urania

Urania! Dove sei?

Mi riprometto, in un prossimo mio brano, di replicare ad un mio amico che segue con molta curiosità la valanga d’informazioni ( di ogni qualità ) che negli ultimi 3 mesi si sono affastellate sulla vicenda pandemica. Nel frattempo ho avuto notizia del servizio televisivo che “Le Iene Show” ha confezionato per il prof. Roberto Burioni.

Vi avviso che, in materia scientifica, non sono schierato con gruppi di sorta ( odiatori o amatori di chichessia o di qualsivoglia idea, struttura, organismo, associazione, partito ).
Sono invece sempre schierato dalla mia parte, nella difesa della mia dignità di persona libera e pensante, armata di molteplici letture oltreché di studi ed esperienze, consapevole quindi della propria ignoranza.

Il servizio è stato confezionato per porre le basi del o dei successivi, per creare il fatto, per gettare il sasso nello stagno. È una tecnica di marketing editoriale inaugurata coi feuilleton ( romanzi d’appendice ) che diede enorme successo di vendite ai quotidiani dei primi del novecento. Un grande successo ebbe la compianta Carolina Invernizio ( n.1851 m.1916 ).

feuilleton

È un servizio falso? È diffamatorio?
Non saprei ma esso gioca sulla suggestione, questo è certo.
Il tema è se Burioni sia o meno in conflitto d’interessi quando si espone nei mass-media e dice la sua nella materia in cui è professore ( microbiologia e virologia ).
Il servizio è creato con una tecnica di montaggio che ne aumenta il ritmo al fine di non annoiare lo spettatore. Le interviste sono tagliate e forse sono estrapolate ( fuori contesto ), le domande sono poste in maniera da ricevere una determinata risposta che non entra nel merito specifico.

Prima il giornalista manifesta al pubblico una domanda diretta:
“Burioni è in conflitto di interessi?”
Poi iniziano una sequenza d’interviste a due gruppi di persone, i colleghi, gli opinionisti.
I colleghi sono: dr. De Donno, dr. Vianello, dr.ssa De Silvestro, prof. Crisanti, dr. Bassetti. Servono a conferire al pezzo una sorta di autorevolezza.
Gli opinionisti sono: avv. Rienzi ( Codacons ), dr. Gomez ( ilfattoquotidiano ), dr. Mentana ( TG La7 ), prof. Cacciari ( ex pessimo sindaco ), dr. Tarro ( pare si sia autocandidato al Nobel ). Servono ad incarnare una sorta d’opinione pubblica o di sentimento popolare.

burioni de donno vianello de silvestri crisanti bassetti gomez cacciari rienzi mentana

L’argomento parte dal conflitto d’interessi e si snoda attraverso la questione delle cure col plasma dei pazienti guariti, dei preparati a base di plasma monoclonale e dei vaccini. Tutto ha lo scopo d’acuire sempre più i sospetti sull’attendibilità delle affermazioni del prof. Burioni e sulla sua estraneità ad interessi economici. La chiave sta nel modo in cui vengono poste le domande agli intervistati e, se ci fate caso, sono poche le domande che vengono incluse, si preferisce raccontare e cucire le risposte.

Le domande sono sempre in forma d’ipotesi. Ad esempio non domandano a nessuno se il prof. Burioni sia in conflitto d’interessi o meno ma fanno una domanda ipotetica: “se il dr. Burioni avesse, fosse, facesse, dicesse, prendesse, venisse… sarebbe in conflitto d’interessi?”
A tale domanda l’intervistato non può che rispondere affermativamente. Chiaro che chi si espone a questo genere di quesiti non conosce il funzionamento dei mass-media. Mi stupisco per Mentana e Gomez!!
Non mi stupisco per Cacciari che per un’apparizione forse darebbe un rene.

Circa le cure col plasma dei guariti, da quel che ho compreso, sono trattamenti per chi è già malato grave ma non gravissimo e pare che l’efficacia del plasma dei guariti si riduca col tempo, nel senso che il guarito ha un plasma efficace nella cura solo per un limitato periodo di tempo. Un grande riconoscimento va al dr. De Donno che ha contribuito ad implementare questa terapia.
Sui costi mi associo con la dr.ssa De Silvestro nel chiedere al prof. Burioni dei chiarimenti. Il plasma monoclonale invece non avrebbe problemi di durata nella sua efficacia ma non solo, sarebbe a detta del prof. Burioni, anche un rimedio preventivo, una specie di quasi-vaccino “sconfiggere il virus” ( cit.).

Circa la questione dei vaccini si sappia che tutti gli esposti dell’avv. Rienzi contro il prof. Burioni sono stati archiviati. Inconsistenti!
L’avv. Rienzi è francamente inascoltabile. Sprizza acrimonia da ogni poro, arriva ad ipotizzare un prestanome per gli interessi dell'”indagato”, mi chiedo se e cosa gli abbia fatto di personale il prof. Burioni…

Rienzi afferma testualmente:
“La verità non può essere verità se chi la enuncia è un soggetto che sotto può avere ( non dico che abbia ) un conflitto di interessi. Chi enuncia questa verità dev’essere indipendente a prescindere.”
Questa frase è un postulato che ha sapore di atto di fede perché presume che la verità, seppur sia tale, non vada accolta se proviene da chi abbia un conflitto d’interessi. Se ciò fosse assunto quale metro universale il mondo perderebbe l’enorme contributo al progresso che hanno fornito le imprese private di ogni tipo e natura ma non solo, anche le imprese volontaristiche o pubbliche in quanto, non essendo determinato il concetto di conflitto di interessi esso potrebbe individuarsi anche nella semplice ambizione.
Ciò è suffragato anche dal mero sospetto, che il Rienzi pone come pistola fumante del reo. Ci spieghi poi questo insigne presidente di Associazione di Consumatori ( già nota per posizioni antiscientifiche in difesa dei consumatori ), cosa significa “indipendente a prescindere”, visto che nemmeno lui potrà mai esserlo, essendo fondatore e presidente della sua Codacons.
Forse Rienzi immagina un suo mondo in cui una sorta di socialismo reale sia divenuto forma di religione morale. La Corea del Nord potrebbe dargli la cittadinanza onoraria, si mobiliti Kim Jong-un.

Da circo il parere del prof. Cacciari quando afferma che anche se si dichiarassero i propri conflitti d’interesse sarebbe in ogni caso sbagliato esporre le proprie scoperte o il frutto delle proprie ricerche scientifiche. Ascoltandolo mi par di capire che chiunque faccia delle proprie fatiche nello studio un mezzo di sostentamento, dovrebbe indossare la mordacchia e non parlare ai mass-media. Più spazio per gli opinionisti!!
Costoro infatti sono ovunque come il sale, competenti su tutto e quindi su niente e sempre ben pagati per ogni comparsata che ha il banale e degradante scopo di sobillare la pancia dello spettatore e mi riferisco proprio al filosofo ex pessimo sindaco di Venezia ( parere mio ).

In attesa della sicura seconda puntata del servizio de “Le Iene Show” rivolgo ora la mia parola allo stesso prof. Burioni.

Ringrazio il prof. Roberto Burioni per la pronta replica al servizio de “Le Iene” che ho visto. Il mio auspicio è che egli possa ancora, in futuro, insieme ad altri colleghi, intervenire presso i mass-media per informare la gente.

Ciò magari anche al di fuori di trasmissioni che sono palesemente di parte, come è purtroppo di parte la stragrande maggioranza dei mass-media nazionali.
I danni gravi in questa pandemia li hanno fatti giornalisti e altri cialtroni che, con l’uso dei mass-media e del web, hanno manipolato e travisato i progressi ed i fallimenti scientifici, o per scelta o per ignoranza, quest’ultima senza scuse, non essendo l’ignoranza del consapevole ma del presuntuoso.

La mia visione ( forse disgraziatamente minoritaria ) è quella di un mondo scientifico estraniato alle simpatie ed alle preferenze politiche.
Difficile in un paese in cui le nomine nei centri di ricerca pare siano tutte politiche. Difficile forse per il mondo universitario, del resto dopo Tangentopoli, la trattativa Stato-Mafia, lo scandalo recente nella Magistratura, c’è da temere anche per le università.

Estraniato grazie ad un sistema di diffusione e non d’informazione, delle notizie che sia neutro e trasparente e, soprattutto, capace di maneggiare il sapere.

Se così fosse, immagino che molti altri ricercatori come lei avrebbero piacere ad esporsi pubblicamente ( vedi il comunicato del dr. De Donno ), perché non temerebbero di essere messi, come capri espiatori, da una parte o dall’altra delle divisioni miserrime che molti, molti italiani manifestano su tutto.

Concludo con questo pensiero di Oriana Fallaci che mi sta molto a cuore:
“È un Paese così diviso, l’Italia. Così fazioso, così avvelenato dalle sue meschinerie tribali! Si odiano anche all’interno dei partiti, in Italia. Non riescono a stare insieme nemmeno quando hanno lo stesso emblema, lo stesso distintivo. Gelosi, biliosi, vanitosi, piccini, non pensano che ai propri interessi personali. Non si preoccupano che per la propria carrieruccia, la propria gloriuccia, la propria popolarità di periferia e da periferia. Pei propri interessi personali si fanno i dispetti, si tradiscono. Si accusano, si sputtanano…”

oriana fallaci

 

burn after reading

Burn After Reading

A cosa si potrebbero paragonare questi ultimi due mesi, volendo dar loro opportuno spessore drammatico?
Ai film distopici e catastrofisti?
Alle visioni oscure di qualche artista maudit?
A previsioni tenebrose d’indovini in erba?
Non penso proprio. Quello che si avvicina di più alla realtà dei fatti, delle cronache nere e grigie, del roboante universo dei mass-media, dell’isterico e rissoso mondo della politica, è una bella sceneggiatura dei fratelli Coen.

burn after reading

Joel ed Ethan interpretano il verismo dei nostri tempi, come Giovanni Verga, Luigi Capuana, Federico De Roberto, Matilde Serao, Emilio Praga, Arrigo Boito, lo avevano ben inteso 150 anni fa in Italia. Se questi artisti fossero vivi oggi scriverebbero sceneggiature negli assolati sobborghi di Los Angeles e si scannerebbero per essere scritturati negli Studios.

