erinni a perdere

Erinni a perdere.

Le cronache narrano del grande albergo-colonia per italiani freschi di boom, con la lavatrice il frigo e il moplen.
Esso fu edificato con gusto e nelle intenzioni che s’attagliano alle strutture del vicino blocco orientale ex-titino, per offrire economie di scala turistiche alle famigliole. Un lodevole intento di condurre all’esclusive spiagge lidensi anche i meno abbienti.

Un fabbricato in muratura la cui facciata sarebbe stata del tutto simile a quella dei casermoni popolari se non avesse accolto ameni balconi tutti ben orientati a occidente, al calar del sole ed uno scalone esterno degno di Wanda Osiris.
Un’opera godibile e ben collocata. Certo non all’altezza dell’architettura lidense tra fine ottocento e primi novecento. Accontentiamoci.

colonia inpdap lido venezia

Finiti i tempi delle presunte economie di scala, svelato invece il pesante pegno economico che richiede la sovvenzione di certe strutture, cambiate le abitudini delle famigliole, ora non più così indigenti e sempre meno numerose, il complesso cade in disgrazia.

Seguono anni d’incuria, indifferenza, abbandono che hanno favorito la germinazione d’installazioni pseudo-biennalistiche di barboni, sbandati, clandestini e tossicomani anche da fuori del paese, essendo il Lido e la Biennale, mete internazionali.
Nessun lamento si solleva dalle integerrime associazioni lidensi, tutte sull’attenti ad esclamar ‘gnorsì all’amministrazioni loro amiche.
“Tuto ben Sior Paron!” – mentre crescevano le discariche.

colonia inpdap lido venezia oggi

Ora, a rompere le uova del paniere elettorale giunge il dr. Luigi Brugnaro, una piccola folata d’aria nuova. Ecco che sei famiglie d’imprenditori costituiscono la ditta Aquarius srl con la quale finanziano edilizia innovativa. Individuano l’area e propongono un progetto di rilancio del turismo ambientalista.

aquarius lido di venezia

Propongono il recupero dello stabile ex-colonia inpdap e, verso il mare, la rimozione di strutture fatiscenti per sostituirle con altre in armonia con l’ambiente e con l’idea di far sperimentare al visitatore la realtà naturalistica delle dune del Lido.

La procedura amministrativa d’autorizzazione si svolge secondo quanto previsto da leggi e regolamenti. Quando i lavori sono sul punto di cominciare ecco che anzianotti ( non solo fisicamente ) presidenti di alcune associazioni veneziane si levano contro e alzano gli scudi.

alberoni lido venezia

Italia Nostra di Venezia e altre associazioni del Lido che si definiscono ambientaliste si oppongono all’inizio lavori. Picchetti, riunioni, striscioni, un bel video del professore che spiega i perché ed i percome… Tutto condivisibile!

ambientalisti alberoni lido

Siamo perfettamente d’accordo con il prof. Leonardo Filesi dell’Università IUAV di Venezia che la zona è interessata da una flora che va protetta; ma gli sfegatati ambientalisti sanno che il progetto nasce proprio per consentire al visitatore di apprezzare queste particolarità ambientali?

alberoni lido dune colonia inpdap

Sanno che, come si evince dalla foto di decenni fa, nell’area quella flora non era presente e che si è quindi formata in tempi recenti?
Sanno che quando i lavori saranno ultimati il lieve danneggiamento della flora insistente sarà presto compensato da nuova crescita perché nulla sarà rimosso?

alberoni dune lido venezia

Il grave ed irreparabile danno ai principi del buon ambientalismo all’idea di conservazione e tutela degli equilibri naturali e dei manufatti storici lo fanno tutti coloro che adoperano questi valori di grande importanza in azioni senza alcuna rilevanza se non addirittura del tutto insensate immotivate e deleterie per il territorio stesso e le popolazioni che lo abitano.

aquarius lido alberoni venezia

Il Lido di Venezia è estremamente antropizzato, fin troppo popolato di automobili rispetto al numero di abitanti. Bene sta facendo l’amministrazione a riportare in isola il servizio di trasporto pubblico con motricità elettrica. Decenni fa esisteva una linea di tram su rotaie.
La sensibilità verso l’ambiente è un equilibrio tra progresso e sviluppo in contesti urbanizzati e turistici come quelli del Lido di Venezia. Ecco di seguito quale sarà l’area dedicata agli impianti balneari di Aquarius sull’intera area delle dune.

aquarius lido alberoni

Potete apprezzare la collocazione di gazebo e di stand dei servizi balneari nel triangolo con i grafici arancioni, la casetta rettangolare di cemento sarà smantellata, è quella nel cerchio rosso.

In conclusione questa vicenda lascia perplessi sulle motivazioni di chi solleva queste proteste.
In generale s’evince una particolare degenerazione del compito di tutela che alcune associazioni stanno svolgendo in tutta Italia.
Le amministrazioni stanno progressivamente attuando riforme rivolte alla sensibilità ambientale indipendentemente dalle raccomandazioni ( lodevoli ) del terzo settore. Ciò priva di fatto queste ultime di buona parte del loro ruolo istituzionale.
Le conseguenze sono che alcune di queste associazioni, invece di ricercare nuovi e più ambiziosi scopi, si avvitano attorno a polemiche vacue, strumentali, se non proprio del tutto fuorvianti e diametralmente opposte ai loro stessi principi fondanti.

Per fare un esempio estremo mi riferisco alla vergognosa campagna antivaccinista di CODACONS, alla virulenza della polemica personalistica del suo Presidente nei confronti di specchiati scienziati. Mi riferisco alla più vicina e recente campagna di discredito ( condita d’abbondanti fake news ) attuata contro il progetto del Palais Lumière attuata da gruppi d’interesse ed associazioni veneziane.

Putroppo è ormai diffusa l’insulsa abitudine d’assumere posizioni oltranziste sulla base di slogan, semplici parole o argomenti del tutto infondati ma che hanno presa nell’immaginario collettivo, soprattutto quello degli sprovveduti o di chi agisce solo in base alla convenienza personale, coll’unico scopo d’ottenere attenzione mediatica e consenso verso gruppi od organizzazioni.
Dietro tutto ciò, purtroppo, c’è vuoto assoluto o peggio, desolante ignoranza e malafede che potrebbero portarci verso lidi tutt’altro che piacevoli.

mose umano venezia acqua alta marea

M.O.S.E. e l’umano

vivendo e lavorando a Venezia, nella zona di San Marco, sono in contatto reale e quotidiano con la secolare ( in ragione umana, plurimillenaria in ragione del tempo geologico ) questione delle inondazioni o alluvioni mareali della laguna veneta.

Nel vocabolario i termini “inondazione” e “alluvione” non sono riferiti all’azione delle maree. Quindi nemmeno la lingua italiana è in grado di definire quello che accade a Venezia. Ci aggiungo io l’aggettivo “mareale” onde precisare che si tratta di un fenomeno non del tutto eccezionale ma ricorrente nell’eterna periodicità di venti, correnti, pressione barimetrica, gravità lunare.

Sono quindi secoli che il mare ha il sopravvento nella laguna dell’uomo e si alza al di sopra delle zone che costui ha sottratto alle paludi ed alle barene per erigere la città. Se vi recate presso la Chiesa dei Frari troverete una tacca nel muro della chiesa con la data dell’agosto 1909. Una tacca che si trova ben oltre i fianchi di un uomo di altezza media. Quello non è stato il primo umido battesimo della città. Tra l’altro una marea eccezionale ad agosto è un fatto più singolare che raro.

mose umano venezia laguna acqua alta

L’eccezionalità dei livelli di marea in laguna risiede nella convergenza di quattro fattori: vento, pressione barometrica, gravità lunare. Il più importante tuttavia è il tempo. La permanenza nel tempo dei primi tre fattori è cruciale. Mentre la gravità lunare è una variabile costante con periodicità fissa, le altre due sono estremamente mutevoli nel tempo e fanno quindi la concreta differenza.

Venezia nel contemporaneo piagnisteo.

In un contesto “contemporaneo” potremmo sollevare aspre critiche contro gli amministratori che vollero erigere la città in un luogo tanto instabile ed insicuro, mettendo in pericolo la salubrità e la sicurezza della vita degli abitanti. Potremmo chiedere l’azione della magistratura contro quegli avidi che preferirono piantar milioni di pali ( a detrimento irrimediabile di aree boschive di territori colonizzati ) nella mota, piuttosto che ricercare un sedime più consono alle loro pietre.

