il cugino Guglielmo;
parole gemelle certo non potea
fé della musica, sicuro, il suo elmo.

XXII 85 — 88
Nel mezzo del cammin di sua vita,
Verdi giunse alla fama del mondo;
ma pel suo zelo non crede sia finita
ed è la Francia del fine lo sfondo.

XXIII 89 — 92
Sorge inatteso il patriottico moto
in intime rime ascoso e non bruto.
Quindi è Schiller, scrivano ben noto
ch’egli non vuol che in sé resti muto.

XXIV 93 — 96
Splende ancor baldo nella Fenice
perfetto, d’equilibrio composto,
Rigoletto, che presto all’olimpo lo dice,
il brano che in Hugo fiducia ha riposto.

XXV 97 — 100
Sul Rigoletto incauto s’abbatte la furia
simil natural infausta tempesta,
che, nel musical tono che da goduria,
imita Venezia nel dondolar di questa.

XXVI 101 — 104
Poi venner drammi altri e forti
d’intenso ritmo e sostenuto
notizia alcuna è dato che vi porti
giacché il tempo è contenuto.

XXVII 105 — 108
Preme rimembrar che ei certo c’era
per Deputato nel primo Parlamento.
E con il creator della prima nazion vera
vide di Patria mancar giusto sentimento.

XXVIII 109 — 112
Cavour Conte Benso e Camillo pingue,
fece vergar sua fiera richiesta
per l’inno che nazion in forma giunge,
dell’Universal Esposizion di festa.

XXIX 113 — 116
Finché di vita ebbe Bepi il puro spirto
mai cessò segnar con serio impegno
quei modelli che avea in seno il rito
di comun schiatta e colta valori e segno.

XXX 117 — 120
Per finir, come al genio si conviene
ei morì; e vaste lodi furon ammesse;
e sempre crescenti più il tempo viene
ché dai mediocri ai morti sono tesse.

Nicola Eremita 14 agosto 2014

La malsana lengua

Si tratta di un idioma estrapolato artificioso avulso da ogni origine culturale o etnica, se non per i limiti imposti al suo tirannico ideatore ( Nicola Eremita ) dalla sua ristretta e dozzinale cultura.

La malsana lengua cerca più che altro l’onomatopea e la forza espressiva della fonetica che possa rendere il senso plastico e realistico dei fatti. Essa si avventura nella ricerca di contrasti e nell’intento di stravolgere regole grammaticali e sintattiche senza impedire la comprensione ma piegando essa alle esigenze estetiche informali.

La malsana lengua non disdegna l’uso di termini scientifici, neologismi, la rima, non disdegna proprio nulla e nessuno. Ruba da tutta la narrativa la prosa la poesia la cronaca di cui l’autore possa far razzia.
Non ha dogmi, non ha codici se non quelli che impongono di dare un senso a ciò che si scrive, altrimenti non sarebbe sbagliato ma non sarebbe la malsana lengua, sarebbe il ben noto “non sense”.

Il suo scopo è un esito fonetico o musicale armonico ma anche, cacofonico a seconda dell’intenzioni e dei contenuti. Perché dominano la malsana lengua proprio le intenzioni ed i contenuti.

Se nelle arti figurative è stato ammesso l’inammissibile, è stato sdoganato il nulla, l’astrazione fine a sé stessa, l’incapacità manuale quale affermazione artistica al di soprà della tecnica ed in pura celebrazione dogmatica dei contenuti, si dovrà ammettere anche nelle lettere che si possa ignorare la lingua così come formalizzata e codificata, per la pura esigenza del contenuto al quale l’elementare suono delle parole va soggiogato senza pietà alcuna.

Lo scopo è rendere lo scritto corollario al contenuto come la cetra poteva essere il corollario ai cantastorie medievali, in esso insomma deve infondersi non solamente il significato ma anche una speciale armonia.

Ecco, in poche banali parole cos’è la malsana lengua. L’efficacia nella sua espressività resta tutta nelle mani di chi la usa e come.

il bello del male

L’arte fu, è e sarà sempre espressione elitaria.

Come ogni prodotto dell’intelletto l’arte non può essere un’esigenza formalizzata e consensualizzata da una collettività. È necessariamente l’esito del singolo, il sottoprodotto di UNA sensibilità.

La suggestione, passando attraverso l’organismo del singolo individuo ( come il cibo ), è espulsa come arte, quest’ultima diviene successivamente espressione d’una élite per accidente o convergenza. Essa non può, per definizione, essere cascame collettivo, collettivizzato o collettivizzabile.

simpson arte

Questa ineludibile essenza pone l’arte nella condizione dell’imputato avanti alle pretese delle nostre attuali società massificate. L’arte infatti è stata democraticamente posta all’entusiastica e prolifica portata di tutti. L’economia industriale, l’istruzione, i mezzi di comunicazione ed oggi la rete informatica, c’illudono che le barriere intellettive siano abbattute e che il pensiero d’ognuno abbia medesimo diritto di cittadinanza.

Mai, in qualsiasi universo passato delle società umane, s’era potuto verificare tale scomposta intrusione delle greggi belanti nel laconico rarefatto e venerato mondo delle arti.

simpson arte

È la prova dell’ormai irriducibile scisma tra scienza ed arte, che ha posto quest’ultima alla stregua dell’evento mondano. Quando mai oggi sarebbe mondanità entrare nel merito del lavoro di un chirurgo o di un fisico?
Per ora no, infatti, chi lo facesse, sarebbe immantinente additato al pubblico ludibrio, quale presuntuoso arrogante se non insulso complottista.