La pandemia scorazza nel mondo distratto dalla repressione e dalla censura. Colossi politico-istituzionali si vendono a colossi economico-industriali alla faccia della salute dei popoli e questo è l’indizio del fatto che siamo tutti scarafaggi, tutti ( quasi: ma poco quasi ) ugualmente e ferocemente assetati di sangue e carne putrida.

Il virus giunge in un paese latino ciarliero e vacanzista, in cui le cose serie sono prese per gioco e i giochi sono presi sul serio. Ecco che scoppiano le polemiche. Chi auspica la chiusura delle frontiere e l’uso della mascherina è tacciato di razzismo, gruppi di utili-idioti diffondono immagini in cui i presidi sanitari sono considerati strumenti di segregazione etnica, altri utili-idioti incoraggiano l’abbraccio spontaneo ed immotivato per le strade della movida e delle apericene.

Il Governo non vede l’ora d’applicare la Legge che consente di sospendere per massimo 6 mesi ogni attività del Parlamento e di agire esclusivamente per decreto. Tutti smaniano di tappare la bocca agli avversari politici:
TUTTI!

Scatta l’emergenza e si sprecano le espressioni gergali anglofone, si creano le task force con centinaia di espertoni ( 300, come gli eroi delle Termopili ? ) per prendere in mano la situazione. Questi litigano tra loro mentre gli operativi nelle corsie si battono con uno stuzzicadente contro un drago. Una fuga di notizie causa la presa d’assalto delle stazioni ferroviarie e delle strade da parte di decine di migliaia di persone che antepongono l’odore di basilico al rischio di morte.

Siparietto noioso è che praticamente tutti gli italiani si adeguano alle disposizioni e sono disciplinati.
Fortuna che ai mass media non piace ed orde di cronisti sono sguinzagliati per il paese al fine di beccare i disubbidienti. Iniziano anche gli idioti dei socialnetwork a farsi avanti con una produzione seriale di documenti falsi su qualsiasi genere di sfumatura di cui abbiano sentore da giornali tivvù e riviste online.

Impazzano i video di personaggi che fanno il discorso della montagna. Improvvisati esperti di tutto, dalla medicina alla statistica, raffazzonano video nel loro giardino per sconfessare la realtà epidemica grazie al contributo della figlia di 12 anni che poco prima ha loro insegnato le frazioni. Altri citano astrologi cialtroni del medioevo come Nostradamus per vaticini a posteriori. Il narcisismo paranoide e sociopatico prende la mano, dai rispettabili rappresentanti di commercio alle massaie.

Padre Livio Fanzaga, il prete che parla a Radio Maria, chiama in causa una possibile ammonizione divina per giustificare la verità del morbo. Il CSO Rivolta di Marghera organizza un cenone-ammucchiata ( con aspirina nella cola del Prix ) per opporsi alle disposizioni del decreto che sono viste come oltraggio alla libera ed autogestita stupidità quotidiana. I giorni passano nella solitudine casalinga, nel silenzio dei quartieri e delle vie.

Ecco che le opposizioni si riorganizzano e diffondono il servizio di RAI 3 Leonardo in cui si fa menzione di un virus creato in laboratorio. Intanto il Presidente della Regione Veneto parla ai giornalisti delle abitudini culinarie dell’estremo oriente. Valanghe di polemiche si accendono. Luca Zaia è messo alla berlina per aver detto una gran verità: “I magna topi vivi…”
Il servizio di RAI 3 Leonardo esiste ed è datato, certo non attinente ai fatti del 2020.

Si sà che nella lotta di propaganda contro propaganda disinformazione e contro informazione non ci sono regole se non quella della manipolazione. In gioco ci sono carriere e poltrone, certo non il bene comune.

Dallo Spallanzani giungono notizie sull’origine naturale del virus ma la questione ad oggi non è ancora certa.

Intanto elicotteri si alzano in volo per cacciare bagnanti precoci che passeggiano solitari in pareo sulla spiaggia sabbiosa di Mondello, su quella rocciosa di Salerno. A Torino pare sia scoppiata una protesta in una di quelle vie quadrate dei quartieri operai FIAT costruiti nei primi del ‘900 positivista. Una rivolta folle ma ci son 2,3,4 e più persone costrette in 40 metri quadri che mal si sopportano.

Corsa all’uso dei gel lavamani in maniera compulsiva. Le mascherine servono, non servono, non vanno fatte in proprio, vanno fatte in proprio… Intanto iniziano le rivendite a prezzi stellari di confezioni di varia natura, mentre nessuno pensa a renderle tutte detraibili.

Inizia una campagna a tappeto per istruire il popolo sul contegno contro l’infezione ma anche una campagna puerile ed autoreferenziata in cui i gruppi editoriali pubblici e privati raccomandano al popolo d’affidarsi solamente all’informazione ufficiale. Si fa pubblicità progresso per demonizzare le cosidette “fake news” aggiungendo altro disgusto al già greve vocabolario anglofonizzato degli imbecilli.
Diffidate delle imitazioni! Solo sssr na strojke, pravda e völkischer beobachter.

Ai primi di aprile, dopo 20 giorni di autarchia mediatica, ricominciano ad arrivare notizie dall’estero, ovviamente tutte puntate sulle vicende del virus. Nel mondo si muore, si vive, si soffre, si gioisce, solo in funzione del COVID-19 e dell’andamento delle Borse internazionali.

Si parte dall’Europa. Esordisce un opinionista inglese, il dr. Christian Jessen che stigmatizza gli italiani sole-pizza-mandolino che con la scusa della febbre non vogliono lavorare. La stronzaggine è democratica.

Quindi segue il fuoco di fila delle epifanie europee ( come furono le primavere arabe ).
Spuntano fuori vecchie e mai defunte tradizioni del continente sanguinario ( 1914-1918, 1939-1945 ). Quando ancora i miasmi non hanno aggredito tutte le nazioni, prevalgono interessi di portafoglio e sordidi pregiudizi. L’Inghilterra, che ha capito questi ultimi, si fa sfuggire l’occasione e cade nel tranello pseudoscientifico, sottovalutando la situazione. Un puntualissimo contrappasso riporterà alla fredda luce del giorno la faccia stralunata di Boris Johnson.

La genia ( il politicamente corretto nel lager non stona ) di fama internazionale, Christine Lagarde, decide di far concorrenza a Ralph Winchester e lo batte sul campo.

Si da fuoco alle polveri della solidarietà pelosa!
Si aprono le vie della seta come a rendere omaggio alla dittatura opprimente che ha impestato tutti noi. Un omaggio stile Alibaba: io regalo te 500 tu compri me 500milioni…
La globalizzazione è morta ma continua a vivere nei sogni d’eternità di quel prestigioso e cinico mestiere della diplomazia.
Ecco che è il momento dei corrispondenti. Dalla Cina Giovanna Botteri di famiglia in RAI e col cuore a Samarcanda. Le italiane ammirano le sue chiome come tamerici salmastre ed arse. Claudio Pagliara dagli Usa. Pare che per ora Gianni Riotta ce lo abbiano risparmiato, o me lo sono perso?

Mentre dalla Cina giungono solo aggiornamenti sulle tempistiche della quarantena e sui metodi di disinfezione, essendo le notizie sulle censure molto laterali e tardive, dagli USA giungono quotidiane le recensioni circa le bizze di Trump.

Il tycoon palazzinaro se ne esce con picconate e castronate varie. Litiga coi suoi, minaccia la Cina, minaccia l’OMS, suggerisce ai suoi connazionali di assumere disinfettanti per bocca o per via endovenosa. Sparando in tutte le direzioni è certo che qualche bersaglio lo prenderà. Intanto negli Stati Uniti chissà se qualcuno avrà compreso che la sanità dev’essere ripensata.

Torniamo in Italia dove, dopo varie interviste a medici e scienziati che ci hanno dato contezza del fatto che le dinamiche politico-sociali inquinano anche la presunta asetticità non-democratica della scienza, scoppia uno scandalo per la non-nomina del magistraro-eroe Roberto Di Matteo e per la concessione dei domiciliari ad importanti boss di mafia camorra ‘ndrangheta.

Assassini a casa per licenza virus, doppio fallimento:
1) la giustizia si arrende ai capricci della natura;
2) le carceri non garantiscono la sicurezza pur essendo luoghi virtualmente isolati dal resto del mondo ( ancor più il 41bis ).
Il Ministro Alfonso Bonafede è nella tempesta ma pare solamente in quella di alcuni media. Facciamo il gioco del SEFOSSI?
Se Bonafede fosse stato espressione della Lega?
Magari della Lega Nord?
O di Forza Italia?
Tutto uguale uguale?
Le ho sentite ieri le interviste bonarie e minimizzatrici a Radio Rai 1.

Ed eccoci infine ai giorni nostri. Un esempio lampante della realtà alla Coen che stiamo vivendo.
Una giovane donna insegue i suoi sogni. È appassionata di fitness ( come Linda Litzke ), studia e si laurea in mediazione linguistica nel 2018. Forse illusa dall’amore per il prossimo, con la convinzione che hanno tutti i giovani d’avere un ruolo chiave per cambiare il mondo, parte subito per una missione di volontariato in Africa in zona Malindi, famosa per attacchi terroristici, le va bene.

Forse convinta di essere immune al male, protetta dallo Spirito Santo o da Osho Rajneesh, forse gratificata dal suo intento volontaristico, riparte ancora e questa volta la rapiscono quelli di Al-Shabaab. Per intenderci quelli che nel 2015 hanno fatto irruzione in un campus universitario in Kenya ammazzando 148 persone.

Resta nelle mani di questi ideologi ( che son convinti pure loro, come noi, di aver ragione: Gott mit uns è pandemico ) per 18 mesi. Durante i quali non le accade nulla, se non un lungo viaggio da Malindi alla Somalia, anzi, ha modo di mettere ancor meglio in pratica i suoi studi di mediatrice culturale che forse le hanno consentito di evitare il peggio.

