orazione funebre eros

Orazione funebre per Eros

Venezia, 15 febbraio 2015

Tocco ancora questi reperti della civiltà più che serena.
Ella, che nutriva generosa l’Arte Sua, d’innumeri Efesti.
Ella, Vagina odorante per lignei bastimenti, gremita di genii e reali prostitute.
Ella, sincretismo d’anime sante e perdute.
Ella, di pali conci e remenati, salubre ad Eros.
Culla! Talamo! Ricovero! Giovamento!
Ella, dominante il divino equilibrio tra il principe della solitudine e Thanatos, oltre il Franco Nano, il tramonto dell’ultimo sole repubblicano, i languori ottocenteschi, gli amabili deliri futuristi, il secolo crudele.
Ella, oggi, non può più…

Ella rimane reperto, testimonio afono, intraducibile, indefinibile.
Sola, nell’inutile, generico non silenzio, di precoci masse inconsapevoli, informate, ottuse.
Perisce, nel suo grembo, Eros:
sconcio alla globale stupidità;
lacero al maniaco svelamento;
tristo al compulsivo, febbricitante, logorio delle repliche;
vano al pubblico gratuitamente plaudente e ridanciano;
largo all’ignobile democraticità.

Eros giace senz’armi né croci.
Straziato da immensi, rigidi, frigoriferi galleggianti,
da cui non giunge voce ma pallidi lampeggianti.
Trascinato da marine correnti e invadenti, che inducono ossigeno al suo vital torpore, bruciando ogni cellula ch’era grata alla nausea d’amplesso ed al dolor inguinale post priapesco.

Eros giace sfinito dal political corretto;
affetto da una prostatite corrotta e clientelare;
sfigurato da cretinissime spacconate, d’ideologiche disavventure;
annichilito nell’invidia iconoclasta del mediocre erede, rincoglionito impotente defunto.

Eros:
inafferrabile eiaculatoria liberazione;
apotropaico sputo in faccia all’oblio;
semplice ed astratto;

Eros soccombe al disumano sforzo di vincere l’inevitabile esistenza, opponendo alla quotidianità spregevole e possibile l’eroicità nobile e impossibile.

M.O.S.E. e l’umano

vivendo e lavorando a Venezia, nella zona di San Marco, sono in contatto reale e quotidiano con la secolare ( in ragione umana, plurimillenaria in ragione del tempo geologico ) questione delle inondazioni o alluvioni mareali della laguna veneta.

Nel vocabolario i termini “inondazione” e “alluvione” non sono riferiti all’azione delle maree. Quindi nemmeno la lingua italiana è in grado di definire quello che accade a Venezia. Ci aggiungo io l’aggettivo “mareale” onde precisare che si tratta di un fenomeno non del tutto eccezionale ma ricorrente nell’eterna periodicità di venti, correnti, pressione barimetrica, gravità lunare.

Sono quindi secoli che il mare ha il sopravvento nella laguna dell’uomo e si alza al di sopra delle zone che costui ha sottratto alle paludi ed alle barene per erigere la città. Se vi recate presso la Chiesa dei Frari troverete una tacca nel muro della chiesa con la data dell’agosto 1909. Una tacca che si trova ben oltre i fianchi di un uomo di altezza media. Quello non è stato il primo umido battesimo della città. Tra l’altro una marea eccezionale ad agosto è un fatto più singolare che raro.

marea venezia
accessi della marea in laguna

L’eccezionalità dei livelli di marea in laguna risiede nella convergenza di quattro fattori: vento, pressione barometrica, gravità lunare. Il più importante tuttavia è il tempo. La permanenza nel tempo dei primi tre fattori è cruciale. Mentre la gravità lunare è una variabile costante con periodicità fissa, le altre due sono estremamente mutevoli nel tempo e fanno quindi la concreta differenza.

Venezia nel contemporaneo piagnisteo.

In un contesto “contemporaneo” potremmo sollevare aspre critiche contro gli amministratori che vollero erigere la città in un luogo tanto instabile ed insicuro, mettendo in pericolo la salubrità e la sicurezza della vita degli abitanti. Potremmo chiedere l’azione della magistratura contro quegli avidi che preferirono piantar milioni di pali ( a detrimento irrimediabile di aree boschive di territori colonizzati ) nella mota, piuttosto che ricercare un sedime più consono alle loro pietre.

Tuttavia tra quegli antichi e questi moderni ha giocato la storia e, forse, una differente mentalità che oggi ci rende degni della tagliente satira di Fruttero&Lucentini più che dell’acuta passione di John Ruskin. Eh si, perché quegli antichi osavano e di brutto.

Hanno osato piegare un equilibrio spontaneo alle loro esigenze residenziali, militari, economiche, cultuali, fino a farne luogo d’esibizione di prestigio ricchezza sfarzo potere, centro di riferimento d’una civiltà ed esempio per altre civiltà future, contesto per la nascita di nuove idee, per la coltivazione di nuove intelligenze e sapienze. Hanno trasformato una laguna semi paludosa in un parco artificiale, in una fantasmagorica scenografia.