Tale condizione egualitaria dell’umanissima questione artistica è disumana, essendo quella delle differenze la condizione umana naturale, favorendo lo sviluppo di morbose afflizioni, prima tra tutte l’invidia.

simpson arte

Non per nulla l’artista ricerca il patrocinio di ricche e potenti figure. Esse sole infatti possono imporre alla massa ed agli infiniti ( ed infinitesimali ) addetti all’artifizio, ciò che, per accidente o convergenza, è divenuta espressione della loro élite. Tuttavia, se prima tale patrocinio era condizione necessaria per la sopravvivenza e trovava reciprocità nel patrocinante, essendo l’arte componente funzionale e funzionante della comunità; oggi, se non in rari casi, il “patrocinium artis” ha il SOLO scopo di sceverare con arbitrio chi debba essere osannato ( fanaticamente ) e chi debba essere disprezzato ( ottusamente ). Ciò perché si è voluta gettare alle ortiche la componente funzionale e funzionante.

simpson arte

Perché?
Le motivazioni attengono alla nuova segmentazione delle classi sociali ed al dilagare della cultura industriale e consumistica massificata che ha creato differenze ancor più marcate tra un’immensa classe medio/bassa, una ridotta classe medio/alta ed una classe agiata dalle possibilità economico finanziare praticamente illimitate.
Nessuna di queste nuove classi sociali può avere in simpatia l’artista, in particolare l’artista in arti figurative ( pittura, disegno, scultura ). Perché per tutti loro questo genere d’arte è stato strappato al trono della sacralità.
Ad esempio, chi potrebbe farlo oggi con la musica?
Sarebbe un’operazione quasi impossibile, riuscita solo in parte con la musica pop con esiti disastrosi ( esempio: la neomelodica ).

L’arte quindi è disgraziatamente alla portata di tutti. Fatto degno di una ghignante “rivoluzione culturale”, quella in cui i medici chirughi sono al servizio degli infermieri. In questo contesto l’artista sarà colui che avrà trovato il modo appropriato per oltrepassare quanto prima quel gap tra la deposizione del cascame e l’istituzionalizzazione dello stesso.

simpson arte

Ciò che egli deve evitare con metodica è di essere soggetto ( imputato ) alla più morbosa afflizione: l’invidia. Essa dilaga nel dissacrato e vilipeso mondo delle arti per le ragioni esposte sopra. Si corre ai ripari ed uno dei più patetici espedienti che l’artista possa architettare è quello d’assecondare quell’afflizione. Condotta che probabilmente mai, prima della rivoluzione massmediatica, avrebbe concepito un aspirante artista.

Ecco quindi che l’artista si fa miserabile e coatto ( addetto all’artifizio cit. ), svolgendo con voluttuosa sciatteria questo “ruolino di marcia”, in cui la suggestione è ricalibrata con intento raziocinante-tattico ed emendata d’ogni spontaneità al fine di perseguire l’esito drammatico dell’ingrato compito di massificarsi.

Le risultanze sono perturbanti, regnano confusione ed incomprensione, i meno svegli adducono considerazioni ermetiche, si sprecano ragionamenti raffinati. In realtà è tutto equivocato. Navigando nello squallore si naufraga in un oceano di malintesi.

Mobilito Giotto, mi si perdoni. L’arte di Giotto aveva una funzione ( funzionante ) sacra. L’arte sacra era rivolta a tutti ma non aveva l’esecrabile ambizione di massificarsi, cioè di coinvolgere lo spettatore nel procedimento artistico. Lo spettatore era tale, punto.

Al nostro tempo l’arte del “miserabile artista” si prodiga nel coinvolgimento dello spettatore ( indifferenziato e massificato ). In questa coprolalica recherche è fondamentale la ripetitività ( non la riproduzione ) la cialtroneria la banalità ma, soprattutto, detta recherche, trova la propria ragione d’essere, il suo successo, solo e fintanto che si parla di essa. È appunto l’arte del fomentar ciarle, il grande vaccino contro l’invidia.

Ciò che si tralascia è la responsabilità che l’artista ha verso se stesso, che lo innalzerebbe rendendolo indigesto. Questa responsabilità si vuole annichilita. L’artista è appiattito sullo spettatore. Lo spettatore quindi s’identifica con l’artista in un transfer. Non fa differenza se lo spettarore respinga o accolga l’idea dell’opera. La cosa importante è solo che ne parli.
E ne parlerà eccome!
Nulla potrà mai avere lo spettatore contro siffatta opera d’arte. Tutt’altro! Egli sarà irretito da un’inconscia simpatia per quell’opera che si conforma alla sua mediocrità, la sua incapacità, il suo nulla estetico, la sua mentecatta vita, la sua concupiscenza di cose banali, la sua cupidigia, la sua accidia e via dicendo. Quell’opera lo rassicura e lo incoraggia ponendo i suoi pigri pregiudizi e luoghi comuni alla portata del “produrre artistico”.

In quella geniale affermazione di Bertrand Russell: “l’invidia è alla base della democrazia”, non trova posto l’arte che, oggettivamente, non sa che farsene della democrazia e troverebbe il suo miglior scopo nell’incendiare la generale furia degli invidiosi. Insomma, nel non essere banale come il male, nel non essere innocua come il banale.

sulla rivoluzione

la morte di Mario Sossi ha rilanciato una riflessione di Sciascia sul significato della rivoluzione edita ne l’Espresso n. 25 del 2 giugno 1974. Io, una sera dei primi di dicembre del 2019 mentre navigavo il bacino di San Marco alla volta dell’isola del Lido ( Venezia ) ho fatto la mia.

Se vogliamo ragionare sul fragoroso roboante ammiccante promettente avvincente inquietante seducente minaccioso e quindi sostanzialmente ambiguo ( almeno quanto il termine “libertà” ) termine “rivoluzione”, dobbiamo porci almeno due quesiti di base e forse ampiamente dirimenti.

Il primo quesito è: i proletari possono essere rivoluzionari?

Sì, nelle intenzioni. Non è mai esistita nella storia una rivoluzione proletaria e mai esisterà, perché quando i proletari avessero i mezzi materiali ed immateriali per la rivoluzione si scoprirebbero anti-rivoluzionari. Quanto più si allargano consumi e benessere tanto più s’allontana lo spettro della rivoluzione e si diventa anti-rivoluzionari ( ma non controrivoluzionari, essendo la controrivoluzione una rivoluzione anch’essa ).

Il secondo quesito è: a chi giova la rivoluzione?