Tuttavia tra quegli antichi e questi moderni ha giocato la storia e, forse, una differente mentalità che oggi ci rende degni della tagliente satira di Fruttero&Lucentini più che dell’acuta passione di John Ruskin. Eh si, perché quegli antichi osavano e di brutto.

Hanno osato piegare un equilibrio spontaneo alle loro esigenze residenziali, militari, economiche, cultuali, fino a farne luogo d’esibizione di prestigio ricchezza sfarzo potere, centro di riferimento d’una civiltà ed esempio per altre civiltà future, contesto per la nascita di nuove idee, per la coltivazione di nuove intelligenze e sapienze. Hanno trasformato una laguna semi paludosa in un parco artificiale, in una fantasmagorica scenografia.

Quando feci queste osservazioni a certi soloni veneziani, causai ad uno di questi un quasi-attacco-cardiaco. Restrizioni mentali? Visioni limitate? Forse, oppure incapacità di leggere la storia con semplicità e senza alcun filtro ideologico, ricercando il modo di mettersi “nei panni”, ponendo attenzione all’analisi del senso pratico e pragmatico dei fatti.

Allora, di quegli antichi veneti: nobili costruttori idraulici architetti capimastri tagliapietra falegnami manovali, pensate fossero dei santi? Avete quindi una visione disneyana della storia. Come dire: alla Bambi. Idealizzate il passato? Non capirete il presente.

Mi chiedo spesso cosa avrebbero fatto costoro se avessero conosciuto il cemento portland… altro che pietra d’Istria, altro che mattoni. Certo, avrebbero dato a quel cemento delle forme a noi impossibili da concepire.

Venezia piantata come una bricola.

Dalla caduta della Repubblica Serenissima nella laguna di Venezia non si è più costruita alcuna grande opera. A parte gli edifici delle case popolari e di culto sull’isola della Giudecca e di Sacca Fisola, o il palazzetto dello sport di Castello, esempi di pessima edilizia. Nulla di significativo escludendo le ville art nouveau e liberty del Lido.

Dopo la ripulsa del progetto di Le Corbousier, che negli anni sessanta aveva in mente un ospedale per la città, giunge la prima inondazione dell’era della luce elettrica ( per l’Italia ) e dei massmedia. La priorità è quindi quella di dare riscontro alla visibilità che quei fatti destavano.

Ottima occasione per dare energia alle italiche menti ingegnose. Si mobilitano le forze del paese in un appalto che sfocia nel “progettone”, lo Stato incarica gli esperti per trovare la quadra.

Il dopoguerra è un periodo che ancora oggi viviamo in questa penisola. Allora, nei settanta e negli ottanta, esso era ancor più pregnante. Nell’infanzia repubblicana, negli equilibri di potere di un paese in perenne crisi “border line”, nella già consueta mentalità individualista e poco civica dell’italiano ( si confondeva addirittura l’idea di patria ed il tricolore col fascismo, o la parola “democrazia” con la Democrazia Cristiana ), si consolida l’idea di finanziare la partitocrazia e non solo, col denaro delle imprese. Si persevera quindi nella logica corruttiva delle Pubbliche Amministrazioni come già era stato fin dai tempi della Prima Guerra Mondiale.

Il PROGETTONE!

Il “Progettone” diviene la mangiatoia per uno tra i peggiori esempi di malgoverno di questo paese. Si smuovono prima miliardi di lire e poi miliardi di euro. La logica commissariale, per una pretesa intenzione di rendere rapida la realizzazione dell’opera, favorisce l’arbitrio il nepotismo e la corruzione a fini personali ma anche a fini elettorali.

mose umano progettone venezia

Eh già, perché i voti del popolo si comprano. Poi il popolo s’indigna ma la coscienza sporca parte da lì. Nel 2014 scoppia il caso e scatta l’operazione delle forze dell’ordine. Ma non intendo scrivere di quest’immondizia.

Quel che m’interessa è l’evoluzione dell’idea del M.O.S.E. nell’immaginario popolare anche come alimentato dai mass media che con questo argomento contano di camparci almeno fin dopo l’Epifania 2022.

Il M.O.S.E. non funzionerà!!

Ormai da anni leggo questa litania. Certo, ci sarebbe da pensarci, essendo l’opera costruita in un contesto corruttivo gravissimo. La cosa infatti sarà cagione di problematiche tecniche perché, come dice il Marchese del Grillo: “Se me freghi qui me freghi su tutto…”

Tuttavia dobbiamo anche presumere che tra le mele marce vi siano anche mele sane e capaci ingegneri che, finita l’orgia, sappiano porre rimedio.
Si aggiunga poi che l’opera è unica al mondo e, per stessa definizione, sperimentale, quindi passibile di modifiche e perfezionamenti anche in corso d’opera o dopo l’ultimazione della stessa.
Queste riflessioni sono rigettate dalla gran massa che, maliziosa e maldisposta, è incapace di cogliere la complessità dei fatti, semplifica e riporta tutto alla propria meschina dimensione di portafoglio.

Il M.O.S.E. serve solo a chi lo fa!!

mose umano venezia nomose

L’opera è stata commissionata dallo Stato Italiano a numerose ditte appaltatrici e subappaltatrici. Se intendiamo che “chi lo fa” sia lo Stato l’affermazione è corretta, infatti l’opera serve alla salvaguardia di un patrimonio dello Stato Italiano ( quindi degli italiani ).
Se intendiamo invece, maliziosamente, che “chi lo fa” siano le imprese appaltatrici e subappaltatrici, dobbiamo armarci di prove sostanziali da produrre anche in Tribunale perché, io penso, ogni sano imprenditore difende la propria reputazione in ogni sede. Senza considerare che si ritorna alla litania precedente che “il M.O.S.E. non funzionerà”.

In verità si tratta di slogan propagandistici di alcune minoranze che adottano delle “lotte” al solo scopo di conseguire una visibilità per giustificare la propria esistenza. Guai se avessero costoro responsabilità operative, sarebbero sciagure.

Il M.O.S.E. costa troppo!!

Una delle affermazioni più stupide che si possano sentire. Il costo eccessivo sarebbe in ragione di cosa? In rapporto a cosa?
È un’affermazione categorica ed assoluta che non ha alcun senso. Il costo ed il valore di ogni cosa va sempre stabilito in rapporto ad altre.

Quale sarebbe il costo per NON aver realizzato quest’opera? Come si potrebbe quantificare questo costo nel tempo?
Venezia è esposta alle maree eccezionali fin dalla sua nascita ed in passato gli abitanti hanno cercato di porre rimedio in molti modi tra i quali spesso vi era quello di alzare le rive, abbattere i palazzi e le case e ricostruirle più sollevate rispetto al livello della marea.

Non è concepibile l’idea di abdicare, di non contrastare queste alluvioni mareali e di rassegnarsi allo stivale di gomma. Non lo è, perché non lo è per la storia e la cultura della città di Venezia, propensa alla lotta per la risoluzione di problemi impossibili tipo: come costruire una cattedrale sul fango?
Venezia infatti è città consona a mercanti, condottieri, artigiani, artisti; non ad insulsi pedanti e paraculi professoroni.

Se non è così pare proprio che i tempi che viviamo sono quelli delle pecore, non certo dei leoni. Pecore belanti lagnose menagrame fataliste ma anche zeppe di malignità.

Il M.O.S.E. fino’ra ha assorbito 5,5 miliardi di euro, costerà circa 100 milioni di euro all’anno di manutenzione e sarà operativo per almeno 100 anni.
La spesa totale a fine vita dovrà quindi essere di 11 miliardi di euro.

11 miliardi di euro diviso 100 anni e diviso 60 milioni di persone ( popolazione italiana ), significa che il M.O.S.E. incide per 1,8 euro a persona all’anno per i prossimi cento anni. Un caffé all’anno per ogni cittadino italiano.

Gli italiani possono permettersi di pagare un caffé all’anno per 100 anni per avere la certezza che Venezia non sia inondata dalle maree eccezionali? Per dare finalmente questa dignità a questi luoghi che tutti dichiarano di amare incondizionatamente?

Complottismo e stampa sul M.O.S.E.

Oggi su quest’opera insistono i pregiudizi e le teorie complottiste più comuni, tipiche della nostra epoca dei social. Pochi o nessuno che abbia intenzione d’avvicinarsi alla questione senza filtri ideologici o con il desiderio d’apprendere qualcosa delle questioni tecniche ed ambientali che essa ha dovuto affrontare.