Quando feci queste osservazioni a certi soloni veneziani, causai ad uno di questi un quasi-attacco-cardiaco. Restrizioni mentali? Visioni limitate? Forse, oppure incapacità di leggere la storia con semplicità e senza alcun filtro ideologico, ricercando il modo di mettersi “nei panni”, ponendo attenzione all’analisi del senso pratico e pragmatico dei fatti.

Allora, di quegli antichi veneti: nobili costruttori idraulici architetti capimastri tagliapietra falegnami manovali, pensate fossero dei santi? Avete quindi una visione disneyana della storia. Come dire: alla Bambi. Idealizzate il passato? Non capirete il presente.

Mi chiedo spesso cosa avrebbero fatto costoro se avessero conosciuto il cemento portland… altro che pietra d’Istria, altro che mattoni. Certo, avrebbero dato a quel cemento delle forme a noi impossibili da concepire.

Venezia piantata come una bricola.

Dalla caduta della Repubblica Serenissima nella laguna di Venezia non si è più costruita alcuna grande opera. A parte gli edifici delle case popolari e di culto sull’isola della Giudecca e di Sacca Fisola, o il palazzetto dello sport di Castello, esempi di pessima edilizia. Nulla di significativo escludendo le ville art nouveau e liberty del Lido.

Dopo la ripulsa del progetto di Le Corbousier, che negli anni sessanta aveva in mente un ospedale per la città, giunge la prima inondazione dell’era della luce elettrica ( per l’Italia ) e dei massmedia. La priorità è quindi quella di dare riscontro alla visibilità che quei fatti destavano.

Ottima occasione per dare energia alle italiche menti ingegnose. Si mobilitano le forze del paese in un appalto che sfocia nel “progettone”, lo Stato incarica gli esperti per trovare la quadra.

Il dopoguerra è un periodo che ancora oggi viviamo in questa penisola. Allora, nei settanta e negli ottanta, esso era ancor più pregnante. Nell’infanzia repubblicana, negli equilibri di potere di un paese in perenne crisi “border line”, nella già consueta mentalità individualista e poco civica dell’italiano ( si confondeva addirittura l’idea di patria ed il tricolore col fascismo, o la parola “democrazia” con la Democrazia Cristiana ), si consolida l’idea di finanziare la partitocrazia e non solo, col denaro delle imprese. Si persevera quindi nella logica corruttiva delle Pubbliche Amministrazioni come già era stato fin dai tempi della Prima Guerra Mondiale.

Il PROGETTONE!

Il “Progettone” diviene la mangiatoia per uno tra i peggiori esempi di malgoverno di questo paese. Si smuovono prima miliardi di lire e poi miliardi di euro. La logica commissariale, per una pretesa intenzione di rendere rapida la realizzazione dell’opera, favorisce l’arbitrio il nepotismo e la corruzione a fini personali ma anche a fini elettorali.

mose venezia

Eh già, perché i voti del popolo si comprano. Poi il popolo s’indigna ma la coscienza sporca parte da lì. Nel 2014 scoppia il caso e scatta l’operazione delle forze dell’ordine. Ma non intendo scrivere di quest’immondizia.

Quel che m’interessa è l’evoluzione dell’idea del M.O.S.E. nell’immaginario popolare anche come alimentato dai mass media che con questo argomento contano di camparci almeno fin dopo l’Epifania 2022.

Il M.O.S.E. non funzionerà!!

Ormai da anni leggo questa litania. Certo, ci sarebbe da pensarci, essendo l’opera costruita in un contesto corruttivo gravissimo. La cosa infatti sarà cagione di problematiche tecniche perché, come dice il Marchese del Grillo: “Se me freghi qui me freghi su tutto…”

Tuttavia dobbiamo anche presumere che tra le mele marce vi siano anche mele sane e capaci ingegneri che, finita l’orgia, sappiano porre rimedio.
Si aggiunga poi che l’opera è unica al mondo e, per stessa definizione, sperimentale, quindi passibile di modifiche e perfezionamenti anche in corso d’opera o dopo l’ultimazione della stessa.
Queste riflessioni sono rigettate dalla gran massa che, maliziosa e maldisposta, è incapace di cogliere la complessità dei fatti, semplifica e riporta tutto alla propria meschina dimensione di portafoglio.

Il M.O.S.E. serve solo a chi lo fa!!

nomose

L’opera è stata commissionata dallo Stato Italiano a numerose ditte appaltatrici e subappaltatrici. Se intendiamo che “chi lo fa” sia lo Stato l’affermazione è corretta, infatti l’opera serve alla salvaguardia di un patrimonio dello Stato Italiano ( quindi degli italiani ).
Se intendiamo invece, maliziosamente, che “chi lo fa” siano le imprese appaltatrici e subappaltatrici, dobbiamo armarci di prove sostanziali da produrre anche in Tribunale perché, io penso, ogni sano imprenditore difende la propria reputazione in ogni sede. Senza considerare che si ritorna alla litania precedente che “il M.O.S.E. non funzionerà”.

In verità si tratta di slogan propagandistici di alcune minoranze che adottano delle “lotte” al solo scopo di conseguire una visibilità per giustificare la propria esistenza. Guai se avessero costoro responsabilità operative, sarebbero sciagure.

Il M.O.S.E. costa troppo!!