Non a chi la fa e non a chi la subisce. Essa giova solo a quel vago senso d’appartenenza identitaria al “Popolo che fece la Rivoluzione”.

La rivoluzione è un fatto che ha effetti ideali solo nel tempo perché nel suo svolgersi necessariamente stabilisce una condizione transitoria e del tutto eccezionale, essendo inammissibile ed assolutamente mendace l’idea della rivoluzione permanente. Quindi, nella prospettiva futuribile, essa ha la funzione di seminare qualcosa nel “sentire sociale” della popolazione che la subì o la fece ( a seconda di come si voglia interpretare il concetto rivoluzionario ).

La rivoluzione è quindi un seme velenoso che può germogliare e dare frutti nelle coscienze del futuro in forme impreviste e imprevedibili nel bene e nel male, indipendentemente dai suoi presupposti fondanti.

In conclusione qui si esaurisce, secondo chi scrive, ogni possibile determinazione del fenomeno rivoluzionario e, nella sintesi imposta dalle terminologie e dagli ambiti, risulta evidente che la rivoluzione sia, insomma, una forma d’arte.

La rivoluzione quindi è tra le cose inutili come l’arte. Inutili nel loro svolgersi nel presente e quindi relegate ad un’indegna contabilità quotidiana delle vittime e dei carnefici. Utili nella loro prospettiva futura.

Ah, aver avuto la rivoluzione cent’anni fa! Ah, com’era degna l’arte cent’anni fa!

Arte in tutti i suoi aspetti; soprattutto, nel parossistico e goffo tentativo di razionalizzare l’irrazionale e dare il dinamismo di un’estetica pregna d’aspettative positive ad atti di cruda brutale cieca abominevole sordida violenza.

Si pone tuttavia una sostanziale distinzione. Quegli atti, se nell’arte restano immaginazioni sensazioni e singulti emotivi, intimi e/o universali, del microcosmo dell’artista, razionalizzati dalla più o meno efficace sintesi estetica del gesto del tratto della mano artistica; nella rivoluzione ( seppur forma d’arte ) dette immaginazioni e sensazioni e singulti emotivi, intimi e/o universali, sono razionalizzati quando tradotti in atti rivoluzionari, collettivizzati e massificati, posti ingannevolmente alla portata di ognuno.

Questo processo di trasposizione non è solo virtuale ma gravosamente deleterio. I suoi esiti, come detto, saranno sommari e sanguinari.

Lars Hertervig

un cuore rovente nel selvaggio gelido nord

Nato il 16 febbraio 1830 e deceduto il 06 gennaio del 1902, sarà artista poco conosciuto al di fuori della Scandinavia ma la fama non sempre è garanzia di un reale talento, essa è una Dea bendata simile alla Fortuna ma con una piccola fessura dalla quale alle volte può vederci in tempo, altre ci vede troppo tardi mentre la vita, così maledettamente breve, è già fuggita via tra le amarezze della quotidianità.

Lars Hertervig

Ragazzo promettente per le sue doti pittoriche, espresse nella classica moda dei tempi e dei luoghi d’origine, doti sprecate per le scuole d’arte norvegesi, avendo famiglia con risorse economiche nulle, Lars nel 1852 viene finanziato da alcuni suoi estimatori e giunge nel 1853 all’Accademia d’Arte di Dusseldorf.

paesaggio dei primi tempi

Forse su di lui, da bravo artista purissimo, pende già un cattivo auspicio. È timido impacciato, ingenuo, abbastanza semplice nei modi e nel linguaggio. Tutti sanno che viene da un’isola dove vive gente povera, quaccheri e contadini ed è solo. Provate ad immaginare che situazione.

Un ragazzo abituato al contatto con la natura più selvaggia ed alla completa solitudine, precipitato in un ambiente vivace e stimolante, pieno di novità e di persone da ogni parte dell’Europa.

Le cose iniziano a non andar bene, iniziano i pettegolezzi, le dicerie, Lars viene isolato, sgradito ai molti studenti che hanno alle spalle famiglie benestanti o borghesi. Escluso dalle compagnie di amici è costretto a proseguire nella solitudine, questa volta del tutto artificiosa e coatta.

È probabile che l’isolamento e l’ostracismo e forse anche atti di bullismo lo portarono ad una tale condizione di depressione da farlo rifugiare nella sua immaginazione.

In quel suo mondo beato, fatto di natura selvaggia che incute timore e lascia aperta la porta della libertà, Lars, lontano dal suo mondo reale ed immerso in una realtà affollata di esseri umani, ha fantasticato dell’amore.

Ha fantasticato e, purtroppo per lui, s’è innamorato! Cose che capitano a 23 anni. S’innamora della bella figlia del padrone di casa dove alloggia a Dusseldorf. La pagherà cara, molto cara.

Gli viene fatto sapere che la ragazza desidera avere con lui un appuntamento galante e che questo appuntamento è già stato organizzato per suo conto ma è una bugia. Di quelle bugie crudeli di gentaglia crudele e brutale. Egli quindi si reca presso il luogo stabilito e non trova la sua amata, bensì un gruppo di studenti bulli che iniziano a deriderlo e chissà cos’altro.

Lars cadde in una depressione ancor più profonda e buia.

Nell’ottocento avere di questi problemi non sollecita una società empatica e comprensiva ma un mondo basato sul meccanicismo che vede l’uomo come un dispositivo atto a produrre e che dev’essere riparato al pari di un carretto o di un telaio. Lars quindi, ritenuto prodotto difettoso perché pazzo, viene condotto al manicomio di Gaustad. Qui riceve le cure dell’epoca.

Esercizi fisici e duro lavoro, oltre a molto probabili altre pene corporali e spirituali, sono inflitte a Lars per i successivi 18 mesi. Infine viene sancito che trattasi di pazzo incurabile. Immaginate perché questa conclusione, immaginate quanto avrà resistito e si sarà opposto alla sua disgrazia all’incomprensione all’incomunicabilità in cui era costretto.

Ma il pazzo era lui.