Il M.O.S.E è criminalizzato perché associato ai deprecati fatti corruttivi ma è come se dicessimo “cattivo” al tavolo perché ci abbiamo sbattuto contro col ginocchio.

La stampa poi sta seguendo la pancia della gente nel modo più scandaloso, alimentando sospetto e sfiducia fomentando e giocando sugli equivoci e le mezze verità. Perché? Perché vende!! Fa ascolto! La carta stampata vive una crisi infelice e drastica, per quadrare i conti deve sfruttare ogni opportunità e queste giungono numerose quando si punta sulla massa, la moltidudine da colosseo, quella del panem et circenses. Che poi qual è il problema? Il M.O.S.E. non è nemmeno una persona, non può certo ritenersi calunniata. Un bersaglio perfetto.

Qui la parola all’esperto ing. Giovanni Cecconi, per 30 anni al lavoro nella sala operativa del M.O.S.E.

Un confronto universale.

Immaginiamo che questa gran massa di lagnosi che oggi pare ci stiano accerchiando da ogni parte, sempre pronti ad indignarsi e ad avere sentenze e soluzioni nelle loro piccole tasche, fosse stata l’opinione pubblica attiva negli Stati Uniti alla fine degli anni sessanta del secolo scorso.

Allora John Fitzgerald Kennedy parlava di traguardi difficili che dovevano essere perseguiti proprio perché difficili e la gente si eccitava. La NASA, fondata nel 1958, esisteva per portare l’uomo nello spazio, miliardi vennero stanziati. Altri miliardi di dollari di allora vennero stanziati per la conquista della Luna. Nel 1967 tre uomini morirono bruciati nella capsula Apollo, seguirono altri incidenti altre vittime.

mose umano venezia apollo 1 1967

Se la gente di allora fosse stata quella di oggi di Venezia? Dove saremmo andati? Forse a Marcon, altro che Luna.

mose umano challenger 1986

Non posso provare che disprezzo per coloro che rinunciano che si lagnano che pensano solamente al loro piccolo orticello e pretendono che tutto il mondo debba adeguarsi alla loro ristrettezza.

Il M.O.S.E. non lo dobbiamo a quei veneziani, lo dobbiamo agli antichi veneziani ed a quelli, in tutto il mondo ed a Venezia, che hanno ancora la capacità di avere una visione di considerare il nostro progresso come la continuazione della storia dell’uomo e non la sua annichilazione.

Per approfondire: https://www.mosevenezia.eu/


artisti sciacalli intellettuali venezia biennale arte

Artisti… sciacalli… intellettuali…

artisti sciacalli intellettuali

Nella foto qui sopra potete ammirare l’imbarcazione posta alla Biennale di Venezia, in memoria di 800 migranti, profughi e clandestini, in balia dei loro scafisti ( dai gazzettieri militanti definiti “comandanti” ), i quali, dopo aver intascato ingenti somme per il servizio li fanno affogare atrocemente, chiusi nella pancia della nave come topi in trappola, il 18 aprile 2015.

Potrei confrontare questa “installazione” con i vari teschi e scheletri che, nelle città antiche e nelle logge delle chiese avvisavano i passanti: “Ricordati che devi morire!”
Più recentemente un bravo attore partenopeo rispose a tali moniti con: “eh si, mo me lo segno…”

Purtroppo molti nel “settore” sono rimasti ancora attaccati al cesso di Duchamp e da quello hanno iniziato a sparlare di ( artecontemporanea ), oggi in buona parte ( ma non del tutto ) megadiscarica per giovanotti ben foraggiati.

L’arte è il suo tempo e questo è un tempo ostile all’artista che fa di sua vita l’opera d’arte.

Questo è il tempo delle trovate, come fu per il Barocco o il Rococò ma quelli lo fecero in modo infinitamente eccelso.
Oggi s’affabula l’audience delle masse ( non il piacere della Corte ).

Degli artisti, tutto sommato, non frega nulla a nessuno. Quindi servono trovate che siano afferenti a questioni molto dibattute sui media, che abbiano una forte presa emotiva, soprattutto nei “casi pubblici” come la Biennale, di forte rinomanza ed attrattiva.

Nulla di troppo diverso, sul piano formale, da quello che furono le questioni religiose che gli artisti dovettero trattare in passato, per mangiare un piatto di fagioli. Anche se siamo, sul piano sostanziale, lontani milioni di anni luce.

Il grande bias cognitivo in cui cadono le persone “normali”, distanti dall’universo di colui che è condannato artista, è di credere quel professionista investito di ruolo etico-moralistico e che questo sia il compito che fonda l’agire nelle arti.

Invece l’artista non ha alcuna priorità morale o etica, al più un obbligo estetico performativo, altrimenti ogni sua deiezione ( oggetto o prodotto artistico ) dovrebbe sottostare a questo galeotto contratto.

Per correre ai ripari dalla funesta attitudine dell’arte d’esser scevra d’etica o morale, le egemonie economico-culturali fanno ricorso all’intellettuale organico. Sì facendo castrano la definizione del temine “artista”, inteso come sopra e lo accomodano per prassi ed eleganza modaiola, nei limiti del senso diminuitivo-vezzeggiativo.

Egli quindi non è artista ma intellettuale organico che, in base ad accordi politico-amministrativi, assume un contegno moralistico, fantasticando sul “tema” proposto e sul quale, fatalmente, convergono investimenti in danaro sonante ( qui siamo nell’ordine dei 9,6 milioni di euro ); “tema” che ora è quello del fenomeno delle migrazioni più o meno clandestine.

Neppure serve oggidì un’anche solo parziale adesione al “tema”. Essendo sufficiente una visitazione dello stesso al modo della firma, del nome, della presenza. È l’apoteosi del gesto che, glorificando opprime il senso di una vita trascorsa col giogo artistico. La gesture che si tramuta in beffardo svolazzo, una cinica esternazione del concetto che il mondo è dei furbi e dei ruffiani. Neppure serve quindi, alcuno sforzo “creativo” in cui l’intellettuale organico, vezzeggiato coll’epiteto d’artista, debba cimentarsi al fine di dare una determinazione “decor” al “tema”.

Lo sforzo è visto ormai malamente quasi fosse prova d’inettitudine, essendo invece determinante un’astratta etimologia che conduca l’atto del fare all’ozioso opinare.

Ci aggiriamo in territori aridi in cui imperversano feroci sciacalli col naso umido e sempre al vento, pronto ad intercettare le tendenze.

Questa “deposizione” che vediamo alla Biennale altro non è che un’elementare puntualizzazione gestita da supponenti parti politiche, al solo scopo di sollecitare una presunta sensibilità.

Tuttavia, essendo in totale ridondanza col contesto sociale, che non ammette tali sciagure e atti criminali ( scafisti ), non ne è complice e le contrasta nei limiti del possibile, ad una lettura meno immediata potrebbe suscitare l’idea del monito sopra accennato. Questo monito, di sussiego del tutto subliminale, avrebbe l’intento d’alimentare, nel subconscio del cittadino, quella sorta di sacra soggezione o di monacale contegno che favorisce una società conformista.

Indizi di questo intento si riscontrano anche nell’uso generoso di acronimi in molti aspetti pubblici delle arti. Musei enti ed eventi sempre più spesso ridotti a sequenze di lettere maiuscole puntate, che hanno la funzione di referenziare ogni qualsivoglia contenuto dandovi un’aura istituzionalizzata.

Ciò detto, traiamo le conclusioni. Oggi si celebrano questi morti ma si trascura che si muore comunque e che vi sono mille ragioni per cui si può morire. Ci perdiamo i significati e ci teniamo i significanti. Questa surroga è dirompente perché distorsiva, annienta il vasto e multicolore territorio della retorica, dal quale gli artisti ( diminuiti e vezzeggiati ) sono tenuti alla larga.

Quale potrà mai essere a questo punto, una buona morte?
Una morte degna di essere glorificata e portata ad esempio?

Se non esiste alcuna possibilità di risposta, questa “deposizione” è solamente un monito: ricorda che devi morire o, tutt’al più un esorcismo contro una fine orrenda claustrofobica e buia.
Forse, ad esser cinici, un monumento a chi, nonostante tutto, riesce ancora oggi a realizzare delle tragedie tanto efficaci sul piano della fiction, un elogio al santo contrabbandiere di carne umana, al sacro avvoltoio che profitta dell’ambizione di chi ha quattro soldi da gettare assieme alla propria vita per inseguire il mito dell’occidente europeo.