Una delle affermazioni più stupide che si possano sentire. Il costo eccessivo sarebbe in ragione di cosa? In rapporto a cosa?
È un’affermazione categorica ed assoluta che non ha alcun senso. Il costo ed il valore di ogni cosa va sempre stabilito in rapporto ad altre.

Quale sarebbe il costo per NON aver realizzato quest’opera? Come si potrebbe quantificare questo costo nel tempo?
Venezia è esposta alle maree eccezionali fin dalla sua nascita ed in passato gli abitanti hanno cercato di porre rimedio in molti modi tra i quali spesso vi era quello di alzare le rive, abbattere i palazzi e le case e ricostruirle più sollevate rispetto al livello della marea.

Non è concepibile l’idea di abdicare, di non contrastare queste alluvioni mareali e di rassegnarsi allo stivale di gomma. Non lo è, perché non lo è per la storia e la cultura della città di Venezia, propensa alla lotta per la risoluzione di problemi impossibili tipo: come costruire una cattedrale sul fango?
Venezia infatti è città consona a mercanti, condottieri, artigiani, artisti; non ad insulsi pedanti e paraculi professoroni.

Se non è così pare proprio che i tempi che viviamo sono quelli delle pecore, non certo dei leoni. Pecore belanti lagnose menagrame fataliste ma anche zeppe di malignità.

Il M.O.S.E. fino’ra ha assorbito 5,5 miliardi di euro, costerà circa 100 milioni di euro all’anno di manutenzione e sarà operativo per almeno 100 anni.
La spesa totale a fine vita dovrà quindi essere di 11 miliardi di euro.

11 miliardi di euro diviso 100 anni e diviso 60 milioni di persone ( popolazione italiana ), significa che il M.O.S.E. incide per 1,8 euro a persona all’anno per i prossimi cento anni. Un caffé all’anno per ogni cittadino italiano.

Gli italiani possono permettersi di pagare un caffé all’anno per 100 anni per avere la certezza che Venezia non sia inondata dalle maree eccezionali? Per dare finalmente questa dignità a questi luoghi che tutti dichiarano di amare incondizionatamente?

Complottismo e stampa sul M.O.S.E.

Oggi su quest’opera insistono i pregiudizi e le teorie complottiste più comuni, tipiche della nostra epoca dei social. Pochi o nessuno che abbia intenzione d’avvicinarsi alla questione senza filtri ideologici o con il desiderio d’apprendere qualcosa delle questioni tecniche ed ambientali che essa ha dovuto affrontare.

Il M.O.S.E è criminalizzato perché associato ai deprecati fatti corruttivi ma è come se dicessimo “cattivo” al tavolo perché ci abbiamo sbattuto contro col ginocchio.

La stampa poi sta seguendo la pancia della gente nel modo più scandaloso, alimentando sospetto e sfiducia fomentando e giocando sugli equivoci e le mezze verità. Perché? Perché vende!! Fa ascolto! La carta stampata vive una crisi infelice e drastica, per quadrare i conti deve sfruttare ogni opportunità e queste giungono numerose quando si punta sulla massa, la moltidudine da colosseo, quella del panem et circenses. Che poi qual è il problema? Il M.O.S.E. non è nemmeno una persona, non può certo ritenersi calunniata. Un bersaglio perfetto.

Qui la parola all’esperto ing. Giovanni Cecconi, per 30 anni al lavoro nella sala operativa del M.O.S.E.

Un confronto universale.

Immaginiamo che questa gran massa di lagnosi che oggi pare ci stiano accerchiando da ogni parte, sempre pronti ad indignarsi e ad avere sentenze e soluzioni nelle loro piccole tasche, fosse stata l’opinione pubblica attiva negli Stati Uniti alla fine degli anni sessanta del secolo scorso.

Allora John Fitzgerald Kennedy parlava di traguardi difficili che dovevano essere perseguiti proprio perché difficili e la gente si eccitava. La NASA, fondata nel 1958, esisteva per portare l’uomo nello spazio, miliardi vennero stanziati. Altri miliardi di dollari di allora vennero stanziati per la conquista della Luna. Nel 1967 tre uomini morirono bruciati nella capsula Apollo, seguirono altri incidenti altre vittime.

apollo 1967
capsula Apollo bruciata 1967

Se la gente di allora fosse stata quella di oggi di Venezia? Dove saremmo andati? Forse a Marcon, altro che Luna.

challenger 1986
tragedia del Challenger 1986

Non posso provare che disprezzo per coloro che rinunciano che si lagnano che pensano solamente al loro piccolo orticello e pretendono che tutto il mondo debba adeguarsi alla loro ristrettezza.

Il M.O.S.E. non lo dobbiamo a quei veneziani, lo dobbiamo agli antichi veneziani ed a quelli, in tutto il mondo ed a Venezia, che hanno ancora la capacità di avere una visione di considerare il nostro progresso come la continuazione della storia dell’uomo e non la sua annichilazione.

Per approfondire: https://www.mosevenezia.eu/


braca migranti clandestini

Artisti… Sciacalli… intellettuali…

braca migranti clandestini
barca trasporto migranti clandestini

Nella foto qui sopra potete ammirare l’imbarcazione posta alla Biennale di Venezia, in memoria di 800 migranti clandestini affogati atrocemente a bordo dopo il naufragio.