Lo rimandarono a casa dalla sua famiglia. Qui, nel tempo, iniziò a dipingere in modo del tutto diverso. Ripudiò le visioni arcadiche e nazionaliste della classica pittura norvegese dell’epoca. Fece emergere del tutto il suo spirito romantico e tragicamente vivido, aprendo le vertigini del baratro e dell’oscurità del mondo reale.

lars hertervig
isola di Borgoy

Le sue tele, finché ebbe modo di dipingere, sono una rottura completa con l’arte del suo tempo e del suo mondo. L’estetica della natura, il linguaggio che gli era più famigliare e, forse, quello che più gli consentiva di continuare a vivere, divenne il mezzo per testimoniare quello che i sensi suoi affilatissimi ricevevano.

vecchi alberi di pino

Il paesaggio, seppur terrestre è come se svelasse un suo doppio alieno in cui i fenomeni atmosferici e le forme solide della natura s’animano, istruiti da demoni silenziosi e determinati, fruscianti e bizzarri. Demoni indagatori e rivelatori. Non esiste più alcun modello del reale. Il reale è direttamente imposto dai demoni e trasmesso senza remore alla mano ai colori ed alla tela. I risultati sono sconvolgenti e lanciano lontano, in un futuro irraggiungibile, l’arte di Hertervig.

foresta sul lago

Lars, grazie alla sua tragica esperienza ed alla sua difficile vita, ha svelato e liberato qualcosa di fresco e nuovo nel panorama artistico scandinavo rimanendo un singolo cuore rovente di verità in quella vasta distesa di ghiaccio. Ancora oggi quasi del tutto ignoto alla moltitudine festante e ciarliera del mondo artistico, egli ci dona quel respiro di purezza e salubrità che solo l’arte e la vita vissuta come capolavoro possono donare.

Quando non ebbe più soldi sufficienti non potè più acquistare i colori e le tele. Dovette limitarsi agli acquerelli ed ai gouaches che dipingeva su pezzi di carta rimediati quà e là ed incollati tra loro con colla di farina di segale fatta in casa. Morì nella povera vecchia casa di famiglia.

Nulla si seppe più di lui fino al 1914 quando fu organizzata una mostra con le sue opere. Oggi esse riposano mai stanche, mai vecchie, mai superate nei musei d’arte moderna di Stavanger di Bergen e di altre importanti città scandinave.

dissertazione#2 la vis immaginativa di Mario Eremita

Dissertazione #2 – la vis creativa di Mario Eremita.

In tanti anni di attività dedicata alla divulgazione dell’arte del mio tempo ho conosciuto il variegato e contraddittorio mondo dell’arte italiana.

Sono rimasto a volte deluso dalla volubile attenzione delle istituzioni pubbliche e private nei riguardi degli artisti, volubilità giustificata ma non sempre, dall’esiguo spessore dei contenuti.

Spesso ho riflettuto sulla consistenza del ruolo che ancora può svolgere l’arte figurativa in una società precipitosamente diretta verso il ripetitivo feticismo dell’immagine; certo, non sono giunto ancora ad una risposta definitiva ma penso che non potrà esistere un futuro in cui l’attenzione verso gli aspetti complessi della creatività umana sia relegata alla mera elencazione di grandi autori del passato, soli al mondo e nella storia in grado di rappresentare ciò che non tutti possono vedere.

omaggio ai nostri microcosmi

Ogni giorno, in ogni luogo, fioriscono umane sensibilità capaci di cogliere con creatività originale dimensioni del tutto nuove. Persone dotate del terzo occhio che, come diceva qualcuno, praticano l’arte più difficile: “saper vedere”.

In base a queste semplici considerazioni ed essendo profondamente convinto della geniale complessità tecnico-contenutistica delle opere e del genuino impegno dell’artista, ho contribuito alla fondazione della Galleria d’arte III Millennio a Venezia, per trattare in permanenza l’arte di Mario Eremita.

L’opera di Eremita ha un’origine del tutto nuova; la pittura di questo artista non è facilmente inquadrabile e mette in difficoltà anche il più esperto critico e studioso.

Le tavole di Eremita stabiliscono rielaborano la pittura, assumendo qui ed ora, il peso della pietra miliare: esse propugnano i valori estetici elaborati da millenni in una nuova lettura dell’arte ai quali, per la maggioranza degli artisti e dei critici occidentali è estremamente difficile accostarsi; pochi esperti ne hanno toccato alcuni nodi fondamentali.

rapporti

Anzitutto la tecnica; Eremita è padrone della tecnica pittorica e scultorea in maniera virtuosistica. La mano è letteralmente il prolungamento della mente ed esegue ciò che ella desidera.

Mario Eremita trasforma il colore in sinfonia di luci ed ombre, rende una mano, un braccio, un corpo leggero ed evanescente come il fumo ma più vivo della stessa carne, riproduce un corpo con un segno e con la posa di un corpo un significato universale, per infondere in quella posa non solo la forza vitale ma anche la tensione drammatica data dalla ragione, dalla psiche, dall’esperienza sociale.

L’artista è in grado di dirigere il complesso tonale dei colori con la stessa dolorosa grazia di Beethoven e, nella secca articolazione grafica della china, apporta i medesimi fragorosi e ironici climax degni di Rossini piegandola ed ammorbidendola al suo volere; ecco vedete, più che con altra pittura il paragone risulta più semplice con la musica.

Questi linguaggi, d’imbarazzante semplicità per il genio, spesso, come la storia insegna, restano incompresi per lungo tempo e ciò è di conforto all’artista.

Ebbene, per ritrovare in Italia artisti paragonabili al talento tecnico di Mario Eremita bisogna andare indietro nel tempo.

Molti esperti, osservando i dipinti, credono che essi vogliano rilanciare una sorta di nuovo rinascimento; costoro s’ingannano: semplicemente perché non possono riscontrare una pittura così competente, autorevole, elaborata, complessa e raffinata se non facendo riferimento alla pittura antica.

In realtà la pittura di Eremita dal punto di vista storico è estremamente attuale e, dal punto di vista estetico, estremamente contemporanea, esattamente come la migliore pittura rinascimentale o meglio come la migliore pittura d’ogni epoca.