Ebbene, grazie a sforzi d’intelligence internazionale e probabilmente ad un congruo riscatto, viene liberata e torna nel paese dei vacanzisti ciarlatori che le organizzano una bella accoglienza.
Da un lato orde di scribacchini malversatori diffondono notizie false tramite i famosi gruppi editoriali che fanno la pubblicità-progresso contro le “fake news”. Dall’altro gruppi d’odiatori seriali senza vergogne berciano insulti d’ogni genere sui social dando credito ai primi. Dall’altro ancora altri gruppi, professatori d’amore libero e progresso, vomitano insulti come lava sugli odiatori seriali.

Oltre tutto questo le istituzioni, non meno ridicole e pataccare, che si presentano nella loro massima espressione politica del Presidente del Consiglio e del Ministro degli Esteri ( mancava il Presidente della Repubblica ) ad accogliere questa sprovveduta.  Grave caduta di stile a mio parere. Sarebbe bastato un rappresentante del Ministero degli Interni, magari un vice ministro o il Capo della Polizia. Invece si presenta il gotha governativo. In un paese praticamente in guerra si ha tempo per queste cerimoniette.

La giovinetta arriva all’aeroporto tutta insacchettata e la prima cosa che fa, quando scende dall’aereo, è quella di chiedere all’agente di polizia se può cavarsi la mascherina. Perché?
Semplice: perché ci sono le istituzioni con il codazzo dei mass-media e dietro di loro tutta la grande massa dei telespettatori infami ed affamati, che non vedono l’ora di giudicare.

E lei non vede l’ora di essere giudicata, di divenire, forse con merito, un’icona del volontarismo umanitario ma goffo, di buoni propositi ma manicheo, incapace di vedere l’umano per quello che è. Incapace quindi di produrre un vero bene che è tale al di sopra di tutto. È del resto l’umanitarismo dell’uomo, non del divino.

Un climax d’innominabile nefandezza è partito a fine febbraio ed è giunto fino ad oggi; ma qui la curva non pare essere in discesa bensì in continua asintotica salita. Proprio come nei film dei Coen dove un’assurda scena ne precede solo un’altra, ed è tutto vero. Vero come ogni deprecabile miseria umana.

Siamo scarafaggi!
Ecco il messaggio che giunge da ogni parte del pianeta vivente!

quelle strane occasioni

…quelle strane occasioni…

Forse non a tutti capita di avere quella vena di humor nero ma a me si. Quando vedi e senti queste espressioni di retorica collettiva, di messaggi replicati ossessivamente e, spesso, scimmiottati, da milioni di persone, creati coll’intenzione ( positiva ) di dare una prospettiva ottimistica ad una realtà che, vista da molto molto in alto ( propriamente da oltre l’atmosfera ), non lo è in quasi nessun aspetto, ecco che s’attiva il desidero di riderci sopra amaramente.

Capisco che vi sarà chi si sentirà offeso, chi invocherà censure e reprimende ma questo è il gioco della satira che ha il compito di provocare. Del resto siamo sollecitati continuamente dal fuoco di fila di notizie, pseudonotizie, fandonie in buona fede ed in malafede, fatti, contraffatti, opinioni, talk show, articoloni di giornale, aggressioni fisiche e verbali, faziosità politiche etniche di quartiere, di bande criminali, siamo perseguitati da funzionari di stato o di enti sovranazionali, persone con vasti poteri, che parlano a vanvera mostrando lati oscuri ed inquietanti.
Che male può fare una vignetta in più nella vastità del sacrosanto malgusto della nostra beata società chiaccherona?

quelle strane occasioni

Il nostro mondo democratico è per definizione permeabile ad ogni espressione, ad ogni intento di riassumere una differente prospettiva.
La mente umana è per definizione e per necessità elaborata al fine di dare rappresentazioni astratte ed immaginifiche della realtà che sperimenta, al punto da produrre essa stessa delle realtà del tutto fittizie.

Spesso è proprio da questa ostinata repulsione per la cruda verità che scaturisce l’idea del sogno, dell’illusione, dell’intrapresa oltre l’ostacolo che consente all’uomo di raggiungere esiti ragguardevoli.
Spesso è proprio questa ostinata repulsione per la cruda verità che mette l’uomo massificato in situazioni che paiono ridicole, coatte a tal punto da farlo come marionetta o preda della pura ed ottusa irrazionalità.
Così la maestra commissiona ai suoi allievi il disegno con l’arcobaleno e lo slogan “andrà tutto bene” e tralascia invece di consentire ad ogni singolo ragazzino di scrivere ciò che pensa veramente, magari la prima cosa che gli possa passare per la testa. Ciò non perché vi sia un intento censorio ma per un semplice comportamento conformista, assunto dalla collettività che, deve immaginarsi idealmente unita contro un nemico comune. Quando sappiamo bene che la nostra collettività, specialmente quella italiana, ama dividersi su quasi ogni argomento e per motivazioni banalmente sciocche.

Si aprono, a mio parere, vaste praterie di riflessione sulla libertà, sulla società, sulla condizione dell’uomo come singolo individuo e come facente parte di un grande formicaio stipato su un pianeta che presto non avrà pane per tutti e già, per la maggioranza ora, non ne ha a sufficienza.
Ma queste son questioni di lana caprina… Ne parleremo dai nostri milioni di balconi o dalle aule degli asili: faremo bei disegni, cori e concerti, quando la situazione sarà precipitata. Spero allora di essere già defunto onde non dover produrre un’altra amara e pessima vignetta.

 

sempiterno-ordine-cose

Il cerchio di fuoco

Ai tempi del ventennio tutti i cittadini erano mobilitati. Erano tutti soldatini dell’esercito di cartone del dittatore col faccione ed il mento volitivo. Già allora ( e forse anche prima ) la nostra penisola era una barzelletta tragicomica.

Il neorealismo con i suoi bravi registi nel dopoguerra fu in grado di rappresentare plasticamente la disgraziata realtà socio-culturale di questo paese, ben definito ventre molle d’Europa, o anche il paese in cui le partite di calcio vengono prese più sul serio delle questioni di Stato.

Quello che è accaduto al mondo in questi ultimi mesi non succedeva dal 1576. La crisi che stiamo vivendo non è finanziaria e non è una crisi di domanda. È una crisi del tutto nuova che il nostro sistema economico non ha sperimentato dalla fine del cinquecento. È una crisi che colpisce la liquidità e tale mancanza di liquidità è dovuta allo stop della circolazione monetaria. Le aziende che sono alla base dell’economia reale devono essere messe nelle condizioni di far circolare moneta.

L’Italia con tutto il mondo occidentale avanzato si sono trovati completamente disarmati, nudi, davanti a questo fatto ancestrale, esempio della più severa legge di natura che non ha alcun riguardo per la ragione, anzi, la beffa, scaraventandola nell’incomprensione nell’irrazionalismo. Dando vigore ai più oscuri presagi.

La sanità ha svelato le sue gravi lacune, frutto di amministrazioni che hanno attuato piani di riduzione della spesa definiti a suo tempo “salvaitalia” o dando credito a presunte panacee neoliberiste.

INPS e la seicento in euro

Ecco oggi affacciarsi un altro volto non meno squallido della nostra realtà di progresso senza sviluppo, della nostra realtà che sputa in faccia all’istruzione, alla cultura, all’arte, alla scienza ed ai valori positivi del welfare; questa volta sul versante dell’economia reale, che è il motore del nostro quotidiano.

sempiterno-ordine-cose
il sempiterno ordine delle cose

Consentire all’economia reale di resistere significa impedire il blocco della circolazione monetaria. Il Governo attua la disposizione del contributo di 600 euro per ogni lavoratore autonomo secondo determinati criteri di merito ( anch’essi largamente discutibili ).

Ebbene come viene attuata questa necessaria operazione?
Con il solito sistema all’italiana che non fa uso corretto delle tecnologie più avanzate ma le adopera come ulteriore sistema di vessazione e di discriminazione tra i contribuenti sulla base della furbizia, della scaltrezza e velocità di mano.

Per accedere al contributo si deve seguire una procedura online sul sito di INPS che ovviamente in pochi minuti scoppia per l’eccesso di connessioni.

Ma che senso ha questa cosa?
Non vi pare pazzesco?
Gli uffici pubblici hanno tutto di noi!
Hanno le dichiarazioni dei redditi i versamenti inps i versamenti inail le dichiarazioni ici imu intrastat le comunicazioni iva le certificazioni uniche i 770 i 730 le fatture elettroniche le ricevute fiscali elettroniche i contratti registrati ed una lunga lista di altre informazioni tutte digitalizzate.
Eppure ci chiedono ancora di fare una domanda per i 600 euro.

Ci sottopongono a ore ed ore di attesa su un sito web scoppiato che non riesce a contenere le connessioni. Nella già disagiata condizione in cui il lavoratore autonomo si trova, con pagamenti bloccati, entrate azzerate ed una serie di scadenze delle quali non tutte sono disposte ad attendere, il lavoratore autonomo deve sedere ore ed ore avanti al pc o fare la questua presso ordini di artigiani o commercialisti per presentare la cartina, per dimostrare ancora per l’ennesima volta al suo paese che lui è degno.

Deve ancora e ancora saltare nel cerchio di fuoco, a petto in fuori!
Per due gallette e una fibbia di stagnola.

Ecco allora che tutti i volonterosi “autonomi” si adeguano e corrono si affrettano fanno ressa sul web perché non si fidano hanno giustamente paura di non arrivare in tempo di essere esclusi pur avendo diritto.
Perché ormai conoscono questo paese. Sanno che le code esistono solo per i fessi. Sanno che le risorse non basteranno per tutti e quindi chi prima arriva meglio alloggia.

Il sadismo di Stato, il sadismo istituzionale unito ad una ricca dose di cinismo e di supponenza verso chi intraprendere in autonomia e non è legato alla poppa di Stato, è qui rappresentato in maniera statuaria e regale. Esso è rappresentato nel modo anche più subdolo della sfacciata dittatura, perché ammantato da presunti indirizzi di merito coll’ipocrita prefazione dell’intento umanitario caritatevole.

Eppure non è carità, non è umanità. È il solo modo per salvare un sistema economico che tutti noi condividiamo, TUTTI.
Devono farcelo andar di traverso perché noi autonomi evidentemente stiamo di traverso.

 

 

 

Complottismo?