Potrei confrontare questa “installazione” con i vari teschi e scheletri che, nelle città antiche e nelle logge delle chiese avvisavano i passanti: “Ricordati che devi morire!” Più recentemente un bravo attore napoletano rispose a tali moniti con: “eh si, mo me lo segno…”

Purtroppo molti nel “settore” sono rimasti ancora attaccati al cesso di Duchamp e da quello hanno iniziato a sparlare di ( artecontemporanea ), oggi in buona parte ( ma non del tutto ) megadiscarica per giovanotti ben foraggiati.

L’arte è il suo tempo e questo è un tempo ostile all’artista che fa di sua vita l’opera d’arte.

Questo è il tempo delle trovate, come fu per il Barocco o il Rococò ma quelli lo fecero in modo infinitamente eccelso.
Oggi s’affabula l’audience delle masse ( non il piacere della Corte ).

Degli artisti, tutto sommato, non frega nulla a nessuno. Quindi servono trovate che siano afferenti a questioni molto dibattute sui media, che abbiano una forte presa emotiva, soprattutto nei “casi pubblici” come la Biennale, di forte rinomanza ed attrattiva…

Nulla di troppo diverso, sul piano formale, da quello che furono le questioni religiose che gli artisti dovettero trattare in passato, per mangiare un piatto di fagioli. Anche se siamo, sul piano sostanziale, lontani milioni di anni luce.

Il grande bias cognitivo in cui cadono le persone “normali”, distanti dall’universo di colui che è condannato artista, è di credere quel professionista investito di ruolo etico-moralistico e che questo sia il compito che fonda l’agire nelle arti.

Invece l’artista non ha alcuna priorità morale o etica, al più un obbligo estetico performativo, altrimenti ogni sua deiezione ( oggetto o prodotto artistico ) dovrebbe sottostare a questo galeotto contratto.

Per correre ai ripari dalla funesta attitudine dell’arte d’esser scevra d’etica o morale, le egemonie economico-culturali fanno ricorso all’intellettuale organico. Sì facendo castrano la definizione del temine “artista”, inteso come sopra e lo accomodano per prassi ed eleganza modaiola, nei limiti del senso diminuitivo-vezzeggiativo.

Egli quindi non è artista ma intellettuale organico che, in base ad accordi politico-amministrativi, assume un contegno moralistico, fantasticando sul “tema” proposto e sul quale, fatalmente, convergono investimenti in danaro sonante; “tema” che ora è quello del fenomeno delle migrazioni clandestine.

Neppure serve oggidì un’anche solo parziale adesione al “tema”. Essendo sufficiente una visitazione dello stesso al modo della firma, del nome, della presenza. È l’apoteosi del gesto che, glorificando opprime il senso di una vita trascorsa col giogo artistico. La gesture che si tramuta in beffardo svolazzo, una cinica esternazione del concetto che il mondo è dei furbi e dei ruffiani. Neppure serve quindi, alcuno sforzo “creativo” in cui l’intellettuale organico, vezzeggiato coll’epiteto d’artista, debba cimentarsi al fine di dare una determinazione “decor” al “tema”.

Lo sforzo è visto ormai malamente quasi fosse prova d’inettitudine, essendo invece determinante un’astratta etimologia che conduca l’atto del fare all’ozioso opinare.

Ci aggiriamo in territori aridi in cui imperversano feroci sciacalli col naso umido e sempre al vento, pronto ad intercettare le tendenze.

Questa “deposizione” che vediamo alla Biennale altro non è che un’elementare puntualizzazione gestita da supponenti parti politiche, al solo scopo di sollecitare una presunta sensibilità.

Tuttavia, essendo in totale ridondanza col contesto sociale, che non ammette tali sciagure, non ne è complice e le contrasta nei limiti del possibile, ad una lettura meno immediata potrebbe suscitare l’idea del monito sopra accennato. Questo monito, di sussiego del tutto subliminale, avrebbe l’intento d’alimentare, nel subconscio del cittadino, quella sorta di sacra soggezione o di monacale contegno che favorisce una società conformista.

Indizi di questo intento si riscontrano anche nell’uso generoso di acronimi in molti aspetti pubblici delle arti. Musei enti ed eventi sempre più spesso ridotti a sequenze di lettere maiuscole puntate, che hanno la funzione di referenziare ogni qualsivoglia contenuto dandovi un’aura istituzionalizzata.

Ciò detto, traiamo le conclusioni. Oggi si celebrano questi morti ma si trascura che si muore comunque e che vi sono mille ragioni per cui si può morire. Ci perdiamo i significati e ci teniamo i significanti. Questa surroga è dirompente perché distorsiva, annienta il vasto e multicolore territorio della retorica, dal quale gli artisti ( diminuiti e vezzeggiati ) sono tenuti alla larga.

Quale potrà mai essere a questo punto, una buona morte? Una morte degna di essere glorificata e portata ad esempio?