Entra quindi in gioco anche l’aspetto contenutistico. L’arte di Eremita è quindi cosa seria, non vi sono rilassamenti o abbandoni a fantasie vacue. Essa non è avvilita dalla quotidianità ma persegue uno scopo: lasciare un segno, una sensazione alla posterità con linguaggio universale; e mantenere il dono della grazia creativa fermo nei binari di questa, quasi ascetica, missione.

Nella poetica e nella Weltanschauung di Eremita è centrale la condizione umana. L’umanità è riflessa come ad uno specchio che ne svela implacabile luci ed ombre, vette e baratri orrendi. Eremita intrattiene un delicato e sottile dialogo con Goya e trasmuta il suo messaggio de “il sonno della ragione genera mostri”.

allegoria

Quella testimonianza introduce tematiche articolate, basate sull’ancestrale corruzione dell’umana specie che pare naturalmente predisposta al male, alla distruzione, alla fobia. Mario Eremita rappresenta l’umano genere sempre dinamicamente teso e sospinto, evidentemente graziato dal dono delle grandiose potenzialità benefiche della capacità del pensiero astratto, dono tale da renderlo quasi trasparente ma al contempo lo rappresenta che, infante, inizia se medesimo alla violenza.

Lo rappresenta quindi cavo decerebrato mutilato accecato frustrato, annichilito nelle sue potenzialità, fino a trasformarne il corpo in essere mostruoso, orrido, strabordante di grasso corrotto o essiccato da brezza salsa e acida, densa d’odio e rancore.

La pittura si fa quindi simbolica ma il simbolismo è astratto e diviene messaggio di una potenza universale totalizzante. Simbolo dell’umana specie è la donna; il cavallo espressione della macchina del progresso diabolico della guerra del potere arrogante dell’apocalisse cui l’uomo va certo incontro se non s’oppone.

La natura è presente: è il vacuo, l’atmosfera plumbea o siderale. È la natura matrigna che getta l’uomo nel mondo e lo abbandona alla sua folle corsa verso il baratro, è la maternità lacerata che presenta il proprio figlio, è il “memento mori” il monito che opprime ed esalta: “ricordati che sei qui provvisoriamente”.

Questi sono solo alcuni aspetti simbolici, una rapida carrellata. Da questa sconcertante raccolta di significati emerge ad una prima lettura una visione se non pessimistica addirittura disperata della condizione umana ma questa lettura non è esaustiva.

Osservate meglio: le figure che galleggiano o volano o precipitano o ristanno sono a volte orrende, paurose, inquietanti ma mai brutte; in loro l’artista infonde, grazie alla sua divina tecnica, una profonda carica sensuale od un potente istinto erotico; questo, fondendosi alla plasticità dinamica già descritta, crea nello spettatore un senso di sgomento e di grande suggestione emotiva che spesso da luogo a manifestazioni di grave commozione, fino al pianto.

Consapevolmente o meno, si resta colpiti da questi dipinti; ma se siamo onesti con noi stessi il nostro non è un senso di paura, di rifiuto: ciò che fa vibrare la nostra sensibilità è il fatto che queste figure entrano in contatto empatico con noi e ci trasmettono un messaggio di speranza.

Tale messaggio penetra profondo proprio perché proviene dalle insondabili profondità ancestrali, osservando queste figure noi ci affacciamo su queste profondità e ne siamo attratti, affascinati. Esse ci chiamano, ci invitano, vorrebbero che noi comprendessimo; esse indicano che è possibile per tutti noi il riscatto; che è possibile che la ragione prevalga.

Questa ragione può sopraffarre il proprio sonno solamente se si abbandona alle più genuine peculiarità umane: l’arte, la musica, la danza, l’eros, la sensualità, il piacere sensuale, l’immaginazione.

Solamente se siamo convinti della necessità di questo messaggio possiamo accogliere senza dissidio le figure di Mario Eremita come compagni di un’esistenza vissuta con gli occhi aperti della consapevolezza.

Infine, essendo le opere dell’artista più confacenti ad un approccio multidisciplinare è importante fornire dei riferimenti letterari. La poesia contemporanea del nostro paese: Tonino Guerra, Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini, Giuseppe Ungaretti sono, per Mario Eremita, i principali riferimenti culturali.

braca migranti clandestini

Artisti… Sciacalli… intellettuali…

braca migranti clandestini
barca trasporto migranti clandestini

Nella foto qui sopra potete ammirare l’imbarcazione posta alla Biennale di Venezia, in memoria di 800 migranti clandestini affogati atrocemente a bordo dopo il naufragio.

Potrei confrontare questa “installazione” con i vari teschi e scheletri che, nelle città antiche e nelle logge delle chiese avvisavano i passanti: “Ricordati che devi morire!” Più recentemente un bravo attore napoletano rispose a tali moniti con: “eh si, mo me lo segno…”

Purtroppo molti nel “settore” sono rimasti ancora attaccati al cesso di Duchamp e da quello hanno iniziato a sparlare di ( artecontemporanea ), oggi in buona parte ( ma non del tutto ) megadiscarica per giovanotti ben foraggiati.

L’arte è il suo tempo e questo è un tempo ostile all’artista che fa di sua vita l’opera d’arte.

Questo è il tempo delle trovate, come fu per il Barocco o il Rococò ma quelli lo fecero in modo infinitamente eccelso.
Oggi s’affabula l’audience delle masse ( non il piacere della Corte ).

Degli artisti, tutto sommato, non frega nulla a nessuno. Quindi servono trovate che siano afferenti a questioni molto dibattute sui media, che abbiano una forte presa emotiva, soprattutto nei “casi pubblici” come la Biennale, di forte rinomanza ed attrattiva…

Nulla di troppo diverso, sul piano formale, da quello che furono le questioni religiose che gli artisti dovettero trattare in passato, per mangiare un piatto di fagioli. Anche se siamo, sul piano sostanziale, lontani milioni di anni luce.

Il grande bias cognitivo in cui cadono le persone “normali”, distanti dall’universo di colui che è condannato artista, è di credere quel professionista investito di ruolo etico-moralistico e che questo sia il compito che fonda l’agire nelle arti.