In queste ore stiamo assistendo alla proliferazione esplosiva di messaggi audio/video confezionati col pretesto dell’emergenza sanitaria in corso. Viaggiano nei socialnetwork ma anche nei sistemi di comunicazione più diretta come whatsapp e chat varie.

Questi messaggi pretendono d’informarci circa rischi rimedi e presidi di sicurezza da attuare contro la diffusione del virus e per evitare o mitigare l’infezione. Oppure sono costruiti per NEGARE l’evidenza dei fatti, per NEGARE o minimizzare la sussistenza dell’infezione in corso o per interpretare questa situazione come l’esito di un’azione premeditata da i più disparati gruppi di potere economico e/o politico, insinuando nelle persone, già molto allarmate, la diffidenza verso le istituzioni del nostro paese.
Ritengo che questi fatti abbiano una pesante rilevanza penale e dovrebbero essere perseguiti nella maniera più severa possibile e, se le cose dovessero ancora peggiorare, anche con l’applicazione del codice militare.

complottismo, follia

Ho visionato un breve filmato di un tizio che s’accompagna con una lavagna a fogli sulla quale pasticcia i numeri dell’epidemia. Costui dichiara con orgoglio di NON aver studiato ( pare un immobiliarista ) e che le cose che ha capito sono facilmente reperibili sul web. È convinto così di aver scoperto una grande verità, che nessuno oltre lui conosce. Nel video dichiara che sua figlia gli ha insegnato in quell’occasione a calcolare i pesi per le valutazioni statistiche dei dati ( somme e frazioni )!!!!
Il problema è che questo tizio fa sul serio.

Invito tutti a grande prudenza nel fruire di questi prodotti multimediali. Se non hanno un’origine ed una certificazione ufficiale di provenienza istituzionale: ministeri, ASL, enti regionali, provinciali, statali, organi preposti all’ordine pubblico, enti universitari o di ricerca, sono da ritenersi a priori INATTENDIBILI.

Purtroppo molti di questi audiovisivi sono il frutto di menti malate, di persone fallite sotto molti aspetti della loro vita che cercano in queste drammatiche ( o tragiche ) occasioni un momento di visibilità o di rivalsa verso il mondo.

Nel migliore dei casi si tratta semplicemente di mitomani psicolabili con la mania della ricerca del complotto o della lettura dietrologica di ogni fatto.

Nel peggiore dei casi questi profili hanno anche aspetti più degenerati che sconfinano fino alla malafede. Si tratta allora di sociopatici o psicopatici.
Non basta quindi la semplice e sbrigativa definizione di “complottista”.
Si deve trovare un’altra definizione per questi degenerati. Non sono complottisti. Perché sarebbe come ammettere che il complotto non sia possibile.
La categoria del “complottista” è, ormai associata al disprezzo ( e ciò è male ) ma può comprendere anche persone sane e lucide che indagano con criterio nei fatti di cronaca e di storia per scoprire nuovi indizi e segni che possano ridefinirli e reinterpretarli. Si tratta del lavoro che fanno anche molti storici, politologi e studiosi in genere, oltreché molti investigatori criminologi e sociologi.

Personalmente li definirei degli sciacalli mediatici che, colla scusa di emergenze o fatti gravissimi e di rilevanza nazionale o internazionale, cercano visibilità e rivalsa per soli scopi narcisistici. Sono sciacalli narcisisti, quindi psicopatici o sociopatici. Potrebbero vivere costantemente in uno stato allucinatorio, afflitti da manie di persecuzione e forme di delirio paranoide.

Queste condizioni di degrado psichico, con l’innesco di una desolante situazione d’aridità cognitiva, d’irrecuperabile ignoranza e grettezza morale, conducono alla premeditazione ed alla conduzione d’azioni eclatanti, rivolte a coinvolgere quanta più gente possibile per ottenere personale giovamento: la soddisfazione di essere al centro dell’attenzione, soli contro il mondo che tende ad emarginarli.

I danni che possono procurare nella nostra società possono essere notevoli quanto più quest’ultima non dovesse scegliere la strada della trasparenza e della condivisione delle informazioni e della conoscenza. La fiducia alla lunga paga, la sfiducia il moralismo, la supponenza creano il clima adatto alla proliferazione di questi malanni.

Storia e Memoria

osservazioni sulle parole di Alessandro Barbero

Seguo con molto interesse le lezioni di Alessandro Barbero.
Il professore di storia ha talento nella comunicazione, nell’uso del linguaggio, nella modulazione della voce, conosce i ritmi dell’azione drammatica; questi doni gli consentono di coinvolgere emotivamente il pubblico trasportandolo nelle sue lezioni come irretito in una realtà virtuale.

Si può a buon titolo definire il prof. Barbero un vero anchorman della divulgazione storiografica. Pur non conoscendolo di persona provo per lui molta stima ed affetto.

Per questi motivi ho deciso di scrivere alcune mie riflessioni su una breve lezione di circa un’ora, una in particolare che si discosta nettamente da tutte le altre. Mi riferisco a quella sul rapporto tra storia e memoria, visibile qui:

Ed in forma ridotta qui:

Trovo questa lezione forzata, preparata strumentalmente per la ricorrenza ufficiale del “Giorno del Ricordo”, da spendere nell’imminenza della stessa data. Il professore infatti non parla con scioltezza, arranca e s’interrompe spesso, perdendo il filo logico di un’argomentazione non lineare. 

Il ruolo delle istituzioni

Barbero equivoca scientemente nel voler assegnare alle istituzioni che hanno promosso le giornate di dedica un ruolo che non si sono mai assunte: insegnare storia.
Le istituzioni politiche si occupano del presente. Semmai esse scrivono la storia contemporanea. Le democrazie moderne hanno assunto un compito che avrà conseguenze proprio su quello che sarà STORIA in futuro: ridurre i conflitti. È questo e nessun altro, il senso della creazione delle giornate di dedica. La democrazia moderna è, come ben dice Barbero, una cosa diversa dall’antica. Essa opera per delega e quindi deve avere dei compiti ampi, ecumenici. Qui si assume a pieno titolo il diritto ed il dovere d’impedire l’oblio. Null’altro.
Chi governa non può, per ovvi motivi, entrare nel merito della sintonia fine dei fatti perché non è suo compito e solleverebbe giuste ed aspre critiche dal mondo accademico cui appartiene Barbero. 

Le istituzioni politiche devono favorire ed incoraggiare il progresso socio-culturale delle masse, devono quindi offrire occasioni di riflessione e di confronto generalizzato che procedano sulla via del civismo. Ciò perché oltre alle ideologie di singoli partiti e regimi di governo, esistono principi fondamentali irrinunciabili, oggettivi.  In questo ambito le ideologie e i regimi devono cessare. Putroppo qui Barbero dimostra di voler insistere sul lato delle ideologie con la scusa della “ricerca della verità”.

Verità e fatti

Egli, facendo riferimento ai nostalgici convinti che si voglia riequilibrare l’attuale comune giudizio sui fatti, non rende giustizia ma danneggia gravemente il principio fondante delle giornate di dedica così come sopra descritto; e lo fa consapevolmente perché è uomo colto.
Egli si avventura in un’argomentazione piuttosto ambigua e fa fatica: perché non è nella sua indole.
Dice: “la memoria non è la storia”.

Barbero dichiara che la storia intende ricostruire la verità. Quale?
Lo storico si deve rifare ai documenti che sono il frutto della memoria di qualcun’altro, nella loro numerosità si svelerebbe la verità oggettiva.

Ebbene se è così significa che anche la memoria di un singolo testimone deve aver valore nella ricostruzione dello storico e che tante singole memorie lo avranno più di una sola. Tuttavia, se di un fatto vi fu un solo testimone, della memoria e della storia di esso vi sarà un’unica versione. Non un’unica verità, non la verità.
Ciò significa che memoria e storia non sono due aspetti contrastanti, come invece vuole qui mostrare Barbero ma due ingredienti indispensabili per la ricostruzione storica dei fatti e non della verità dei fatti.

Ciò perché ogni testimone di un fatto ha una sua personale memoria dello stesso e quindi la verità non sarà mai compiuta. Sarà invece compiuta la più fedele ricostruzione dei fatti quando, delle differenti memorie, non sia stato escluso nulla. Impossibile ricostruire la verità, possibile ricostruire i fatti. Questo sarebbe per me il ritrovato equilibrio nelle argomentazioni di Barbero ma in tal senso verrebbe meno tutto il suo ragionamento.

Lo storico è scienziato

La posizione dello storico non dovrebbe essere FORMALMENTE ma SOSTANZIALMENTE super partes e qui invece temo non sia il caso. Pare che per il professore vi siano delle memorie minori, quelle della parte italiana che fu fascista e poi sconfitta.
Per il professore il giusto ed il buono, la verità rivelata dei valori del vincente sistema di potere, escluso qualche eccidio, fu dalla parte degli alleati, qui da intendersi gli slavi comunisti. La sua dissertazione scade nel benaltrismo quando sostiene che in fondo si moriva in tutto il mondo: nei campi di battaglia, nelle città e nei campi di sterminio. Fino ad un sostanziale “se la sono cercata” quando cita l’odio che gli slavi nutrivano per gli italiani invasori. Eppure sappiamo tutti che i delitti delle foibe furono organizzati militarmente e non furono una più che sensata rivolta di una popolazione oppressa contro l’oppressore

Barbero, così facendo, tralascia un aspetto fondamentale del mestiere dello storico, forse emozionato dal far politica. Lo storico non dovrebbe parlare con la voce dei vincitori, assumendo come valori positivi gli esiti a loro favorevoli e come negativi gli altri. L’esercizio più arduo è proprio quello di avventurarsi in investigazioni inesplorate, in approfondimenti inediti ed è l’esercizio che Barbero fa sempre e che contribuisce ad accendere l’interesse per la sua materia. In questo caso, non lo fa. Preferisce contestare il valore delle giornate di dedica e per farlo intende svilire il valore della memoria, che è, di fatto l’unico vero accesso ai fatti storici. Pare proprio un ragionamento tautologico.