Se non esiste alcuna possibilità di risposta, questa “deposizione” è solamente un monito: ricorda che devi morire o, tutt’al più un esorcismo contro una fine orrenda claustrofobica e buia, o forse un monumento a chi, nonostante tutto, riesce ancora oggi a realizzare delle tragedie tanto efficaci sul piano della fiction. Mai un imprenditore suicida potrebbe assurgere a tale pathos, non c’è eguaglianza nelle tragedie ma solo l’opportunismo della cronaca.

Poeta fuorilegge! E sia!!

Estate 2012: no, Venezia pare proprio non essere una località adatta agli artisti, non più; magari un tempo; ma oggi non più. Antonio Melis, poeta, regala i suoi componimenti alla gente; in cambio s’aspetta un’offerta per tirare avanti. Questo non piace. No!

Perchè è una libera e spregiudicata affermazione del libero pensiero, in cambio di una mancetta per un caffè, una pizza, un paio di scarpe usate.

La profonda potenza destabilizzante e sovversiva dell’agire nella legalità con scopi elevati senza alcun patrocinio, senza alcuna ratificazione ufficiale, senza alcuna consacrazione al pubblico si mostra in tutta la sua luce in questo fatto che sembra banale. Antonio Melis non è in linea con ciò che si possa tollerare anche perché è assolutamente lecito.

antonio melis poeta
dedica a mario stefani poeta

Come uccidere gli artisti

Nel corso della terza parte della mia vita, quella vissuta tra le rovine della Civiltà Anfibia, ho conosciuto gli aspetti più truci e amari della società umana. Quelli che, nelle periferie della gioventù e delle amabili provincie venete, magari non giungono con tutta la loro crudezza.

Vi fu a Venezia il poeta Mario Stefani, che scelse d’affrettare quel fausto processo di restituzione del maltolto agli elementi, che consente la prosecuzione del fenomeno vitale. Lo fece per crisi? O per lucida ragione?

Capita spesso che, agli individui che fan della loro vita un’opera d’arte, rivolti così spietatamente alla verità delle cose, s’attagli un precoce trapasso; indotto od autoprocurato che sia. Poi la comunità elabora.

dedica a mario stefani poeta
targa commemorativa posta a dieci anni dal trapasso, così gli artisti si possono uccidere ancora ed ancora!

Questa targa è stata affissa solo nel 2011 ( dieci anni dopo ) per interessamento del prof. Pietro Bortoluzzi della Municipalità di Venezia dopo ben dieci anni di richieste ed un procedimento burocratico degno solamente della cara Russia di Stalin, passando per le amministrazioni Costa, Cacciari, Orsoni.

Alla celebrazione dell’Anniversario del trapasso del poeta dr. Mario Stefani non era presente nessun rappresentante ufficiale della Giunta di Venezia ( Giunta Orsoni, già ben nota per motivi giudiziari ) e questo per me è stato un bene: forse si son vergognati?
Non credo proprio…

Quei tristi fatti amministrativi ci ricordano sempre che l’artista va ucciso, ucciso sempre e possibilimente in modi diversi e subdoli. Le amministrazioni pubbliche di un paese che è miniera dell’arte, chissà perché, devono avere questo misero primato con gli artisti. Potrebbe essere l’incredulità cinica di chi ha la stolta convinzione che gli artisti sian già tutti morti, o sian ben altrove e mai proprio davanti al loro naso.

Amare è scontato ed è anche un’azione involontaria nell’animo del poeta e dell’artista. Amare inutilmente accade quando non si è compresi.
Stefani richiama le parole di Pasolini che disse che si è soli quando non si è compresi. Stefani parla d’un amore che non è quello del 14 febbraio, non è un amore carnale. Stefani in questo aforisma non è intimista ma universale, si rivolge agli altri, all’universalità.

È per questo che gli artisti e i poeti son immortali…

L’inutilità dell’amore non ha nulla a che fare con un rapporto “DARE AVERE”, non si tratta di un bilancio ma del fatto che la propria involontaria natura d’artista e poeta si scontra con la dura realtà universale che può essere lontana e avulsa tanto da non capire da non cogliere…

Non è detto che ciò abbia un significato negativo.
La semplice constatazione della realtà quale essa è, conforta il pensatore che, in tal modo, raggiunge uno stato d’illuminazione e conoscenza superiore. Egli sa cosa sia la Solitudine a differenza di molti che non sanno e vivono nel terrore dell’ignoto.

È per questo che gli artisti e i poeti son illuminati…

Quindi questo aforisma di Mario Stefani è un inno alla gioia, alla gioia di riconoscersi soli, di riconoscere la propria fortuna d’esser nato con quella naturale predisposizione che ti rende immortale e illuminato; consapevole, con gli occhi spalancati sulle pendici verticali dell’autocoscienza.

mario stefani poeta
Mario Stefani, poeta

Gli artisti han sempre avuto questa grande marcia in più, questa indivisibile ricchezza, questa profonda, inspiegabile risorsa.

Col tempo gli umani hanno imparato ad ignorarla e magari a sminuirla o a sbeffeggiarla, un modo come un altro per combattere i morsi dell’invidia.