Mai un imprenditore suicida potrebbe assurgere a tale pathos, non c’è eguaglianza nelle tragedie ma solo l’opportunismo della cronaca.

poeta fuorilegge venezia melis antonio

Poeta fuorilegge! E sia!!

Estate 2012: no, Venezia pare proprio non essere una località adatta agli artisti, non più; magari un tempo; ma oggi non più. Antonio Melis, poeta, regala i suoi componimenti alla gente; in cambio s’aspetta un’offerta per tirare avanti. Questo non piace. No!

Perchè è una libera e spregiudicata affermazione del libero pensiero, in cambio di una mancetta per un caffè, una pizza, un paio di scarpe usate.

La profonda potenza destabilizzante e sovversiva dell’agire nella legalità con scopi elevati senza alcun patrocinio, senza alcuna ratificazione ufficiale, senza alcuna consacrazione al pubblico si mostra in tutta la sua luce in questo fatto che sembra banale. Antonio Melis non è in linea con ciò che si possa tollerare anche perché è assolutamente lecito.

poeta fuorilegge venezia antonio melis

come uccidere gli artisti

Come uccidere gli artisti

Nel corso della terza parte della mia vita, quella vissuta tra le rovine della Civiltà Anfibia, ho conosciuto gli aspetti più truci e amari della società umana. Quelli che, nelle periferie della gioventù e delle amabili provincie venete, magari non giungono con tutta la loro crudezza.

Vi fu a Venezia il poeta Mario Stefani, che scelse d’affrettare quel fausto processo di restituzione del maltolto agli elementi, che consente la prosecuzione del fenomeno vitale. Lo fece per crisi? O per lucida ragione?

Capita spesso che, agli individui che fan della loro vita un’opera d’arte, rivolti così spietatamente alla verità delle cose, s’attagli un precoce trapasso; indotto od autoprocurato che sia. Poi la comunità elabora.

uccidere gli artisti venezia mario stefani

Questa targa è stata affissa solo nel 2011 ( dieci anni dopo ) per interessamento del prof. Pietro Bortoluzzi della Municipalità di Venezia dopo ben dieci anni di richieste ed un procedimento burocratico degno solamente della cara Russia di Stalin, passando per le amministrazioni Costa, Cacciari, Orsoni.

Alla celebrazione dell’Anniversario del trapasso del poeta dr. Mario Stefani non era presente nessun rappresentante ufficiale della Giunta di Venezia ( Giunta Orsoni, già ben nota per motivi giudiziari ) e questo per me è stato un bene: forse si son vergognati?
Non credo proprio…

Quei tristi fatti amministrativi ci ricordano sempre che l’artista va ucciso, ucciso sempre e possibilimente in modi diversi e subdoli. Le amministrazioni pubbliche di un paese che è miniera dell’arte, chissà perché, devono avere questo misero primato con gli artisti. Potrebbe essere l’incredulità cinica di chi ha la stolta convinzione che gli artisti sian già tutti morti, o sian ben altrove e mai proprio davanti al loro naso.

Amare è scontato ed è anche un’azione involontaria nell’animo del poeta e dell’artista. Amare inutilmente accade quando non si è compresi.
Stefani richiama le parole di Pasolini che disse che si è soli quando non si è compresi. Stefani parla d’un amore che non è quello del 14 febbraio, non è un amore carnale. Stefani in questo aforisma non è intimista ma universale, si rivolge agli altri, all’universalità.

È per questo che gli artisti e i poeti son immortali…

L’inutilità dell’amore non ha nulla a che fare con un rapporto “DARE AVERE”, non si tratta di un bilancio ma del fatto che la propria involontaria natura d’artista e poeta si scontra con la dura realtà universale che può essere lontana e avulsa tanto da non capire da non cogliere…

Non è detto che ciò abbia un significato negativo.
La semplice constatazione della realtà quale essa è, conforta il pensatore che, in tal modo, raggiunge uno stato d’illuminazione e conoscenza superiore. Egli sa cosa sia la Solitudine a differenza di molti che non sanno e vivono nel terrore dell’ignoto.

È per questo che gli artisti e i poeti son illuminati.

uccidere artisti mario stefani venezia

Quindi questo aforisma di Mario Stefani è un inno alla gioia, alla gioia di riconoscersi soli, di riconoscere la propria fortuna d’esser nato con quella naturale predisposizione che ti rende immortale e illuminato; consapevole, con gli occhi spalancati sulle pendici verticali dell’autocoscienza.

Gli artisti han sempre avuto questa grande marcia in più, questa indivisibile ricchezza, questa profonda, inspiegabile risorsa.

Col tempo gli umani hanno imparato ad ignorarla e magari a sminuirla o a sbeffeggiarla, un modo come un altro per combattere i morsi dell’invidia.

Mario Stefani avrebbe gradito sentirsi definire “Poeta Veneziano” poiché considerava Venezia un continente o forse un universo al quale era attaccato il resto del mondo.

isolani senza humor

isolani senza humor

Eh, niente… A certi veneziani non piace la satira ( la chiamano goliardia… ). O meglio: piace quando sono gli altri oggetto del loro dileggio.
Un gruppo di presunta satira veneziana ( non faccio il nome per evitare di far pubblicità ) mi banna perché faccio vignette sui veneziani che corrono coi motoscafi ( causando disgrazie ). Eh, non si fa!!

Ecco il post che ho pubblicato nel gruppo:

isolani senza humor

Il gruppo è dedicato a chi fa il goldon a Venezia, pubblico il mio post che segnala quei goldoni che in laguna sfrecciano con i barchini, arrivando a planare e mettono a rischio la propria vita e quell’altrui. In veneziano “goldon” è sinonimo di coglione, stupido, scemo, eccetera.

Poco dopo ecco che Alessandro reagisce elogiando chi va sul barchino e fa la “planada” ( planata ). Faccio aperto riferimento al fatto che anche tra i veneziani ci sono parecchi goldon e ci vorrebbe una categoria speciale per loro.

isolani senza humor

Quindi mi chiedo se non abbiano timore a far satira anche con questo genere di veneziani e ricordo come funziona a Trieste.

isolani senza humor

Il giorno seguente sabato 19 gennaio 2019 un post del gruppo lamenta che facebook cancelli dal gruppo le persone che non vi partecipano. In realtà sono gli amministratori che cacciano la gente in massa perché non tollerano che altri facciano humor o satira o goliardia, chiamatela come vi pare.

isolani senza humor

Intervengo ribadendo quanto accaduto tempo addietro circa la censura dei miei interventi nel gruppo e vengo quindi bannato. Che assurdità!!!
Si lamentano di facebook e poi bannano chi contribuisce con la satira ad un gruppo di satira!!!
In realtà facebook non cancella nessuno dai gruppi, sono sempre e solo gli amministratori a farlo e qui lo fanno per impedire ad altri di partecipare.

isolani senza humor

Ma non solo, cancellano tutti i miei commenti al post… Incredibile!
Si sono spaventati??
Credevano che avessi intenzioni malevoli nei loro confronti?
Che mettessi in crisi il loro orticello?

La satira a Venezia è ammessa solo contro chi ci viene come turista. I veneziani sono intoccabili e se protesti scatta il ban. Bea gente!! Scoasse, altro che Goldon.

isolani senza humor

La storia inizia un paio di mesi fa quando, per puro spirito di satira, pubblico una foto di motoscafi che in laguna sfrecciano in planata mettendo a rischio la vita delle persone. Scrivo anche un articolo ( non di satira ) sull’argomento eccolo qui:
https://www.nicolaeremita.it/padroni-della-laguna-di-venezia/

isolani senza humor

Pubblico la vignetta in alcuni gruppi veneziani tra i quali quelli di satira di goldoni o roba simile. La vignetta viene cancellata. Mi chiedo per quale motivo?

isolani senza humor

Ecco le risposte: come vedete questi signori che farebbero satira, l’ammettono solamente nei confronti dei turisti e degli stranieri. Non è ammissibile far satira verso gli stessi veneziani che spesso assumono comportamenti molto stupidi e pericolosi causando anche la morte del prossimo.

isolani senza humor

isolani senza humor

isolani senza humor

isolani senza humor

isolani senza humor

san pantalon venezia chiesa

Il più grande martirio del mondo, la chiesa di San Pantalon a Venezia

Potete seguire il testo con l’immagine qui riportata, le varie rappresentazioni sono cerchiate di diversi colori per una facile individuazione.

chiesa san pantalon venezia dipinto

verde = speranza virtù teologali; celestino = fede virtù teologali; blu = carità virtù teologali; giallo = diavoli cacciati dagli angeli; rosso = corda uncino bastone martirio di San Pantaleon che, assistito da Ermolao, superò le prove; viola = soccorso a malati e feriti

una Chiesa sacrificata, all’ombra della Scola di San Rocco e della Basilica dei Frari; nella realtà contemporanea essa sarebbe completamente oscurata dall’arroganza di chi gode, meritatamente o meno, di maggiore visibilità, di maggior “passaggio” nell’accezione turistico-pedonale dei nostri tempi usa e getta.