Invece l’artista non ha alcuna priorità morale o etica, al più un obbligo estetico performativo, altrimenti ogni sua deiezione ( oggetto o prodotto artistico ) dovrebbe sottostare a questo galeotto contratto.

Per correre ai ripari dalla funesta attitudine dell’arte d’esser scevra d’etica o morale, le egemonie economico-culturali fanno ricorso all’intellettuale organico. Sì facendo castrano la definizione del temine “artista”, inteso come sopra e lo accomodano per prassi ed eleganza modaiola, nei limiti del senso diminuitivo-vezzeggiativo.

Egli quindi non è artista ma intellettuale organico che, in base ad accordi politico-amministrativi, assume un contegno moralistico, fantasticando sul “tema” proposto e sul quale, fatalmente, convergono investimenti in danaro sonante; “tema” che ora è quello del fenomeno delle migrazioni clandestine.

Neppure serve oggidì un’anche solo parziale adesione al “tema”. Essendo sufficiente una visitazione dello stesso al modo della firma, del nome, della presenza. È l’apoteosi del gesto che, glorificando opprime il senso di una vita trascorsa col giogo artistico. La gesture che si tramuta in beffardo svolazzo, una cinica esternazione del concetto che il mondo è dei furbi e dei ruffiani. Neppure serve quindi, alcuno sforzo “creativo” in cui l’intellettuale organico, vezzeggiato coll’epiteto d’artista, debba cimentarsi al fine di dare una determinazione “decor” al “tema”.

Lo sforzo è visto ormai malamente quasi fosse prova d’inettitudine, essendo invece determinante un’astratta etimologia che conduca l’atto del fare all’ozioso opinare.

Ci aggiriamo in territori aridi in cui imperversano feroci sciacalli col naso umido e sempre al vento, pronto ad intercettare le tendenze.

Questa “deposizione” che vediamo alla Biennale altro non è che un’elementare puntualizzazione gestita da supponenti parti politiche, al solo scopo di sollecitare una presunta sensibilità.

Tuttavia, essendo in totale ridondanza col contesto sociale, che non ammette tali sciagure, non ne è complice e le contrasta nei limiti del possibile, ad una lettura meno immediata potrebbe suscitare l’idea del monito sopra accennato. Questo monito, di sussiego del tutto subliminale, avrebbe l’intento d’alimentare, nel subconscio del cittadino, quella sorta di sacra soggezione o di monacale contegno che favorisce una società conformista.

Indizi di questo intento si riscontrano anche nell’uso generoso di acronimi in molti aspetti pubblici delle arti. Musei enti ed eventi sempre più spesso ridotti a sequenze di lettere maiuscole puntate, che hanno la funzione di referenziare ogni qualsivoglia contenuto dandovi un’aura istituzionalizzata.

Ciò detto, traiamo le conclusioni. Oggi si celebrano questi morti ma si trascura che si muore comunque e che vi sono mille ragioni per cui si può morire. Ci perdiamo i significati e ci teniamo i significanti. Questa surroga è dirompente perché distorsiva, annienta il vasto e multicolore territorio della retorica, dal quale gli artisti ( diminuiti e vezzeggiati ) sono tenuti alla larga.

Quale potrà mai essere a questo punto, una buona morte? Una morte degna di essere glorificata e portata ad esempio?

Se non esiste alcuna possibilità di risposta, questa “deposizione” è solamente un monito: ricorda che devi morire o, tutt’al più un esorcismo contro una fine orrenda claustrofobica e buia, o forse un monumento a chi, nonostante tutto, riesce ancora oggi a realizzare delle tragedie tanto efficaci sul piano della fiction. Mai un imprenditore suicida potrebbe assurgere a tale pathos, non c’è eguaglianza nelle tragedie ma solo l’opportunismo della cronaca.

PUREA DI FAGGIUOLI

Tragedia Bitonica in 3 Atti Unici redatti e diretti da Nicola Eremita da una frase di Massimo Moro: “Perché non fai una tragedia??”

ATTO I SCENA I
entrano Scrofoloso e Spampinato due disgraziati

SPAMPINATO: Qual ora che volge al desio siam lesti a camminar?

SCROFOLOSO:
Già pria il diss’io;
più non dimandar!
in sul calar del sole
nella foresta andiam
e col calcar le suole,
indietro non torniam.
Mira le nubi far capriuole,
non proferir altre parole.

scrofoloso
Scrofoloso

SPAMPINATO:
Amici siam da tanti lustri
senza speme e per nullo illustri
perciò non ti frustri
quel che appare tra quegli arbusti!

SCROFOLOSO:
amici siam perciò ti credo
n’è miasma ma fantasma, ciò che vedo!!

SPAMPINATO:
Scrofoloso! Che paura! Son nervoso, presto scappa!
Dai fuggim che ormai
notte xe drio venir!!

ATTO I SCENA II
entra il fantasma Eugenio C.

EUGENIO C.:
O mortali! Non fate che vi stecchi!
Non tutti i fantasmi sono becchi,
compare vostro e vostro protettore
qui mi faccio con ardore.

SCROFOLOSO:
Non quel che tu desii a noi è conso
ma di quel che ci dai fàmme conscio.

EUGENIO C.:
Di vendetta e gloria vi faccio dono
in cambio di levarmi da quel trono
che mi fa dei cornuti Re e Patrono.

SCROFOLOSO E SPAMPINATO:
Vendetta e gloria non son per noi!
Noi andiam, tu fa quel che vuoi;
degne di cavallier son quelle cose
per i cafon son disgrazie biliose.

Spampinato

CORO:
S’ode un boato, un dittongo e uno iato.

EUGENIO C.:
Son Eugenio C. Padron del fato
e vostro futuro è già segnato,
in disgrazia vi getto
di qui a un annetto!!

SCROFOLOSO E SPAMPINATO:
Disperazion non ci ange, minaccia non ci tange,
già di disgrazia siam pecchi,
com’essa ti mise tra i becchi.