Mario Stefani avrebbe gradito sentirsi definire “Poeta Veneziano” poiché considerava Venezia un continente o forse un universo al quale era attaccato il resto del mondo.

isolani senza humor

Eh, niente… A certi veneziani non piace la satira ( la chiamano goliardia… ). O meglio: piace quando sono gli altri oggetto del loro dileggio.
Un gruppo di presunta satira veneziana ( non faccio il nome per evitare di far pubblicità ) mi banna perché faccio vignette sui veneziani che corrono coi motoscafi ( causando disgrazie ). Eh, non si fa!!
Oggi sabato 19 gennaio 2019 un post del gruppo lamenta che facebook cancelli dal gruppo le persone che non vi partecipano.

Intervengo ribadendo quanto accaduto tempo addietro circa la censura dei miei interventi nel gruppo e vengo quindi bannato. Che assurdità!!! Si lamentano di facebook e poi bannano chi contribuisce con la satira ad un gruppo di satira!!!

Ma non solo, cancellano tutti i miei commenti al post… Incredibile! Si sono spaventati?? Credevano che avessi intenzioni malevoli nei loro confronti? Che mettessi in crisi il loro orticello?

La satira a Venezia è ammessa solo contro chi ci viene come turista. I veneziani sono intoccabili e se protesti scatta il ban. Bea gente!! Scoasse, altro che Goldon.

La storia inizia un paio di mesi fa quando, per puro spirito di satira, pubblico una foto di motoscafi che in laguna sfrecciano in planata mettendo a rischio la vita delle persone. Scrivo anche un articolo ( non di satira ) sull’argomento eccolo qui:
http://www.nicolaeremita.it/padroni-della-laguna-di-venezia/

Pubblico la vignetta in alcuni gruppi veneziani tra i quali quelli di satira di goldoni o roba simile. La vignetta viene cancellata. Mi chiedo per quale motivo?

Ecco le risposte: come vedete questi signori che farebbero satira, l’ammettono solamente nei confronti dei turisti e degli stranieri. Non è ammissibile far satira verso gli stessi veneziani che spesso assumono comportamenti molto stupidi e pericolosi causando anche la morte del prossimo.

Certi Veneti…

Purtroppo certi veneti hanno imparato il brutto vizio degli italiani: l’invidia. E’ una brutta afflizione che porta alla distruzione di qualsiasi idea, progetto, intento, ambizione, desiderio. L’invidia pretende il nulla, assapora l’annientamento di tutto e nasce dalla mediocrità e dalla presunzione dell’ignorante. In questi giorni ho letto troppa arroganza nelle parole stentate e sgrammaticate di certi veneziani che si credono detentori di valori supremi.
Gentaglia quasi analfabeta che assume atteggiamenti da squadrismo e crede, con ciò, d’emulare la tradizione dogale. Cose assurde!
Ai bei tempi della Serenissima era proprio del popolo il sentimento dell’umiltà ( che non è servilismo ) e del rispetto amorevole nei confronti di chi sa.
Qui invece siamo ai moti termidoriani senza alcuna usanza d’intelletto. Rivoluzionari senza abecedario; provocatori da trattoria; grufolatori del golpismo d’accatto. Vergogna!
Questo ciarpame, che stupra i simboli ed i valori ai quali ho avvicinato il mio cuore, ha il fetore dell’usurpatore. Un nulla immondo volgare infido, da ladri di galline.
Vengono in Piazza San Marco per infangare questa celebrazione donata ai veneti. Vengono con le bandiere di San Marco e le vilipendono, alzano la voce ma è un sordido latrato, osano fischiare alla musica, alle arti.
Costoro non sono degni. Non lo saranno mai. Nemmeno per le lignee galere costoro sarebber degni. Io questi li disprezzo. Ho rispetto e stima per chi vuol imporre il tricolore; quelli hanno un onore, hanno un valore, son degni avversari. Questi invece non so proprio cos’abbiano ed il nulla è peggio d’ogni cosa.

La Vida, il Teatro Anatomico, le okkupazioni.

Si affaccia sul pittoresco Campo di San Giacomo dell’Orio, questo palazzo dalla forma particolare. Esso fu Teatro Anatomico, luogo in cui i medici studiavano appunto il corpo umano dissezionando cadaveri e le levatrici imparavano la pratica ostetricia. Fu distrutto da un incendio nel 1800 e ricostruito.

teatro anatomico vida
Teatro Anatomico Vida di Venezia

Quindi ebbe altre destinazioni abitative fino ad essere sede Arci Gay, una trattoria e un archivio della Regione Veneto in tempi più recenti. La proprietà era della Regione Veneto fino a pochi mesi fa, quando l’imprenditore Alberto Bastianello lo ha acquistato con l’intenzione di farne un locale pubblico.

Mal gliene incolse!

La sua iniziativa privata a scopo di lucro s’è infranta nelle granitiche opposizioni di un gruppo agguerrito, tutto teso nell’impedire che un tale mercimonio possa aver luogo.

Si sono mosse anche Associazioni note, che forse cercano visibilità in ogni tipo di contumelia, nella pretesa di difendere una residenzialità veneziana decadente, sempre più vilipesa da masse feroci di turisti pronti a tutto.

I media locali si sono subito avvicendati nel dare testimonianza diuturna, anche per arredare opportunamente di notizie le pagine locali e, di conseguenza, avere i riscontri necessari in conto economico. Tuttavia pare che la cosa abbia sfumature differenti agli occhi del cittadino vivace e di puntuale senso civico.