Si chieda il prof. Barbero:
cosa direbbe egli oggi se la vittoria fosse stata dei nazifascisti?
Sosterrebbe i valori di quei vincitori?
Avendo avuto la famiglia tutta ( o quasi ? ) ben inserita nella società fascista ( come egli stesso dichiara ), probabilmente potrebbe sempre fare l’insegnante. Io forse no, avendo avuto parenti impiccati perché partigiani e altri parenti fermamente anarchici. Forse insegnerebbe che il buono ed il giusto sono sempre stati dalla parte dell’Italia e della Germania.
Questo esempio per assurdo ci avverte sulla delicatezza del personale giudizio morale dello storico circa la materia che tratta. Esso è paragonabile al principio d’indeterminazione di Heisenberg, l’osservatore influenza l’esito della sua osservazione; e dove va a finire la pretesa ricerca della verità?

Il ruolo della complessità

Il professore chiama in causa la complessità per opporla all’azione semplificatrice delle giornate di dedica ma ciò è facilmente controvertibile. È proprio quell’istituzione celebrativa che deve indurci ad una riflessione più profonda. È la diversità delle molte memorie, poste finalmente in campo trasparente, aperto e neutrale che richiama l’attenzione dell’opinione pubblica e pone allo storico l’esigenza d’uscire da eventuali visioni parziali, o dal riserbo della sua professione. Questa svelata diversità ( svelata ai molti ) è quindi un valore che contribuisce ad accrescere la complessità, non a svilirla. Ecco spiegato il grande interesse per la storia!
Se Barbero suppone che nell’agire di chi volle le giornate di dedica vi sia l’intento di porre sullo stesso piano fatti distinti, squalifica rovinosamente un ottimo spunto offerto per rivolgere la storia, in tutte le sue sfumature, all’attenzione del vasto pubblico.

Barbero, durante tutto l’arco della lezione, non fa altro che confondere diversi piani per dar corpo alla propria tesi ma essa non vale la pena dello sforzo e mi stupisco di lui.

Oblio e memoria

Ancor più sono stupito quando parla della Germania nella gestione dello scomodo passato. Egli considera esempio positivo il fatto che la Germania imponga la censura di qualsiasi simbolo o riferimento al nazismo, addirittura sui francobolli storici! Lo dice compiaciuto!
Una damnatio memoriae che, se comprensibile negli anni del dopoguerra, pur non essendo comprensibile il perché, invece, molte cariche dirigenziali pubbliche e private siano state lasciate in mano ad ex nazisti e a ex SS fin dagli anni ’50, è ridicola nella contemporaneità in cui le immagini, le notizie, le informazioni e le fandonie, circolano ovunque senza alcuna revisione ed io aggiungo: per fortuna!!

La Vita è Bella

Il prof. Barbero infine fa un esempio alquanto sfortunato. Cita il film “La Vita è Bella” di Roberto Benigni per esemplificare una pretesa forma di rilettura della storia al fine di renderla più gradevole al pubblico, una edulclorazione dei fatti che oggi sarebbe attuata da artisti, registi, politici, in genere.
Barbero fa notare che la liberazione del campo di concentramento sia attuata dagli americani ma che il campo di concentramento di Auschwitz fu liberato dai russi.
Ebbene dal film di Benigni non si evince in nessun fotogramma o dialogo che il campo di concentramento in cui viene portato il protagonista assieme al figlio sia quello di Auschwitz. Nessun indizio ci porta a fare questa conclusione, anzi, si rileva che le scenografie del campo sono inserite in un contesto di montagna e non nelle pianure della Polonia, nessuna frase sulla “libertà che proviene dal lavoro” appare all’ingresso del campo, mai il nome del campo viene citato.
Appare proprio una forzatura che Barbero ha voluto inserire nella sua lezione al solo scopo di dare forza alla sua debole tesi. Infatti molti campi di concentramento furono liberati anche dagli americani come: Buchenwald, Dora-Mittelbau, Flossenburg, Dachau e Mauthausen.

Conclusioni

Pare proprio che la società in cui vive Barbero sia composta da individui inetti, universalmente incapaci di comprendere la differenza tra il bene ed il male, nelle condizioni di ricevere costantemente un sussidio morale circa ciò che sia più adatto e confacente. Una società verso la quale non riporre alcuna fiducia ma per la quale comunque ci si debba paternalisticamente spendere in azioni di sussiego umanitario onde elevarla.

Questa società siffatta sarebbe invero luogo di estremo pericolo, sotto la spada di Damocle dell’imminente dittatura autocratica, della quale le masse così squalificate sarebbero entusiaste sostenitrici. In realtà essa è sì una società fragile, ma non da perniciosa natura bensì per la sua più sostanziale consistenza democratica, che incoraggia l’espressione delle individualità e delle comunità di pensiero e azione più disparate, consentendo ogni espressione, magari anche controversa, nei confini di principi fondamentali irrinunciabili ed oggettivi.


snuff movie

SNUFF LIFE

Chiunque abbia grattato la sottile vernice social che copre il web da circa 10 anni, saprà cosa intendo per “Snuff Movie”. Per gli altri si tratta di brevi filmati che contengono scene di raccapricciante violenza, alle volte si tratta di effetti speciali, alle volte ( più spesso ) si tratta di video reali, tratti dalle cronache quotidiane o addirittura realizzati in studi televisivi in cui delle persone subiscono terribili torture ( reali ) fino alla morte.

Famoso il film del 1997 “The Brave” regia di Johnny Depp, con Johnny Depp e Marlon Brando.

the brave
locandina film the brave

L’opera narra di un uomo, che vive in condizioni di disperata miseria insieme alla moglie ed ai figli, che “vende” il proprio corpo per uno Snuff Movie, in cambio di una grossa cifra di denaro che consentirà alla moglie ed ai figli d’uscire dall’incubo della povertà assoluta.

Chiunque abbia grattato la sottile vernice social che copre il web da circa 10 anni, saprà cosa intendo per “Gore Movie” o per “Gore Shock Movie”.

gore horror film
gore shock film

Per tutti gli altri si tratta di brevi filmati di contenuto raccapricciante, presi sul luogo di gravi incidenti stradali, sul lavoro, in scenari di guerra o rivolta. Spesso sono dashcamera ( telecamere installate su veicoli per motivi assicurativi ) o casuali riprese da smartphone. Questi filmati testimoniano fatti reali mentre accadono, fatti di sangue, morti orribili, mutilazioni, schiacciamenti, traumi, oppure fatti di guerra, come le famose decapitazioni messicane, gli sgozzamenti musulmani…

Iniziazioni

Ebbene, quell’oscuro mondo fa parte del nostro patrimonio ancestrale, della nostra antropologia sociale. In quasi tutti gli aspetti della nostra esistenza in comunità si manifestano esperienze simili. Si chiamano riti inziatici o riti apotropaici. Dai vari innumerevoli rituali religiosi a quelli civili, come ad esempio i cicli di studio. Rammentando anche i vari rituali ancora in uso nelle culture tribali: salti da alberi rupi cascate, mutilazioni, lotte, prove di resistenza al dolore ( le famose formiche proiettile ), veleni.

formiche proiettile
formiche proiettile tribù satere mawe

L’uomo per sua naturale disposizione ricerca il confronto con l’ignoto e con ciò che teme. Lo fa per sconfiggere le sue paure o per dominarle, o per ricercare all’interno della comunità chi sia più capace di sopportare le prove dure della vita. Altri lo fanno per puro sadismo o masochismo o per voyeurismo.

tuffo naghol
tuffo tribù naghol

Vogliamo quindi frettolosamente definire idioti dei ragazzini che attraversano le strade trafficate senza rispettare i semafori, riprendendo la loro “bravata” con lo smartphone?

fruste fulani
la frusta tribù fulani

Vogliamo quindi assumere quell’ottusa veste dell’ipocrita moralista, magari di mezz’età, passata già polverosamente giudicando il prossimo dall’alto di un posto sicuro in qualche mass-media?

salto tori
salto del toro tribù hamar

Il fascino del rischio, dell’invincibilità avanti alla morte, al dolore, l’impulso incontrollabile dell’adolescenza che è una sfida aperta ad ogni cosa, sono aspetti tipici e del tutto naturali e forse anche frutto di particolari sensibilità più che di pura idiozia.

Lanciarsi in mezzo alla carreggiata ad alta frequenza di traffico, col rosso ai pedoni, sotto la pioggia, alle 3 del mattino, con in mano una telecamera che riprende e magari gli amici dall’altra parte della strada che osservano, è un atto folle ma istituito in un contesto sociale compatibile con le più antiche tradizioni umane.

Il giovane, già dotato di mezzi di sostentamento ( nel passato poteva essere la lancia la spada il coltello la fionda, oggi è la fiammante e potente auto nuova ) che sfida le tenebre la velocità il maltempo assumendo sostanze psicotrope, è un atto irresponsabile ma istituito in un contesto sociale compatibilie con le più antiche tradizioni umane.

Piccole iniziazioni, piccoli uomini

Questi oggi, nei paesi avanzati, sono alcuni dei più comuni riti di passaggio, oramai riti faidate. Forse anche meno cruenti rispetto al passato.
Le grandi prove infatti vengono sempre meno, le difficoltà si mitigano sempre più. Il dolore è esecrato come cosa sconveniente, il fallimento rubricato come cosa ripugnante da nascondere o dissimulare, come anche ogni malattia…

La società pare proprio infischiarsene delle iniziazioni, semplicemente perché i suoi singoli componenti non lo desiderano, perché costoro desiderano invece concedere ai loro pupilli “più e meglio di ciò che sia concesso agli altri”. Soprattutto più e subito anche se con assenza di merito.

Si, perché penso che questi fatti siano l’esito della mancanza di una reale competizione sociale. La società si sta sempre più chiudendo, le classi sociali sono sempre meno permeabili.

Ecco allora la differenza!
Pur restando quei sacrosanti istinti primordiali dell’iniziazione, non è più presente la motivazione, lo scopo, il riconoscimento sociale di quegli istinti. Essi quindi avvengono comunque e ai nostri occhi ed ai nostri sensi ingannati ed ottenebrati, hanno l’aspetto banale della bravata.