CORO:
S’azzuffa Spampinato, si rotola sul prato,
e presso ad un burrato
vede che una cavalla avea cacato
e vede Eugenio C. gradasso
e preso da orribil sconquasso
afferra da terra una castagnola
lanciolla in faccia alla banderuola,
così continua e così fè Scrofoloso,
finché Eugenio non fu lordoso
e tutto di cacca involto
cascò giù pel colle incolto.
Vedendo tal caduta
di quell’anima cornuta,
i due amici riser tanto
d’arrivar financo al pianto.
Or già pieni di compassion,
l’accettaron qual amicon!!

ATTO II SCENA I
Scrofoloso e Spampinato e il fantasma Eugenio C. bighellonano.

SCROFOLOSO:
Oggi in tre noi siam scapestri,
per il mondo bighelloniam
per città e case rupestri,
che sarà se non cambiam?
Che ne dici sor Fantasma
se stà vita da marasma
diventasse un tulipano?
Al Castello di Merano!!
Non è certo come a Linate
dove l’aria la paghi a rate.

EUGENIO C.:
Orsù andiamo a questa Merano
alta la fronte e pronta la mano.
Occhio al biroccio, tira quel laccio,
Scrofoloso e Spampinato; con voi gliela faccio!!

CORO:
Tutti e tre i nostri compari
prendon un treno che va fino a Bari,
poi, accortisi dell’errore,
tornano suso in circa sei ore.
Perso il biroccio sotto un ippocastano
infin si ritrovano a Merano.

ATTO II SCENA II:

SPAMPINATO:
Ecco il Castello in riva al mare
guardate come son alte le mura,
o Scrofoloso, hai voluto strafare
ma la sua mole mi mette paura.

SCROFOLOSO:
Mio caro e bon Spampinato
tue son le stupidate ed il cervello malato,
tu sei pazzo se credi che sto castello
si conservi un fatato suggello
che maledice colui che puote
abitarne le stanze vuote.

EUGENIO C.:
Ad esser sincero, a dire del vero;
pur anco a me era parso
codesto Castello di malvagio cosparso.
Si dicea mill’anni addietro
ch’esso fosse stato d’un Pietro
morto in flagrante amplesso
con un grosso maiale lesso,
quando consorte trovatolo
impietrita ed alquanto crucciata,
presa una gamba del tavolo
lo schiacciò con una bella stangata!!

SCROFOLOSO:
Or stoppate vostra insana natura
che del Castello vi mette paura.
Fabule son, non hanno riscontro,
non vi credete, anzi, ridete,
perché se per vere agli altri son contro
per noi son robusta parete
all’altrui avidità compatta
che fa del mondo dell’omo una schiatta!!

CORO:
Or vedete i nostri sventurati
scrutar essi già questo Castello
tremanti per le mura e gli archi rialzati,
per gigantesche torri, per profondo avello,
che tutto lo circonda e lo fa sontuoso,
contro l’ardire dell’uomo voglioso.

ATTO III SCENA I
Scrofoloso e Spampinato e il Fantasma Eugenio C. giungono al Castello.

CORO:
TOC! TOC! TOC! Fé il Fantasma. ( entra Guliermo il portiere ).

GULIERMO:
A che te tu voi? Maledette so i tuoi!
A che te tu hai da rompe?

SCROFOLOSO, SPAMPINATO, EUGENIO C.:
Siam amici! Siam amici!

GULIERMO:
Oh che te tu dici?
Fora dae toe, lassateme stà!
Ché colla gente nun voio avé a che fà!

CORO:
Guliermo si barrica dentro
e preso un secchio di peltro,
riempello con orina di topo;
e cosa fa ve lo dico dopo.
Corre sui piani elevati
e lo svuota sui tre disgraziati;
allora i tre scompisciati
di molto si sono arrabbiati.
Sfondan il portone d’un tratto,
prendon e menan quel matto.

EUGENIO C.:
Espugnato ti ho brutto malanno
non far mossa non batter ciglio,
o repente subito ti scanno:
se mi fai saltar cipiglio!!

SPAMPINATO:
Guarda Scrofoloso, gioisci Eugenio;
questa fortezza contiene un premio!
Cortigiane son quelle! Tutte bionde e tutte belle!

SCROFOLOSO:
Quale dolce visione, son più del visone!
Vieni bella gnoccona!

MARILONA:
Io mi chiamo Marilona.

SPAMPINATO:
E tu di nome come fai?

CORTIGIANA:
Se mi tocchi passi i guai.

SCROFOLOSO:
Agguanta Spampinato.

SPAMPINATO:
Afferra Scrofoloso.

SCROFOLOSO:
Se non mi sono ingannato.

SPAMPINATO: Questo è Paradiso godoso!!!

ATTO III SCENA II

CORO:
I tre furfanti matricolati
che le ragazze avean violate
non sapean ch’eran fregati
siccome a sacrificio ell’eran destinate
per quel famoso maiale lesso
che la moglie avea trovato
col marito in dolce amplesso
marito che poi avea stroncato.
Sarebbero arrivate di lì a poco
due nere anime di fuoco
che avrebbero portato il maiale lessato
che con orribil latrato
si Scrofoloso e Spampinato
si sarebbe cibato
ed avrebbe bruciato,
con alito di velluto,
anche Eugenio C., Fantasma cornuto.

SCROFOLOSO:
Oh che bella questa vita
che orgiando fugge via,
resta qui mia dolce Rita,
ti regalo una Sierra Ghia.

SPAMPINATO:
Oh che bello questo mondo
che godendo rende grati,
resta qui mio seno tondo
ti regalo una Maserati

SCROFOLOSO e SPAMPINATO:
Eugenio? Hai tu qualcosa che ti storna?

EUGENIO C.:
Amici! Canto alla Luna il dolor delle mie corna!
O Luna che in cielo brilli
non mi abbandonar piangente
assettati ed ascolta i miei strilli
senti il mio cantar fremente.
che al cuor mi fa venir dei grilli.
Guarda quest’uom sofferente.
Mogliera mi tradì una sera
e fé di mie corna una vera
tortura che mai non morì,
fintanto che mia vita finì.
Tradimmi anche da morto,
nasciòmmi sto corno contorto.
Or vendetta voglio e pretendo,
anche se l’anima al Diavolo vendo!!!