Fondata nel 1009, quando poche erano le strutture in pietra; forse solamente i luoghi di culto, quelli di potere e le dimore dei nobili, il resto baracche di legno e canne. Era allora Doge Ottone Orseolo, un ardimentoso sedicenne che ristabilì il dominio di Venezia sulla Dalmazia. Venne consacrata Parrocchia nel 1222 e fu schiacciata dal tallone francese che, tra il 1806 ed il 1810, impose la riduzione del numero delle cure pastorali veneziane da 70 a 30. Era il progresso, si diceva.

Rimaneggiata più volte, fu oggetto di un rifacimento quasi completo che ebbe gestazione dal 1668 al 1745, 77 anni di lavori; progettata da architetti di gran nome come il Longhena e quindi il Comin, dopo la morte del primo. All’interno si trovano la pala di San Pantalon dipinta dal Veronese, la sua ultima opera; l’esemplare di organo n. 400 di Callido, pale di D’Alemagna, di Vivarini, di Palma il Giovane, di Lazzarini. Si narra anche dell’altare che, nel cinquecento fu realizzato dal Palladio; il primo lavoro dell’architetto in Venezia. Con la ristrutturazione quell’altare fu smontato e venduto, se ne persero le tracce. Venne sostituito da altro manufatto opera di Pozzo.

Quello della Chiesa di San Pantalon era un mondo tanto diverso dal nostro. Potremmo definirlo un mondo “alieno” più che antico.

Non vi era alcun concetto di velocità ed anche l’economia aveva un aspetto del tutto estraneo all’odierno. La religione era pregnante per tutti gli aspetti della vita. La fede era sentita in modo concreto, reale; serviva a tenere unito il popolo a dare una speranza.

Vigeva il “passo d’uomo” ed in acqua il “remo”; molte strutture nascevano e crescevano in senso transgenerazionale; non c’era una serrata pianificazione temporale ma erano ben chiari gli obiettivi: fare le cose in grande. Rendere la Chiesa illustre e preziosa, rendere Venezia ( la Patria ) illustre e preziosa e potente. Tutto ciò era retto dal sentimento di carità. Quasi del tutto sincero, mitigato solamente dai commerci, dai conflitti, a loro volta mitigati dal reale timore per la vita ultraterrena.

Un mondo che noi oggi difficilmente potremmo comprendere; lo leggiamo nei libri ma non ci giunge il senso concreto di quella vita. Come con l’antica grecia; molti credono che essa fosse quell’ideale rappresentazione di uomini vestiti di bianche tuniche intenti a filosofeggiare. Ebbene, chi avesse letto saprebbe che il popolo greco viveva in gran parte in grotte, era denutrito, vestiva poco e poco si lavava.

Vivere nel senso del divino, nella certezza della ricompensa post-mortem, nella convinzione che il prelato, il nobile, il doge, il condottiero, fossero tali per volontà superiore e metafisica, rende una prospettiva del tutto differente. In questo contesto fiorisce la contemplazione. Qualcosa che noi oggi non conosciamo o, almeno, non in quello spirito.

La contemplazione è il frutto sano della costrizione, dell’immobilismo tecnico e politico. È la figlia del fotogramma pittorico e della Computer Numerical Control scultorea. A volte avere un limite apre un infinito. Allora fu così; era il mondo dei limiti; gravi ceppi imbastiti ai corpi ed alle menti che vedevano fango, sudore, fatica, fame, sofferenza, morte, epidemia, miseria, sporcizia, freddo; corpi e menti che, poi, si rivolgevano a Dio, per direttissima, senza alcun media; al più con l’intercessione della Madonna o dello Spirito Santo. Dio era lì tra loro, ogni giorno varcata la porta della Chiesa e c’erano più Chiese che pantegane.

Dio era nei colori, così vividi, nelle forme, così perfette e sane, nelle prospettive, nella vertigine delle navate. Urgeva assoldare i migliori perché Dio fosse orgoglioso e non si recasse altrove.

Così fu, grazie agli artisti.

A San Pantalon serviva qualcosa di notevole. Era in gioco il ruolo della Chiesa nell’amministrazione delle cure ai malati. La concorrenza delle Scole vicine era fortissima; ma San Pantalon aveva assi nella manica.

Lui, un turco cristiano ostinato, che studiò e praticò la medicina pagana di Esculapio al punto da esser tra i preferiti dell’imperator Galerio Massimiano; ma in seguito abbandonò quella scienza per curare invocando il nome di Cristo e, quindi, resuscitando cadaveri. Lui, che si meritò per questo il processo, cui oppose ferma la sua fede avendone in premio torture, vanificate dalla voce del Cristo che scioglieva la spada e le tenaglie; e spezzava le corde e le verghe. Lui, che infine fu martirizzato col lo spiccare, dal busto, del suo cranio. Con tali meriti, tutti guadagnati sul campo, era necessario qualcosa che fosse parimenti imponente e autorevole ma anche legato al nuovo alle tecniche agli artifizi. Era ormai il finire del seicento ed i saperi iniziavano ad allargarsi; e poi c’era in corso una riforma del teatro, s’avanzava la tragedia dell’Antonio Schinella Conti e del Scipione Maffei, poco d’appresso nasce il Goldoni. Insomma si esce dai noti sentieri della Commedia dell’Arte per sfociare nel confronto aperto con i francesi come Molière.

Tra i parrocchiani vi era l’artista Giovan Antonio Fumiani, già noto per opere destinate a scenografie di teatri. Nientemento i committenti erano Francesco Palma, maestro di musica addetto alla cantoria della Basilica di San Marco e Giovanni Battista Zampelli, parroco eruditissimo.

Persone di certo aggiornate sulle novità della drammaturgia. Costoro non conoscevano ancora il provincialismo; anzi, erano pronti a contendersi gli artisti locali con le altre congregazioni religiose. Fu grazie a questa “limitatezza”, a questa “restrizione di vedute”, che a Venezia fiorirono gli artisti e vissero degnamente delle loro opere. Gli archistar dementi, gli artisti da baraccone, i sindaci filosofi, erano ancora di là da venire.

Insomma, dopo breve consulta e grazie alle insistenze del Palma, l’incarico fu corrisposto al “omo de cesa” Mastro Fumiani che si accontentò di mite mercede; fors’anche in ragione della proporzione dell’opera. Si, perché si trattava di realizzare un dipinto di 443 metri quadrati da sistemare sul soffitto della nuova Chiesa di San Pantalon, in corso di ristrutturazione. Pareva proprio un’impresa superba; nessuno aveva mai, prima, realizzato un tale dipinto su tela; e nessuno ancora l’ha realizzato da allora.

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Egli quindi s’accollò tale commessa all’età d’anni 44 che allora erano già molti.
Lo fece con l’ansia di non farcela o con la fede nella Provvidenza?

Forse viveva entrambe l’emozioni. Per un capolavoro del genere ci vollero 22 anni d’impegno. Si diffuse la leggenda che Mastro Fumiani, finito il lavoro, per lo sfinimento cadde e morì. In realtà la morte lo colse qualche anno dopo per una semplice influenza circondato dalle muliebri cure.

L’artista pose in campo tutte le sue esperienze ormai mature e, anche sotto la guida dei due colti committenti, concluse l’opera. Leggiamola.

Appena entrati nella Chiesa si viene sopraffatti dalla vastità di questo dipinto che, ad un occhio poco attento può sembrare un affresco; ma la morbidezza del tratto e il chiaroscuro, allo smaliziato svelano il tocco del pennello. La Chiesa non è di grandi dimensioni e quindi l’effetto coloristico e drammatico è ancor più intenso; come anche quello della prospettiva che, con rapidità accentuata dalle architetture, si apre verso un luogo di luce ultraterrena gialla e priva di cielo azzurro: luogo divino non naturalistico, vedremo in seguito.