Conclusioni

Il realismo dei crudi fatti è sublimato nella visione di prodotti clandestinamente spacciati nel web, essi poi sono emulati in altre forme e per scopi ludici d’appartenenza a sottogruppi volatili ed identitari che non hanno alcuna profonda base di valori. Gruppi destrutturati ed in balia di regole psicotiche di “visibilità massmediatica”.

Il linguaggio si fa elementare, basico e ripetitivo, perché tutto è già svelato. Il futuro non ha alcuna promessa od insidia, il futuro è la certezza, è la naturale necessaria e sufficiente appartenenza al mondo che si è imparato a vivere fin dall’infanzia. Chi è fuori da questi ambiti è oscuro e minaccioso, va emarginato.

Chi non tollera l’emarginazione, che di per sé non avrebbe conseguenze se non la perdita di alcuni “amici” ( interessante questo aspetto circa il dolore), placa la dissonanza cognitiva ed affronta la prova ( bravata ): beve, fa uso di cocaina, si butta sulla strada, lancia sassi dal cavalcavia, aggredisce il professore, stupra, eccetera.

Quindi è ovvio che in una società cinica chiusa bigotta e falsa, chi assume comportamenti che richiamano alla nostra più genuina natura sia considerato un idiota e, come tale, subisca la pubblica rampogna di gretto moralismo.

Il reo della bravata, così facendo, compie un’eresia, nega il fatto che oggi, ormai, la competizione, la sofferenza, il dolore, affrontati per uno scopo di realizzazione personale e sociale, siano inutili, la grande prova che apre l’universo delle possibilità è definitivamente defunta.

I coraggiosi senza un futuro, disperati, scomodi, anonimi, senz’alcuna appartenenza, potranno sempre vendersi per un filmato snuff che sul web otterrà graditissima audience.

M.O.S.E. e l’umano

vivendo e lavorando a Venezia, nella zona di San Marco, sono in contatto reale e quotidiano con la secolare ( in ragione umana, plurimillenaria in ragione del tempo geologico ) questione delle inondazioni o alluvioni mareali della laguna veneta.

Nel vocabolario i termini “inondazione” e “alluvione” non sono riferiti all’azione delle maree. Quindi nemmeno la lingua italiana è in grado di definire quello che accade a Venezia. Ci aggiungo io l’aggettivo “mareale” onde precisare che si tratta di un fenomeno non del tutto eccezionale ma ricorrente nell’eterna periodicità di venti, correnti, pressione barimetrica, gravità lunare.

Sono quindi secoli che il mare ha il sopravvento nella laguna dell’uomo e si alza al di sopra delle zone che costui ha sottratto alle paludi ed alle barene per erigere la città. Se vi recate presso la Chiesa dei Frari troverete una tacca nel muro della chiesa con la data dell’agosto 1909. Una tacca che si trova ben oltre i fianchi di un uomo di altezza media. Quello non è stato il primo umido battesimo della città. Tra l’altro una marea eccezionale ad agosto è un fatto più singolare che raro.

marea venezia
accessi della marea in laguna

L’eccezionalità dei livelli di marea in laguna risiede nella convergenza di quattro fattori: vento, pressione barometrica, gravità lunare. Il più importante tuttavia è il tempo. La permanenza nel tempo dei primi tre fattori è cruciale. Mentre la gravità lunare è una variabile costante con periodicità fissa, le altre due sono estremamente mutevoli nel tempo e fanno quindi la concreta differenza.

Venezia nel contemporaneo piagnisteo.

In un contesto “contemporaneo” potremmo sollevare aspre critiche contro gli amministratori che vollero erigere la città in un luogo tanto instabile ed insicuro, mettendo in pericolo la salubrità e la sicurezza della vita degli abitanti. Potremmo chiedere l’azione della magistratura contro quegli avidi che preferirono piantar milioni di pali ( a detrimento irrimediabile di aree boschive di territori colonizzati ) nella mota, piuttosto che ricercare un sedime più consono alle loro pietre.

Tuttavia tra quegli antichi e questi moderni ha giocato la storia e, forse, una differente mentalità che oggi ci rende degni della tagliente satira di Fruttero&Lucentini più che dell’acuta passione di John Ruskin. Eh si, perché quegli antichi osavano e di brutto.

Hanno osato piegare un equilibrio spontaneo alle loro esigenze residenziali, militari, economiche, cultuali, fino a farne luogo d’esibizione di prestigio ricchezza sfarzo potere, centro di riferimento d’una civiltà ed esempio per altre civiltà future, contesto per la nascita di nuove idee, per la coltivazione di nuove intelligenze e sapienze. Hanno trasformato una laguna semi paludosa in un parco artificiale, in una fantasmagorica scenografia.

Quando feci queste osservazioni a certi soloni veneziani, causai ad uno di questi un quasi-attacco-cardiaco. Restrizioni mentali? Visioni limitate? Forse, oppure incapacità di leggere la storia con semplicità e senza alcun filtro ideologico, ricercando il modo di mettersi “nei panni”, ponendo attenzione all’analisi del senso pratico e pragmatico dei fatti.

Allora, di quegli antichi veneti: nobili costruttori idraulici architetti capimastri tagliapietra falegnami manovali, pensate fossero dei santi? Avete quindi una visione disneyana della storia. Come dire: alla Bambi. Idealizzate il passato? Non capirete il presente.

Mi chiedo spesso cosa avrebbero fatto costoro se avessero conosciuto il cemento portland… altro che pietra d’Istria, altro che mattoni. Certo, avrebbero dato a quel cemento delle forme a noi impossibili da concepire.

Venezia piantata come una bricola.

Dalla caduta della Repubblica Serenissima nella laguna di Venezia non si è più costruita alcuna grande opera. A parte gli edifici delle case popolari e di culto sull’isola della Giudecca e di Sacca Fisola, o il palazzetto dello sport di Castello, esempi di pessima edilizia. Nulla di significativo escludendo le ville art nouveau e liberty del Lido.

Dopo la ripulsa del progetto di Le Corbousier, che negli anni sessanta aveva in mente un ospedale per la città, giunge la prima inondazione dell’era della luce elettrica ( per l’Italia ) e dei massmedia. La priorità è quindi quella di dare riscontro alla visibilità che quei fatti destavano.

Ottima occasione per dare energia alle italiche menti ingegnose. Si mobilitano le forze del paese in un appalto che sfocia nel “progettone”, lo Stato incarica gli esperti per trovare la quadra.

Il dopoguerra è un periodo che ancora oggi viviamo in questa penisola. Allora, nei settanta e negli ottanta, esso era ancor più pregnante. Nell’infanzia repubblicana, negli equilibri di potere di un paese in perenne crisi “border line”, nella già consueta mentalità individualista e poco civica dell’italiano ( si confondeva addirittura l’idea di patria ed il tricolore col fascismo, o la parola “democrazia” con la Democrazia Cristiana ), si consolida l’idea di finanziare la partitocrazia e non solo, col denaro delle imprese. Si persevera quindi nella logica corruttiva delle Pubbliche Amministrazioni come già era stato fin dai tempi della Prima Guerra Mondiale.

Il PROGETTONE!

Il “Progettone” diviene la mangiatoia per uno tra i peggiori esempi di malgoverno di questo paese. Si smuovono prima miliardi di lire e poi miliardi di euro. La logica commissariale, per una pretesa intenzione di rendere rapida la realizzazione dell’opera, favorisce l’arbitrio il nepotismo e la corruzione a fini personali ma anche a fini elettorali.

mose venezia

Eh già, perché i voti del popolo si comprano. Poi il popolo s’indigna ma la coscienza sporca parte da lì. Nel 2014 scoppia il caso e scatta l’operazione delle forze dell’ordine. Ma non intendo scrivere di quest’immondizia.

Quel che m’interessa è l’evoluzione dell’idea del M.O.S.E. nell’immaginario popolare anche come alimentato dai mass media che con questo argomento contano di camparci almeno fin dopo l’Epifania 2022.

Il M.O.S.E. non funzionerà!!

Ormai da anni leggo questa litania. Certo, ci sarebbe da pensarci, essendo l’opera costruita in un contesto corruttivo gravissimo. La cosa infatti sarà cagione di problematiche tecniche perché, come dice il Marchese del Grillo: “Se me freghi qui me freghi su tutto…”

Tuttavia dobbiamo anche presumere che tra le mele marce vi siano anche mele sane e capaci ingegneri che, finita l’orgia, sappiano porre rimedio.
Si aggiunga poi che l’opera è unica al mondo e, per stessa definizione, sperimentale, quindi passibile di modifiche e perfezionamenti anche in corso d’opera o dopo l’ultimazione della stessa.
Queste riflessioni sono rigettate dalla gran massa che, maliziosa e maldisposta, è incapace di cogliere la complessità dei fatti, semplifica e riporta tutto alla propria meschina dimensione di portafoglio.

Il M.O.S.E. serve solo a chi lo fa!!

nomose

L’opera è stata commissionata dallo Stato Italiano a numerose ditte appaltatrici e subappaltatrici. Se intendiamo che “chi lo fa” sia lo Stato l’affermazione è corretta, infatti l’opera serve alla salvaguardia di un patrimonio dello Stato Italiano ( quindi degli italiani ).
Se intendiamo invece, maliziosamente, che “chi lo fa” siano le imprese appaltatrici e subappaltatrici, dobbiamo armarci di prove sostanziali da produrre anche in Tribunale perché, io penso, ogni sano imprenditore difende la propria reputazione in ogni sede. Senza considerare che si ritorna alla litania precedente che “il M.O.S.E. non funzionerà”.

In verità si tratta di slogan propagandistici di alcune minoranze che adottano delle “lotte” al solo scopo di conseguire una visibilità per giustificare la propria esistenza. Guai se avessero costoro responsabilità operative, sarebbero sciagure.

Il M.O.S.E. costa troppo!!

Una delle affermazioni più stupide che si possano sentire. Il costo eccessivo sarebbe in ragione di cosa? In rapporto a cosa?
È un’affermazione categorica ed assoluta che non ha alcun senso. Il costo ed il valore di ogni cosa va sempre stabilito in rapporto ad altre.