Infatti in pochi giorni dalla notizia dell’alienazione, l’immobile è stato okkupato. Insomma, alcuni abitanti dei dintorni e forse anche d’altre zone colà richiamati, hanno preso possesso del palazzo, ovviamente senza alcun permesso della proprietà e con l’intento di manifestare il loro disappunto per le intenzioni della stessa.

È, con piena evidenza, azione contraria alle norme che tutelano la proprietà privata e la libera iniziativa d’impresa. Ora, viene da domandarsi chi siano costoro. Trattasi di semplici abitanti che spontaneamente s’organizzano per opporsi all’arrogante usurpatore del loro quieto vivere?

Chi lo pensa, a mio parere è ingenuo. Chi qui scrive invece, considera quest’azione un’arrogante ed organizzato grimaldello per assumere il controllo di spazi pubblici e privati da parte di fazioni che hanno una determinata e circoscritta appartenenza politica. Non vi è, in questo strumento di forza e prevaricazione, alcun presupposto di condivisione in quanto essa avrebbe le connotazioni della neutralità; mentre ha denotato fin da subito il carattere i simboli gli slogan i suoni ed i comportamenti di un’appartenenza politica.

La mia sensazione è che chi non fosse parte di questa fazione e condividesse anche solo l’idea che l’azione sottende, si troverebbe nelle condizioni d’astenersi o, quanto meno, di rimanere ai margini e quindi si sentirebbe conseguentemente “emarginato”.

Se ciò ha senso si dimostra facilmente che l’attore dell’impossessamento non è un’ipotetica “cittadinanza” bensì, una parte ristretta che fa riferimento ad un determinato consenso.

vida teatro anatomico venezia
sgombero degli okkupatori che cantano “vida ciao”

Che fare?

Osserviamo i passati trascorsi. In Venezia insulare insiste il Centro Sociale “Morion”; quindi, il Centro Sociale “Zona Bandita”. Quest’ultimo, prima di avere la sua sede in Santa Croce Fondamenta dei Tabacchi, aveva preso possesso di un Palazzo lungo il Canal de Cannaregio. Un palazzo di pregio, forse del ‘500, trasformato in un luogo fatiscente e degradato. Con lo sgombero del Centro Sociale “Zona Bandita” è subentrato un ristorante bar teatro gestito da Smart Venice srl.

Quindi l’okkupazione del Palazzo in Fondamenta De Cannaregio è stata sostituita da un’iniziativa a fine di lucro basata sulla ristorazione e l’intrattenimento. Quest’ultima pare essere organica per estetica intenti e branding alla precedente okkupazione, epurata di tutti gli aspetti poco commerciali quali pavimenti sfondati muri devastati bagni distrutti e pieni di feci, abbandono e degrado.

Esistono oggi a Venezia ben due Centri Sociali operativi che accolgono coloro che condividono questo modo di vivere e pensare. Mi chiedo se non siano più che sufficienti in un centro abitato di 55 mila anime.

L’azione presso il Teatro Anatomico ha tutti i crismi di un’ulteriore appropriazione da parte di gruppi faziosi che, in quanto tali, avranno intenzione di trasformare questo patrimonio in uno strumento d’aggregazione e propaganda di un modello ideologico e quindi con nessun intento universalistico e sociale. La solita pretesa, di una notoria appartenenza politica, di mettere il cappello su ogni pretestuosa azione a cui si da la cornice di “culturale”.

Ciò perché una struttura che si voglia utile alla totalità degli abitanti e per tutti accogliente ed usufruibile per scopi culturali, deve necessariamente essere neutra rispetto a segni, simboli od ideologie. Non solo; a voler pensar male si potrebbe anche congetturare che l’okkupazione ha il semplice scopo d’impedire l’insediamento di un imprenditore sgradito al fine poi di condurre, col tempo, l’immobile al medesimo uso che ne avrebbe fatto il primo ma sotto la gestione di altri più consoni alle convinzioni ideologiche di chi ha gestito l’atto illecito e forzoso. Perché quando il locale pubblico ha l’estetica conforme alle loro ideologie non è più speculazione, non è più turismo, non è più profitto o lucro… è cultura; mentre si crea l’emarginazione per chi non si conforma.

il Comune è prudente

Ecco quindi che la prima impressione, magari piena di lodi per l’azione spontanea del cittadino, si riempie di sfumature e mezzi toni che celano ben altre possibilità. Rendiamoci conto che la città di Venezia ed i veneziani stessi, hanno una naturale e comprensibile propensione al commercio e ciò è un fatto buono.

Rendiamoci pure conto che, per impedire una determinata iniziativa, è necessario avere già pronta un’alternativa e che i patrimoni immobiliari hanno un reddito e devono essere mantenuti. Qualsiasi intervento di restauro o di modifica del palazzo si deve confrontare con costi adeguati alla città.

Si rischia di realizzare un centro di costo, una realtà che andrà sussidiata. In tal caso, non avendo alcuna obiezione seppur nella considerazione dell’equilibrio di bilancio, pretenderei con fermezza che la gestione di uno spazio pubblico aperto a tutti, debba avere scopi universali e che non debba essere gestito da alcun privato ma dall’amministrazione stessa; sempre a patto di risarcire il malcapitato acquirente che ha osato immaginare un locale pubblico ( anch’esso dotato di caratteristiche sociali ) come quello che fu la Vida.