Riuscire ad inquadrare l’insieme della composizione è quasi impossibile, tanti sono i dettagli, i piani ed i punti di vista e le figure coinvolte. Infatti ciò non sarebbe nemmeno richiesto, essendo l’intero insieme suddiviso in scene. Non si tratta quindi di una sola ed unica rappresentazione di un fatto ma della coesistenza, nello stesso spazio visivo, di scene distinte; ma avulse da una conseguenzialità temporale. È sempre la raffigurazione che trasporta lo spettatore lungo il dipinto.

La prospettiva è la parte emozionale della composizione. Essa è costituita da due rettangoli. Il primo circonda la base del dipinto come un architrave con dei gradini nei lati minori; il secondo è alla sommità della parte architettonica, al confine con il Regno dei Cieli. Possenti colonne li separano portando al massimo l’effetto climax. L’insieme da le vertigini.

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All’ingresso siamo accolti dall’Arcangelo Gabriele con i caratteristici gigli; sopra siedono le virtù teologali la Fede col calice e la Speranza con l’ancora; la Carità è nella parte interna del primo rettangolo perché è al di fuori delle allegorie, essendo parte viva dell’esperienza terrena di Pantaleone.

Vi sono due ordini di lettura, il primo è quello dal basso verso l’alto secondo la prospettiva; il secondo è quello che segue le immagini ordinate in distinti gruppi o scene che si rimandano reciprocamente.

Il primo ordine di lettura, quello prospettico, colloca le questioni umane e pagane tra i due rettangoli e le questioni divine oltre il secondo rettangolo fino al centro del soffitto; mentre figure allegoriche sono poste in basso, al di fuori del primo rettangolo e servono per arricchire di significati morali quanto avviene al di sopra. Esse sono figure che non partecipano allo svolgimento dei fatti; sono la fede, la speranza, l’orgoglio, la furia, la giustizia, la pace, l’Arcangelo Gabriele.

Partiamo quindi dalle scene contenute tra i due rettangoli: le questioni umane e pagane.

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Ecco la scena sulla destra che è stata riquadrata in celeste. Si scorgono tre figure, l’imperatore Galerio Massimiano che, vestito di porpora, siede sul trono; questo seggio ed il suo stesso volto sono oscuri e avvolti nella tetra penombra perché egli ed il suo impero sono lontani dalla grazia di Dio e dalla luce della fede. Egli, con la mano destra porge una pergamena, che contiene la condanna a morte di Pantaleone. Le altre figure presenti sono Ermolao, il vecchio vestito di scuro che ha condotto Pantaleone alla cura dei malati con la fede cristiana, ed un altro anziano vestito di stracci e cieco, che testimonia degli atti di guarigione che il santo ha condotto sotto i buoni auspici della fede. Al di sotto di questa scena ed al di fuori del primo rettangolo si trovano due simboli allegorici: la pace e la giustizia, dipinti in piena luce bianca perché trionfano a compensazione dell’orribile sentenza del miscredente Imperatore.

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Il rotolo che tiene in mano Galerio è proteso verso l’alto ed indica la scena seguente, possiamo quindi tracciare una linea immaginaria che ci guida e ci porta al cospetto di un cavaliere con armatura e drappo d’ermellino che trattiene in mano il medesimo rotolo, quasi lo avesse appena ricevuto per posta pneumatica. Costui è il potere esecutivo che deve far eseguire la condanna. Anche questa figura è rappresentata in tinte fosche, il busto ed il capo sono invisibili perché prospetticamente coperti dal nerboruto braccio e dalla grezza mano che trattiene il rotolo; come vedete essa è in penombra mentre in piena luce l’ermellino che drappeggia il cavallo.

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Di fronte al cavaliere si trovano delle figure: la prima è un araldo o banditore che annuncia la pena con una buccina mentre nella mano sinistra tiene una lancia che preannuncia un fatto di sangue, la lancia punta direttamente verso l’Imperatore ad indicare che il fatto ha tale provenienza, la buccina invece punta verso la scena dei supplizi cui sarà presto sottoposto Pantaleone.

Le altre figure, riquadrate di viola, sono poveri mendicanti afflitti ammalati che testimoniano delle opere di bene del futuro santo.

In particolare vediamo anche delle figure con delle lance ed un vessillo perfettamente verticali; probabilmente a simboleggiare il combattimento spirituale che ha portato Pantaleone alla conquista della verità della fede che cura ogni male. Il vessillo, per la colorazione gialla ed alcuni segni che riporta, potrebbe essere simbolo del potere temporale della Chiesa che qui giace senza alito di vento che lo sostenga essendo in corso un delitto contro la cristianità. La posizione verticale di questi oggetti porta lo sguardo al Regno dei Cieli.

Più a destra ancora si trova un altro cavaliere con armatura ma privo di armi, che porge la mano ad un sofferente in segno di aiuto, anche questo sofferente tiene una lunga lancia puntata verso l’ultraterreno. Ciò simboleggia che solamente la carità apre le porte del paradiso. Essa è l’unica vera “arma” ( vedi lancia ) pacifica per conquistare la gioia eterna. Ed ecco infatti la carità rappresentata appena sotto e riquadrata in blu; è simboleggiata da una donna con un bimbo in braccio, le sue vesti sono bianche e gialle ancora a simboleggiare la Chiesa e la santità.

Dietro al cavaliere con il rotolo si vede un uomo portato in catene; si tratta di Ermippo o di Ermocrate, i seguaci di Pantaleone.

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Quindi la scena si sposta al centro e verso l’alto dove si scorge una scalinata sulla cui cima siede Pantaleone quasi fosse un Re anch’egli; qui un riferimento al Cristo, Re dei Giudei. È circondato da alcune figure che sono: alla sua destra un vecchio. È Ermolao che lo incoraggia e consola mentre Pantaleone gli porge la mano in segno di benevolenza. Gli altri sono i suoi aguzzini che gli mostrano gli strumenti della tortura o lo dileggiano invitandolo a scendere verso il patibolo. Vedete cerchiate di giallo il bastone, le tenaglie, la spada. A condurci otticamente verso Pantaleone sono le virtù teologali che insieme al santo formano un triangolo, simbolo della trinità. Pare una scalinata degna della divina Wanda Osiris.

Pantaleone in questa scena ha il volto terreo per la ferale notizia e con la mano sinistra richiama il conforto della fede. Gli occhi sono sbarrati e rivolti verso l’alto; la posa è ieratica.

Ritorniamo alla buccina dell’araldo. Seguendo la linea immaginaria che essa traccia ci troviamo nella parte centrale sinistra del dipinto dove si svolge la scena del supplizio riquadrata di rosso.

Due aguzzini circondano Pantaleone quello alla sua destra gli mostra una corda mentre quello alla sua sinistra lo calpesta per tenerlo fermo mentre cerca di colpirlo con un bastone, nell’altra mano tiene una tenaglia.

Questa scena è molto dinamica, quasi un inseguimento. Nelle precedenti infatti tutto era immobile. Era immobile l’Imperatore ed immobile Ermolao ed il cieco sofferente; era immobile il cavaliere col rotolo, immobile l’araldo e i sofferenti li accanto, immobile Pantaleone nel momento in cui realizza che sia immimente un atto contro la cristianità, un atto di sangue.

Ora invece si svolge l’azione concreta, cercano di massacrarlo di botte ma qualcosa va storto: un suo compagno lo afferra per il braccio destro cercando di allontanarlo dall’aggressore; mentre una figura appare da dietro. Si tratta di Cristo che ha preso le sembianze di Ermolao, ciò si capisce perché è vestito con una mantellina purpurea segno di sacralità. Cristo è lì per confidare a Pantaleone che il suo nome è ora diventato quello di Pantalemione ( colui che ha pietà di molti ) e per rendere vani i supplizi; la spada e la tenaglia si scioglieranno, la corda ed il bastone si spezzeranno. Questa grazia divina è un contrappasso inverso, perché Pantaleone dedicò la sua vita ad alleviare le sofferenze altrui; quindi le sue saranno parimenti alleviate. Pantaleone non vede questo anziano, ne sente solamente la voce, noi lo vediamo per necessità tecniche, essendoci ancora il muto, esattamente come nella cinematografia dei primi del novecento.

Pantaleone in questo frangente esprime proprio tutto il suo terrore, il corpo è scomposto nella contrazione e lo sguardo è decisamente rivolto verso il Regno dei Cieli, esattamente nel punto in cui c’è Cristo a braccia aperte pronto ad accoglierlo, la mano sinistra, nella medesima posa della scena precedente, chiede conforto.