Quale sarebbe il costo per NON aver realizzato quest’opera? Come si potrebbe quantificare questo costo nel tempo?
Venezia è esposta alle maree eccezionali fin dalla sua nascita ed in passato gli abitanti hanno cercato di porre rimedio in molti modi tra i quali spesso vi era quello di alzare le rive, abbattere i palazzi e le case e ricostruirle più sollevate rispetto al livello della marea.

Non è concepibile l’idea di abdicare, di non contrastare queste alluvioni mareali e di rassegnarsi allo stivale di gomma. Non lo è, perché non lo è per la storia e la cultura della città di Venezia, propensa alla lotta per la risoluzione di problemi impossibili tipo: come costruire una cattedrale sul fango?
Venezia infatti è città consona a mercanti, condottieri, artigiani, artisti; non ad insulsi pedanti e paraculi professoroni.

Se non è così pare proprio che i tempi che viviamo sono quelli delle pecore, non certo dei leoni. Pecore belanti lagnose menagrame fataliste ma anche zeppe di malignità.

Il M.O.S.E. fino’ra ha assorbito 5,5 miliardi di euro, costerà circa 100 milioni di euro all’anno di manutenzione e sarà operativo per almeno 100 anni.
La spesa totale a fine vita dovrà quindi essere di 11 miliardi di euro.

11 miliardi di euro diviso 100 anni e diviso 60 milioni di persone ( popolazione italiana ), significa che il M.O.S.E. incide per 1,8 euro a persona all’anno per i prossimi cento anni. Un caffé all’anno per ogni cittadino italiano.

Gli italiani possono permettersi di pagare un caffé all’anno per 100 anni per avere la certezza che Venezia non sia inondata dalle maree eccezionali? Per dare finalmente questa dignità a questi luoghi che tutti dichiarano di amare incondizionatamente?

Complottismo e stampa sul M.O.S.E.

Oggi su quest’opera insistono i pregiudizi e le teorie complottiste più comuni, tipiche della nostra epoca dei social. Pochi o nessuno che abbia intenzione d’avvicinarsi alla questione senza filtri ideologici o con il desiderio d’apprendere qualcosa delle questioni tecniche ed ambientali che essa ha dovuto affrontare.

Il M.O.S.E è criminalizzato perché associato ai deprecati fatti corruttivi ma è come se dicessimo “cattivo” al tavolo perché ci abbiamo sbattuto contro col ginocchio.

La stampa poi sta seguendo la pancia della gente nel modo più scandaloso, alimentando sospetto e sfiducia fomentando e giocando sugli equivoci e le mezze verità. Perché? Perché vende!! Fa ascolto! La carta stampata vive una crisi infelice e drastica, per quadrare i conti deve sfruttare ogni opportunità e queste giungono numerose quando si punta sulla massa, la moltidudine da colosseo, quella del panem et circenses. Che poi qual è il problema? Il M.O.S.E. non è nemmeno una persona, non può certo ritenersi calunniata. Un bersaglio perfetto.

Qui la parola all’esperto ing. Giovanni Cecconi, per 30 anni al lavoro nella sala operativa del M.O.S.E.

Un confronto universale.

Immaginiamo che questa gran massa di lagnosi che oggi pare ci stiano accerchiando da ogni parte, sempre pronti ad indignarsi e ad avere sentenze e soluzioni nelle loro piccole tasche, fosse stata l’opinione pubblica attiva negli Stati Uniti alla fine degli anni sessanta del secolo scorso.

Allora John Fitzgerald Kennedy parlava di traguardi difficili che dovevano essere perseguiti proprio perché difficili e la gente si eccitava. La NASA, fondata nel 1958, esisteva per portare l’uomo nello spazio, miliardi vennero stanziati. Altri miliardi di dollari di allora vennero stanziati per la conquista della Luna. Nel 1967 tre uomini morirono bruciati nella capsula Apollo, seguirono altri incidenti altre vittime.

apollo 1967
capsula Apollo bruciata 1967

Se la gente di allora fosse stata quella di oggi di Venezia? Dove saremmo andati? Forse a Marcon, altro che Luna.

challenger 1986
tragedia del Challenger 1986

Non posso provare che disprezzo per coloro che rinunciano che si lagnano che pensano solamente al loro piccolo orticello e pretendono che tutto il mondo debba adeguarsi alla loro ristrettezza.

Il M.O.S.E. non lo dobbiamo a quei veneziani, lo dobbiamo agli antichi veneziani ed a quelli, in tutto il mondo ed a Venezia, che hanno ancora la capacità di avere una visione di considerare il nostro progresso come la continuazione della storia dell’uomo e non la sua annichilazione.

Per approfondire: https://www.mosevenezia.eu/


A squola di inteligenza

Stamattina, mentre ero intento a contrastare la marea eccezionale che ha allagato la mia casetta a San Marco, scorrevo il solito facebook e mi sono imbattuto in uno strano meme con una citazione attribuita al caro Piero Angela. Il meme afferma che “la scuola dovrebbe insegnare a diventare intelligenti”.

Ecco il meme:

Sono rimasto stupito! Non posso credere che Piero Angela si sia espresso in questa maniera così poco elegante sciatta e grezza; ma non solo.

Non posso credere che Piero Angela possa sostenere una “teoria” del genere, insomma che l’intelligenza sia qualcosa che s’apprende andando a scuola.

Le mie letture mi hanno fatto comprendere che l’intelligenza sia qualcosa d’innato, un talento naturale che ognuno di noi ha alla nascita.

Mi hanno fatto comprendere che l’intelligenza sia tra le cose meno conosciute e meno comprese dal sapere umano. Essa si manifesta in molteplici aspetti e sotto differenti sfumature. Inoltre è sostanzialmente impossibile da quantificare non essendovi alcun riferimento assoluto al quale poterla paragonare.

Che possa essere oggetto d’insegnamento nelle scuole è quanto meno grottesco. Dovremmo allora intendere che ogni professore possieda un’intelligenza così eccelsa e superiore tale da poter infondere quella stessa nella mente dei suoi allievi. E con quale misterioso strumento? Un alambicco? Un clistere?

Ne ho conosciuti di professori cretini nella mia vita, quale intelligenza avrebbero potuto trasmettere costoro?

Penso anche ai tempi ed ai luoghi in cui le scuole non esistevano… Per certi ottusi e pedanti che possano dar credito a quell’affermazione, sarebbero tempi e luoghi privi d’intelligenza, popolati da stupidi inetti, incapaci di qualsiasi ragionamento. Insomma la maggior parte della storia umana e delle persone che l’hanno popolata, sarebbe stata scritta da idioti!!

Penso a tutti quegli uomini e quelle donne ( soprattutto ) che non hanno potuto accedere alla scuola e che hanno comunque dimostrato a sè stessi ed agli altri, la loro sensibilità e la loro intelligenza.

Spero proprio che quelle parole non siano di Piero Angela. Sarebbero un vero insulto all’intelligenza che, come una dea bendata, pone la sua benedizione o la sua maledizione ( si può maledire il fatto di essere intelligenti ) sul capo di tante persone anonime, lontane, in condizioni difficili, che non hanno accesso al sapere ma che, col loro talento donano un raggio di luce a chi è loro vicino.

Per concludere: l’intelligenza non è codificabile e quindi non può essere trasmessa per apprendimento.

A voler essere maliziosi si potrebbe pensare che quel meme sia stato realizzato con lo scopo di fare un sillogismo:
non ha studiato = ignorante = stupido
ha studiato = colto = intelligente.
Ciò significa che nulla di buono potrà mai originare da chi non ha avuto la fortuna di accedere alla scuola.

Si pone in questo modo una cesura netta con le qualità umane tra le quali si trova anche l’intelligenza. In pratica è la rivincita degli stupidi che hanno studiato ( magari come sgobboni ) sull’universo delle intelligenze umane che costoro invidiano.

Si noti che le più luminose intelligenze spesso sono resistenti all’autorità scolastica… e così via…

La rete social.

Questo brano giunge in rete e capita anche che chi ha sgobbato sui libri e non splende di suo proprio intelletto creda che l’interlocutore sia culturalmente male in arnese sbagliando di grosso.

A costo di spuntarla che fa costui? Persevera equivocando i termini della questione e ciò non depone a favore di chi, magari, dovrebbe fare divulgazione o addirittura professione d’insegnamento.

Egli dice: “Se Mozart non avesse avuto accesso allo studio della musica non sarebbe diventato Mozart!”
Frase abbastanza discutibile ed infatti rispondo: se Mozart non fosse stato angustiato dal padre forse avrebbe vissuto a lungo felice ed intelligente a corteggiar fanciulle per le campagne o facendo il falegname ( chissà, magari avrebbe fatto mobili straordinari ).

Questo dovrebbe far apprezzare che l’intelligenza non s’apprende e che, per il suo svolgersi, non sono necessari ruoli prestigiosi o riconoscimenti accademici.

Non si è intelligenti perché si primeggia in qualche “arte” ritenuta eccelsa da una particolare classe sociale da una particolare comunità o in un particolare periodo storico.

Certo è che tali cervellotiche obiezioni rivelano una sottostante visione meccanicistica che impone all’intelligenza d’essere utile a qualcosa, d’essere condivisa autorizzata ed applaudita da una classe sociale, d’essere rappresentanza d’una nazionalità o d’un gruppo, d’essere collocata socialmente, inquadrata e categorizzata per il funzionamento collettivo, fino ad essere codificata e fatta nozione per l’uso didattico.

Sono fatti, non più sfumature od obiezioni che mi inquietano non poco e mi ricordano tempi bui passati o futuri in cui si razionalizzava su chi fosse abile alla vita, alla morte… attenzione!

Aggiornamento: pare che La frase sia proprio di Piero Angela!
È tratta da Quark Economia, cap. XIII!!


Palloncini, bottiglie, manifestanti, scioperanti e Greta Thunberg

Nella “teoria della casualità del genio” la contemporaneità non ha alcuna competenza, anzi, ne è fiera oppositrice. Era una teoria letteraria, espressa per la prima volta in occidente dalle parole altissime di Dante Alighieri e poi ripresa dalle parole altissime di Giacomo Leopardi.