Caffé e ristoranti sono stati e sono tutt’ora, eminenti luoghi di aggregazione di pensatori, intellettuali, artisti ed ogni altro genere di persona, in completa autonomia e libertà.

il FAI si scaglia contro Palais Lumiere

fai contro palais lumiereQui a destra potete visionare la lettera che il FAI ha scritto al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per chiedere la censura del Palais Lumiére.

Si parla di minaccia all’integrità ambientale, al paesaggio, alla natura ed alla storia di Venezia.

Trovo sostanzialmente manipolatorie le affermazioni citate; e non rispondente alla veridicità dei fatti quanto sommariamente esposto all’attezione del Presidente.

Credo che ciò abbia uno scopo: procurare una reazione immediata e irrazionale di repulsa nei confronti del progetto di Cardin.

Analizziamo insieme questa lettera:
parto dall’affermazione che vuole Palais Lumiére “costruito a margine delle acque lagunari prospicienti il centro storico veneziano”.
Un’affermazione del tutto infondata.

  • Venezia è quella costruita nella laguna e quindi non è il “centro storico” ma la città fatta e compiuta. Quindi è improprio delimitare un “centro storico”. La città è nella Laguna ed è costituita da centinaia di isole PUNTO E BASTA.
  • Il punto esatto nel quale sarà costruito Palais Lumiére è ad oltre 4 chilometri dal confine nord della Città di Venezia, quello più vicino alla gronda lagunare che delimita la terraferma dalle acque. Quindi il termine “prospicienti” è inteso solamente per amplificare una questione assolutamente irrilevante in quanto ad esempio l’Aeroporto di Tessera è a meno di tre chilometri dall’Isola di Murano che è parte integrante della Città di Venezia. Inoltre, tra la sede del Palais Lumiére e le prime costruzioni originali della Città di Venezia è già stata collocata la Stazione Ferroviaria, struttura completamente rifatta in epoca moderna. In tal senso la presenza di Palais Lumiére non interferisce con alcuna delle costruzioni più antiche della Città di Venezia; non più di tante altre già presenti nel tessuto urbano più limitrofo.
  • La collocazione del Palais Lumiére coincide con insediamenti industriali abbandonati ma anche con insediamenti di strutture moderne attualmente operanti le quali non hanno alcunché in comune con la Città di Venezia e tantomeno sono state costruite secondo presunti principi di compatibilità ambientale con quella Città. Mi riferisco al “Vega” ed alle strutture viarie che incombono sulla gronda lagunare. Se vogliamo la costruzione di Palais Lumiére si distinguerà proprio per la volontà di riqualificare urbanisticamente quella zona.
  • Chi respinge l’idea di Palais Lumiére dovrebbe anche opporsi al Ponte della Libertà, a Piazzale Roma, ai parcheggi multipiano ivi esistenti, alle strutture portuali per merci e passeggeri, all’edilizia dell’Isola del Tronchetto, al Ponte di Calatrava ed all’intera Stazione Ferroviaria di Santa Lucia.

Quindi si parla di integrità ambientale.
Assurdo, supporre che Palais Lumiére metta a rischio l’integrità ambientale di un luogo che è stato martoriato per decenni da un’attività industriale senza scrupoli che ha inquinato gravemente il suolo e degradato violentemente la vita degli abitanti.
Assurdo pensare che una struttura che si realizza per la residenzialità possa essere peggiore di costruzioni adibite alla speculazione industriale.

Si parla di paesaggio!!
L’esistente è un luogo squallido e avvilito da fanghi tossici, sostanze velenose, piante che non attecchiscono e muoiono in pochi mesi, acque torbide e oleose, resti corrosi di strutture edilizie fatiscenti che un tempo erano depositi di concimi chimici e derivati del petrolio.

Si parla di natura!!
In un contesto completamente dimenticato dai “pensatori alti” che abitano palazzi signorili e si dimenticano delle condizioni terribili alle quali il popolo ha dovuto vivere e lavorare a Marghera.
Oggi costoro si accorgono e parlano di natura!!
Oggi! Quando qualcuno intende dare valore a quei luoghi di fatica di rischi di malattie di morte.

Si parla di storia!!
Ma di quale storia?
Quella di Venezia?
E cosa centra con Marghera?
La storia passata di Marghera era il bosco, la palude, il luogo di caccia dei veneziani della Serenissima. Quella storia è cancellata e distrutta, irrecuperabilmente affondata nell’oblio.
L’unica storia di quei luoghi è il Forte Marghera che giace abbandonato coperto di arbusti. Quel Forte magari, con la costruzione del Palais Lumiére, potrebbe riacquistare un senso ed essere recuperato alla fruibilità pubblica.

Mi chiedo infine come possano, persone che godono di tale reputazione e prestigio, ergersi con tale supponenza contro Palais Lumiére, senza aver approfondito minimamente le questioni reali che incidono su quei luoghi, quell’ambiente, quel paesaggio, quella storia e quel patrimonio; cos’ì come credo di aver modestamente contribuito con questo mio scritto.