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Al di sotto di questa scena nella parte al di fuori del primo rettangolo si trovano due simboli allegorici: la furia e l’orgoglio, dipinti in toni foschi perché sono oppressi per aver portato al compiersi di questa empietà.

A corollario di queste scene, sempre nella zona tra i due rettangoli, ecco alcune rappresentazioni simboliche residuali: sul lato opposto a quello delle virtù teologali, riquadrato in verde, possiamo apprezzare la fine dell’idolatria. Un anziano vestito all’orientale cerca di scorgere nella penombra una statua classica ma non vi riesce; allora strattona un giovane per avere la sua attenzione ma questi resiste si volta appena e con la mano sinistra rifiuta l’invito. Nell’angolo opposto si vede la figura di Marte, ridotta a semplice statua con funzione architettonica e di color giallo, in questo caso a simboleggiare corruzione e perdizione ( gialla è anche la veste di Giuda ). Il martirio di San Pantaleone è anche il simbolo della vittoria del cristianesimo sull’idolatria. Gli Dei ormai sono oscure e mute statue. Sotto questo Marte defunto ecco nuovamente apparire la scena del guerriero con armatura, questa volta senza cavallo, che protende la mano verso il sofferente; questa scena è ripetuta anche sull’angolo sinistro rispetto alla scena del supplizio ed il cavaliere ha un corpetto giallo e si vede di spalle. Il giallo qui è simbolo di santità.

Spostiamoci ora nel secondo rettangolo, quello che contiene tutta la parte ultraterrena del dipinto.

Si tratta di un tripudio d’angeli intenti in molteplici attività e, salendo, si arriva fino alla figura di Gesù Cristo seduto proprio su una moltitudine di angeli ribollenti quasi come su una nuvola. Il Cristo apre le braccia per accogliere Pantaleone ed anche per simboleggiare il valore ed il senso del martirio nella forma della croce.

Sotto di lui altri angeli si sfogano in un concertino a suon di tiorba, violone, viola da braccio ed organetto portativo, evidenziati con i cerchi gialli, due di questi strumenti sono i preferiti di Francesco Palma. Ancor più sotto ecco altri angeli; uno in particolare con una corona d’alloro in una mano che porge proprio sopra Pantaleone nel momento in cui riceve notizia della condanna, ed un tralcio di palme nell’altra a simboleggiare il martirio. Più in basso a destra invece un angelo un poco in ombra esce quasi dal secondo rettangolo per addentrarsi nel mondo terreno al solo scopo di segnalare ed approvare il gesto di carità del guerriero senz’armi che abbiamo descritto sopra.

Spostiamoci a sinistra e individuiamo l’Arcangelo Gabriele coi gigli in mano, quindi verso l’alto a destra ecco di nuovo un angelo con la corona d’alloro ed uno con la palma, appena sopra la scena di Pantaleone assediato dagli aguzzini. La gloria è sempre presente è metatemporale. È nell’istante della consapevolezza della fine, è nella continuità dello svolgimento della passione.

Da notare l’estrema industriosità di questi angeli; indaffarati a predisporre tutto per l’arrivo del nuovo santo. La parte alta del dipinto è in pieno movimento turbinoso e luminoso ma senza alcuna colorazione azzurra; tutto è virato verso il giallo che è qui simbolo della santità e della Chiesa.

Altri angeli tuttavia sono anche impegnati in una lotta. Sopra la figura dell’Imperatore infatti c’è l’Arcangelo Michele che, con la sua spada affronta un paio di demoni dipinti nudi con delle ali da pipistrello. Questo per significare che non c’è posto nell’eternità per chi rinnega Cristo e fa del male agli amici di Dio.

Qui il discorso sul colore: nell’opera nel suo insieme le tonalità sono ridotte tra il nero, i grigi, il bianco, il rosso ed il giallo. Questo ha un significato. Si tratta di un’interiorizzazione; non è prevista alcuna apertura naturalistica perché tutto si svolge tra umano e divino. Chi offende la cristianità è condannato all’oscurità all’oblio; chi ama la cristianità è destinato all’eternità. È un confronto tra tenebre e luce; ma la luce è possibile solamente nel Regno dei Cieli, non c’è conforto terreno. I gialli hanno un ruolo duplice; essi sono simbolo della santità e della corruzione a seconda del soggetto che appartiene loro. I bianchi della giustizia e della pace sono segno di trionfo ma anche segno che questi valori sono al di là delle possibilità umane essendo il bianco simbolo del trapasso; giustizia e pace trionfano ma non appartengono al regno dei viventi. I grigi e i neri simboleggiano l’oscurità dell’idolatria e del male. Anche i rossi hanno un duplice significato: sono il simbolo del potere imperiale se indossati da Galerio e dal suo cavaliere; divengono simbolo del Padre Eterno se sono indossati dalla trasfigurazione di Cristo in Ermolao.

Qui un netto contrasto con la pittura dei Tiepolo che trattarono ampiamente le suggestioni naturalistiche, con loro Dio divenne più vicino ai fatti dell’uomo.

Notevole la complessità del lavoro, ardua la lettura dello stesso per questioni di spazio e di affollamento del dipinto. A chi era rivolta tale opera?

Nella valutazione dell’appartenenza di un lavoro al contesto dei capolavori artistici dev’essere cosiderata la capienza dei livelli di lettura. Ebbene in questo lavoro i livelli di lettura sono plurimi; ed è ciò, oltre all’innegabile abilità tecnica e compositiva, che lo consegna all’insieme delle “cose artistiche”. Questa è arte.

Il semplice legge la magnificenza, l’effetto prospettico, la vividezza del colore, lo splendore divino; egli si sofferma alla questione emotiva che è pienamente soddisfatta; anzi è sollecitata tanto da richiedere continue ripetizioni, coincidenti poi con le varie frequentazioni della Chiesa per le funzioni.

Il dotto s’addentra nei significati simbolici delle figure degli oggetti, dei colori; traendo grande appagamento nella ricerca del dettaglio della piccola sfumatura. L’erudito oltrepassa il dotto con l’ausilio della Bibbia, delle agiografie dei santi, che conosce a menadito e che può vedere in diretta ogni volta che accede al gran teatro sacro dalle Lodi Mattutine, al Vespro.

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Padroni della Laguna di Venezia?

La notte del 3 agosto 2018 ero ricoverato al pronto soccorso dell’Ospedale di Venezia SS Giovanni e Paolo a causa di una caduta. Verso le 2 del mattino del 4 agosto delle grida tremende mi svegliano. Sono arrivati i parenti dei due pescatori investiti alle 23.35. Grida lancinanti e disperate che sembrano appena riemerse dal mondo dei morti.

Nella poetica, luminosa, colorata laguna veneziana si muore. Si muore di morte orrenda per azioni che, penso, abbiano ben poco della fatalità e molto dell’atto violento, del gesto prepotente e tracotante di chi è convinto di essere “il padrone”.

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Non è la prima volta che nelle placide acque lagunari delle persone perdano la vita o siano irreparabilmente menomate a causa della conduzione dei natanti. Esiste una lunga casistica e molte famiglie sono state rovinate. Eppure la laguna è uno specchio d’acqua molto limitato, eppure le imbarcazioni che vi circolano possono essere calcolate nell’ordine di qualche migliaio.

Penso che questo fatto del 3 agosto 2018 non rappresenti una sciagura ma delinei i tratti oscuri ed inattesi a chi non è pratico di questo territorio. Era agosto 2013 quando Joachim Vogel, un cittadino tedesco in visita a Venezia, fu schiacciato da un traghetto ACTV mentre si godeva il suo giro sulla gondola assieme alla famiglia; non si può morire così!

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Questa disgrazia non ha alcuna correlazione con quanto accaduto il 3 agosto 2018 ma penso sia il sintomo di un disagio che dilaga per entrare nelle nostre vite ed assumere la sembianza della fatalità, dell’inevitabilità, del caso, della sciagura; mentre resta non detta, nascosta, negata, la verità dei fatti ed i corollari a questi fatti che ne sono ineluttabili precursori.

Essi sono, tuttavia, sotto gli occhi di tutti i veneziani che vogliono tenerli ben aperti e si verificano quotidianamente in ogni periodo dell’anno. L’uso pesudo-criminale dei barchini da parte di giovani e meno giovani diportisti di certa stirpe lagunare. Ecco, direi che questa sia una delle più purulente piaghe della venezianità. Perché provoca disgrazie, provoca morti.