In tempi pre-marxisti erano sorte voci che, con compassione, avevano colto che i meriti non sono nel sangue ma nelle opere ( = teoria della casualità del genio ). Oggi questo assunto è molto discutibile. In un’era post marxista e post capitalista, nella confusione globale dell’industrialismo che, dopo la prestazione schiavista e colonialista si è avviato ad una lenta, lentissima, scelta di sviluppo, facendo ben conto sulle disparità economiche e finanziarie dei vari paesi del terzo e quarto mondo, si sono creati dei vuoti enormi. Intere classi sociali si sono svuotate e devono essere rimpiazzate o rimpolpate nuovamente.

Per farlo servono scale di valori, tradizioni, usi e costumanze, linguaggi, gerghi, comportamenti, abbigliamento, alimenti, luoghi, ricordi, riferimenti estetici formali, simbologie astratte e terminologie. Serve insomma una confezione nella quale, gruppi omogenei di persone possano ritrovare il proprio nido, la propria sicurezza.

Un tempo remoto queste confezioni erano delle possenti gabbie dalle quali la fuga era quasi impossibile e che avevano la funzione d’affrontare con successo la scarsità dei mezzi di produzione e delle materie prime, la necessità di forza lavoro manuale, le forme energetiche poco efficienti, l’assenza di cure mediche e via dicendo; declinando un mondo atroce in cui nessuno aveva in mente i sani “diritti dell’uomo o del lavoratore”.

Un tempo meno remoto, conquistati gli agi del progresso ma per la limitatezza dei mezzi di comunicazione, queste confezioni erano realizzate in forme artigianali ed il confezionato aveva una concreta sensazione di sentirsi parte della confezione in un contesto “quasi-su-misura”.

Il confezionato si sentiva come un ingranaggio di un ampio meccanismo audacemente rivolto alla conquista di dignità diritti parità giustizia fino alla più totalizzante eguaglianza assoluta, comprendendo in ciò anche quella delle opere e quindi negando ancora una volta la “teoria della casualità del genio”. Oppure il confezionato era parte di un altro ingranaggio, pervicacemente tarato alla soppressione di quelle istanze per un semplice contegno di classe, non certo per il ragionevole assunto della “teoria della casualità del genio”. Una teoria poco ben voluta insomma.

Oggi, la vastità e la potenza dei mezzi d’informazione e divulgazione distribuiscono confezioni a ciclo continuo ed a ognuno di noi è richiesto più o meno brutalmente di adeguarsi ad una di queste.

Greta Thunberg

In realtà, in un mondo che ci conferma ogni giorno che i problemi sono gli stessi per tutti, col rischio che l’umanità colga la sfumatura che “siamo tutti sulla stessa barca”, per perseverare nel dominio del sonno della ragione, è assolutamente indispensabile mantenere delle differenze, costruire quindi delle confezioni alle quali, gruppi omogenei di persone, siano convinti di far parte.

In tal senso oggi più che mai ci sono vicini ad assisterci con scrupolosa professionalità i cosidetti esperti di marketing-comunicazione o più elegantemente detti “spin doctor”. Servono per sostituire il nostro pensiero, per dare forma alle nostre egotiche asserzioni intime ed inespresse, servono a tutti, hanno una funzionalità universale. Consentono al “media” di non essere più tale ma di essere noi, sostituendoci completamente nella nostra presunta abilità di valutare e scegliere.

Il “media” infatti avrebbe etimologicamente una funzione di mezzo. Esso invece è diventato un fine. In lui finiamo coll’indentificarci in una ovvia scorciatoia semplificatrice. Il “media”, abilmente maneggiato dall’esperto, è la nuova confezione della società e sopravvive solamente grazie alla sua abilità nel creare delle differenze. Oggi i “media” creano intere classi sociali.

La difficoltà nell’avere una propria identità, perseguita la maggioranza degli esseri umani. Quest’ossessione nel ricercare una confezione di appartenenza forse non è prova d’intelligenza. Dovremmo essere noi stessi al di là di ogni altra impellenza esteriore; ma ciò è molto difficile. Assumere questa dimensione costa molto caro, è complesso, richiede responsabilità. Ci porrebbe in una dimensione singola e, al contempo, correlata ad ogni altra singola dimensione. Rendendoci soli e singolari, paradossalmente vanificherebbe ogni differenza, liberandoci dalla confezione c’imporrebbe la compassione.

Il concetto veramente rivoluzionario è quello umanista che pone l’uomo al centro. Il singolo uomo come artefice del proprio destino. Se così fosse saremmo tutti consapevoli che il nostro destino dipende da noi singolarmente e dal nostro rapporto col prossimo.

Preferiamo invece cercare delle risposte semplici o già ben predisposte nei loro aspetti linguistici estetico formali. Cerchiamo insomma dei contenitori di risposte, delle confezioni. Non vogliamo nemmeno più sforzarci di sposare un’ideologia. Il bisogno è quello di gratificazione immediata, solubile, a scadenza quotidiana.

piazza del popolo 1 maggio 2019
Piazza del Popolo 1 maggio 2019

In tal contesto nascono queste icone massmediatiche. Hanno la funzione di confezione, utile per trattenere un consenso già da tempo inquadrato dagli esperti, già da tempo strutturato nelle sue componenti. Non importa più la concretezza, la misura della realtà, la quantificazione delle forze in gioco.

In questo quadro dove si collocano le rivalse e dove le risposte? A quale distanza si trovano coloro che chiedono dei cambiamenti dall’effettiva possibilità d’introdurli ed in modo equo?

Domenica scorsa sono andato in spiaggia e non riuscivo a distinguere le conchiglie dalla plastica. È segno che le cose non possono cambiare grazie ad un’operazione di maquillage giornalistico o editoriale. Non basta costruire un personaggio simbolo, o meglio, basta di certo al personaggio stesso che potrà far buon uso in termini economici della propria immagine.

Scordiamoci le rivoluzioni dal basso per questioni così poco comprensibili come l’ambiente o il clima, scordiamoci le buone intenzioni o i buoni propositi. Tuttavia possiamo illuderci, assumendo l’aspetto dell’ambientalista o predicando teorie scientifiche come fossero dogmi religiosi, che sia possibile indurre nella collettività una sorta di consapevolezza. Impossibile perché esiste una forza che ad essa si contrappone annichilendola: il bisogno.

Consumeremo fino all’ultima goccia di petrolio, Greta ha la sola funzione di consolare chi dovrà consumarne meno per consentire a pochi di averne di più. Li consolerà con l’illusione ambientalista pauperista e regressiva. Un’illusione venduta ad arte come una bella confezione in cui molti entreranno felici, mettendo compiacendosi della propria consapevolezza e gratificando il proprio ego; sentendosi, insomma, persone migliori.

Consumeremo fino all’ultima goccia di petrolio, non perché siamo “umani cattivi” ma perché ce lo impone il calcolo matematico, la conseguenzialità logica delle nostre scelte, che sono tutte saldamente correlate ed interdipendenti. L’investimento strutturale per un’economia basata sul petrolio non può essere dismesso prima che sia terminata quella risorsa, perché il capitale investito deve distribuirsi sul maggior numero di anni di utilizzo.

Uno tra i più importanti designer della plastica, Philippe Starck, si rammarica del fatto che noi oggi usiamo quel materiale come fosse cosa di poco valore, nessuno o pochi lo hanno compreso. Molti lo vedono solamente come un imprenditore che ha fatto i soldi con la plastica. Eppure è proprio lui che professa il valore della conservazione di questo materiale che giustamente considera come l’oro.

Immaginate di vivere 2000 anni fa, cosa sarebbe una bottiglia di plastica? Un patrimonio inestimabile.

Oggi, circondati di benessere e di soluzioni pratiche che ci consentono una vita piena di tempo libero e d’attività intellettuali, tendiamo a disprezzare queste conquiste per due ragioni: 1) non ne comprendiamo il valore in termini economici e di sviluppo sociale; 2) le comprendiamo solo nelle loro qualità negative.

Queste qualità negative tuttavia non sono proprie dell’oggetto in sé ma dell’uso che di esso se ne fa; e l’educazione all’uso, al riuso ed al corretto smaltimento è cosa che è stata ampiamente e volutamente sottovalutata in quanto condotta non consona ad un’idea di consumo e di profitto distruttivo. Questo perché la catena di montaggio richiede un flusso continuo di nuove componenti e il concetto di “riparazione” è come la bestemmia in Chiesa.

Queste riflessioni però non possono essere oggetto di statistica nella logica predatoria di un esperto di marketing o di uno spin-doctor. Si rischia ancora una volta di rendere questioni universali pure e semplici pose teatrali quando non proprio strumenti di propaganda politica. Concettualizzati per una posizione parziale che, conseguentemente, esclude la maggioranza. Ancor peggio, pose di nessun valore concreto che vengono dismesse non appena l’attenzione si rivolge ad altro.

Greta quindi diviene espressione di un’élite politica e sociale, di una determinata cerchia di persone che in lei si rivedono. In questo senso la sua iniziativa è fallimentare, riduttiva e limitata nel tempo oltreché foriera di consensi parziali. È, insomma, una bella confezione e la sua recente presa di posizione di parte politica conferma la mia ipotesi e la rinforza. La trasformerà in un mezzo d’addolcimento mediatico di provvedimenti utili, come già detto sopra, ad un ristretto gruppo di persone che intendono mantenere lo status quo il più a lungo possibile.

L’attenzione invece deve essere posta, con autorevolezza ed imparzialità, in ordine alle possibilità della tecnologia e della ricerca. Non potrà esserci ancora un benessere diffuso senza un massiccio ricorso alla tecnologia, serve quindi uno slancio in avanti in questo senso che sia in grado di forzare le vetuste leggi dell’economia e della finanza.

Per ottenere ciò serve una forma di competizione ideologica. Il mondo globalizzato rischia di non avere competitori se non nelle forme dell’economia dei prezzi; mancando il competitore ideologico. Così viene meno la motivazione. Il disegno quindi è molto più ampio delle nostre ridicole confezioni pseudosociali. Cosa fare? Servono leader con delle visioni di altissimo valore umanistico basate sui concetti primari di compassione e spiritualità che consentano di sublimare la pulsione competitiva.

Ciò significa andare oltre le gabbie e le confezioni che abbiamo ereditato dai nostri passati e che abbiamo ripensato in un presente in cui l’etica non va di pari passo con la tecnologia.