SPAMPINATO:
Chi son quei tre figuri
che si stagliano sui muri?

SCROFOLOSO:
Assassin! Maledizion!
Ci disfidano a tenzon!!

EUGENIO C.:
Alla spada, alla marra!!
E sia morto colui che sgarra!!
Difendiamo nostra conquista,
dall’odio nemico egoista.

EPILOGO

CORO:
Feroce duello
s’ingaggia nel Castello.
Attaccan da destra gli uomini neri.
Difendon da sinistra i tre calimeri!
Lo spadon di Spampinato trafigge il nemico;
la marra di Scrofoloso lo schiaccia tal fico.
Fendenti, magli, volano denti
SCRASH! STUNF! SPALF! SOCK!
Al par d’Enea lottan furenti!

EUGENIO C.:
Ora capisco la maledizion è vera,
costoro son de la morte nera,
vengon a prenderci per sacrilegio
d’aver portato al Castello lo sfregio
di nostra presenza invadente;
ma non cederemo per niente!

SPAMPINATO:
Ah! Colpito son ma non m’arrendo,
meglio morire combattendo
per un’ora di piacere,
dopo una vita di soffrire.

SCROFOLOSO:
Ah! Tagliòmmi una man
ma son più di Conan,
resisterò financo a doman
per serbar sto tulipan
del Castello di Meran!!

EUGENIO C.:
Ah! Maiale lesso,
arriva indefesso;
allor sei venuto
a bruciar sto cornuto?
Ah, son fregato!
Ah, son bruciato!

SPAMPINATO SCROFOLOSO:
No! Eugenio C. No!

EUGENIO C.:
Addio addio, amaro è morir
senza vendetta ne colpo ferir…

SPAMPINATO SCROFOLOSO:
Ah! Maiale mangiòcci,
noi poveri fantocci…
Per i cafon non c’è speranza.
Noi combattemmo feriti e malati,
per difender nostra abbondanza
ma finimmo morti ammazzati…
Non degnosa fu poi nostra morte,
in bocca al Maial la nostra sorte
ai Cancelli del Ciel ci apre le porte;
e pensar che sto casin
fu per sei donne e un fiasco di vin!!

CORO:
Questa è la storia di Scrofoloso Deodato
e dell’amico Rutelio Spampinato
che incontrato Eugenio C. s’un prato
furon mangiati da un Maiale lessato
per sei donne e un litro di moscato.

Primavera 1989

goya, il gran caprone

Arte ed Economia = mostruosità

Il successo artistico di Oliviero Toscani nasce da messaggi pubblicitari di potenza provocatoria non comune. Egli ha interpretato l’idea astratta della lotta di classe interetnica che un’élite progressista ha escogitato per lo scopo di vendere prodotti.

goya, il gran caprone

Egli ha concesso all’industria tessile l’opportunità d’associare a prodotti con bassissimi margini, realizzati con metodi “border line”, una scala di valori pseudomorali circa i principi d’eguaglianza, volgarizzandoli.

Milioni di persone hanno voluto credere a questo “miracolo” economico-morale che in verità è solo un pezzo di cartone senza alcun contenuto.

Toscani ha interpretato inconsapevolmente la crisi di valori della politica ( qui di certa sinistra ), nell’impossibilità di proporre un’alternativa al capitalismo più feroce.

Ciò che controbilancia questo misfatto è stato un sensibile miglioramento relativo delle condizioni economiche materiali di paesi sottosviluppati che, grazie alla globalizzazione, hanno potuto finanziare il microcredito; consentendo l’emancipazione e l’affrancamento dalla miseria più assoluta.

Le ondate migratorie oggi sono l’esito estremo di questo fallimento e della mistificazione e volgarizzazione di valori fondamentali troppo precoci rispetto al progresso tecnico industriale universale.
In tal senso le economie dei paesi avanzati dovrebbero reimpostare i loro investimenti per favorire la crescita e lo sviluppo dei paesi rimasti indietro.

Invece pare che l’occidente voglia peggiorare ancor più le cose, proponendo nuovamente dei fenomeni artistici con intenti pseudomoralistici o pseudomilitanti, stavolta senza nemmeno l’indirizzo economico della distribuzione “altrove” di una sorta di benessere, con il supporto dell’attività industriale e / o commerciale.

Anche questi buoni propositi di ricaduta positiva di una possibilità di sviluppo sono stati oltrepassati dal linguaggio dell’arte. Ormai ci teniamo il fenomeno mediatico di una specie di arte che, in qualche modo, “milita” un concetto umanitario o un intento “sociale” senza che vi sia alcuna realtà, nella sostanza, ad incarnarlo.

Siamo divenuti completamente virtuali. Partecipiamo ad una realtà che ha dignità d’essere, solamente se confezionata in un opportuno abito mediatico, solo se riportata da opportuni organi di divulgazione o di ufficializzazione. Non serve alcun prodotto, alcun investimento in economia reale.

Il nostro mondo quotidiano è rivolto ad un Dio feroce e possente; il Dio dell’arroganza, del cinismo e dell’inganno più assoluto. Il Dio più invadente che possa esistere; quel Dio che non obbliga ma persuade la coscienza, che seduce il nostro mai sazio bisogno di gratifica immediata, che ci renda l’illusione di aver compiuto l’atto positivo ed umanitario, idealistico e salvifico, pur non avendolo mai neppure immaginato perché esso ci è offerto, già cotto, pronto per essere divorato.

Capirete che in un tale contesto l’artista è morto, Dio è risorto in un trionfo orgiastico di pulsioni popolari, afflizioni di massa, assurde idolatrie, ansie di successo e fama immeritata, a poco prezzo e a nessuno sforzo.

Desiderando le masse, con fisiologica impellenza, emulare ciò che misteriosamente diviene popolare, nell’incomprensibile attenzione dei media. Assunti quali inappellabili e sacri giudici d’ogni umana vicenda.