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I barchini sono gusci di vetroresina piuttosto leggeri di lunghezza compresa tra 3 e 5 metri che hanno, normalmente, un utilizzo di servizio per i residenti. Sono molto utili per trasportare persone e cose tra le isole, per una passeggiata, per lavoro, per la pesca, per la caccia, per l’osservazione della fauna e della flora locale. I veneziani vanno al bacàn ( spiaggia in bocca di porto del Lido ) con i barchini; è una tradizione stupenda. Sono attrezzati con motori fuoribordo che in genere non superano i 20/30 cavalli; ma capita che non sia sempre così.

Forse il desiderio più grande di tutti gli adolescenti maschi di Venezia, è quello di ricevere in dono un barchino. Magari full optional, con impianto stereo da 1000 watt, poltroncine imbottite con poggiatesta, cuscineria personalizzata, luci led, salpa àncora, comandi remoti con volantino momo e manetta cromata, tendalino, trim elettrico e mille altri dettagli che rendono una banale barchetta una sorta di fuoriserie galleggiante.

Cosa c’è di male in tutto ciò? Nulla accidenti! I desideri dei ragazzi li conosciamo tutti; siamo stati tutti quindicenni. Se un genitore è in grado di esaudire questi desideri penso che sia una fortuna per un figlio; ma non sempre. Anche il desiderio vorrebbe i suoi tempi; dovrebbe essere prolungato e coccolato, reso un obiettivo, una meta da conquistare, da meritare. I desideri esauditi automaticamente all’istante e senza scopo, per il solo fatto di manifestare potere genitoriale e status economico, spesso non producono effetti positivi.

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Essi rappresentano al figlio una realtà edulcorata, un senso d’onnipotenza che deriva dal potere del denaro, una forma precoce d’arroganza che trasforma un adolescente in un vecchio puttaniere che si crede “il padrone” per il solo fatto di possedere cose e, di conseguenza, persone, per via dello status. Il passo successivo infatti è la motorizzazione della fuoriserie d’acqua. Non bastano tutti i gadget e gli orpelli, serve sostanza e quella la può fornire solamente un enorme motore fuoribordo. Qualcosa di parossistico, 150 cavalli, 200 cavalli, e via salendo come se non vi fosse limite a quello che si può imbullonare allo specchio di poppa di 40 centimetri di un barchino che può essere sollevato da 2 persone; ma come si fa a disporre di un motore così a 15/16 anni? Semplice, ci si fa regalare un “mero” 40 cavalli e lo si elabora.

E poi?

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Poi si deve dare prova di tutto questo potere, di questo lusso, di questa potenza. Unica via è mettere a manetta e planare sull’acqua a velocità folli; 20 30 40 nodi mentre lo scafo prende il volo sulle leggere increspature della laguna e ricade poi giù con “tonfi erettili”; si, perché trattasi di muscolari rappresentazioni della volontà di potere del giovane veneziano, penosamente virili.

Purtroppo la fisica e la fisiologia non giocano loro a favore. Condurre un natante in queste condizioni comporta una netta riduzione della visibilità ed il prolungamento dei tempi di reazione. Le briccole non hanno occhi e non si spostano dalla rotta, sono pali di legno, ferro o plastica riciclata. Il barchino si scontra con il palo e i diportisti volano via a 20 30 40 nodi. Se va bene finiscono in acqua, se va male sbattono contro la briccola, si spezzano le ossa o si rompono la testa. Alcuni muoiono, altri divengono vegetali e riposano al San Camillo.

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Altri, invece, evitano le briccole ma centrano altri natanti e feriscono o uccidono il prossimo. Magari due signori che si dilettano di pesca notturna e, tra una ciacola e l’altra, se ne vanno tranquilli sul loro barchino lungo il Canale di San Nicolò davanti al Lido a lanciare i loro ami e attendono che branzini boseghe o qualche seppa, abbocchino; mentre dall’oscurità giunge improvviso un rombo assordante e poi un lampo di plastica bianca e poi una grossa frenetica lama rotante che taglia, spezza, smembra, squarta in un attimo corpi vivi e palpitanti; e magari questi corpi non divengono subito cadaveri ma restano, per qualche terrificante minuto, consapevoli del dolore, del trauma. Morti per rappresentazioni di potenza.

Ebbene la laguna non è di codesti giovinotti privi di senso e di sentimenti. Non sono nemmeno tutti e solo giovani adolescenti; tra loro vi sono pure uomini adulti e padri di famiglia, cresciuti nella convinzione che sia consuetudine condurre in questo modo il natante, convinti di rappresentare e di essere genuini veneziani. Tutti uomini comunque. La cosa è di genere. Uomini che ritengono che lo specchio d’acqua veneziano sia “cosa loro”, che sia lo spazio privato per i loro giochetti, in cui abbia pieno diritto lo scarico della loro adrenalina o delle loro frustrazioni.

Chissà, magari alcuni di questi “padroni” si stracciano le vesti nei social contro i turisti.

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L’amministrazione dovrebbe reprimere queste condotte con la massima severità consentita dalle norme; tuttavia si riscontra oggi questo assurdo paradosso: la circolazione delle imbarcazioni a remi che non siano “tradizionali” è vietata in Canal Grande e canali adiacenti per tutto l’arco della giornata. Quindi sorge un limite, una sanzione, nei confronti delle imbarcazioni a remi che non facciano parte della tradizione storica veneziana; ma i barchini di vetroresina? Possono circolare? Si, perché sono a motore.

Se tutte le imbarcazioni rispettano i limiti e i conducenti sono prudenti è impossibile che possano verificarsi incidenti gravi con feriti o decessi. Potranno verificarsi piccoli impatti di nessun rilievo; normali in un contesto di trasporti che non è dissimile da quello stradale ma infinitiamente meno congestionato e lento. Imporre divieti alle imbarcazioni a remi è come impedire la circolazione delle biciclette in città.

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Penso che questo provvedimento sia stato prodotto solamente per assecondare le ciance dei social che hanno infiammato una polemica che, a Venezia, vede come colpevoli di ogni malanno sempre e solo i turisti.

Ciance che si sono esacerbate dopo la disgrazia del 3 agosto 2018 ma sempre contro i turisti, le canoe in questo caso, che non hanno avuto alcun ruolo nei fatti e non hanno mai causato problemi alla circolazione acquea. Ebbene, le canoe sono il natante più antico che l’umanità abbia mai utilizzato, possono rientrare a pieno titolo tra le imbarcazioni tradizionali, perché appartengono all’immaginario ancestrale di ogni uomo che desideri esplorare il mondo.

Conclusioni: parte della comunità veneziana ha la coscienza sporca e cerca dei capri espiatori in persone che non abbiano gli strumenti per difendersi, su cui scaricare tutte le proprie responsabilità. Una comunità che pretende d’ignorare le proprie responsabilità e non intende porre rimedio a ciò che di essa è degradato, ha dichiarato il suo completo fallimento. Non vorrei che ciò fosse l’unica via per Venezia ed i suoi cari veneziani.

Questi sono solamente GOLDONI!

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laguna di venezia costa adriatica

Circa la Laguna di Venezia e la costa adriatica.

Avete mai immaginato l’estetica originaria delle lingue di terra della Laguna di Venezia ed in generale della costa adriatica?

Coperte di alberi e d’intricata boscaglia, con le spiagge completamente inaccessibili a causa di stratificazioni di residui vegetali avvenute nel corso dei millenni.

Tartarughe che periodicamente vengono a depositare le uova, falchi, assiuoli e altra fauna selvaggia. Avete mai immaginato tutta la costa adriatica del passato?

Un’interminabile fitta foresta che si apre su lunghe spiagge trasformandosi lentamente, nella qualità e nella densità, fino alla punta estrema della Puglia.

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Sono scenari ormai consegnati alla mitologia ma che, solo ai tempi del medioevo, pochi secoli fa, un istante nella scala temporale generale, erano una realtà.

Era un territorio di confine tra il clima temperato e quello subtropicale; il massimo della variabilità climatica con estati calde ed inverni brevi ma freddi a causa delle correnti continentali provenienti dall’est europa, anche se temperati dalla presenza di un mare caldo e basso come l’Adriatico. Insomma era un vero paradiso in terra.

Oggi ormai sfumato, ricoperto dall’incessante opera dell’uomo per il proprio ( sacrosanto ) benessere.

Eppure riuscire ad immaginare quel selvatico passato può renderci più consapevoli della bellezza della laguna ma anche dell’intera costa adriatica, che sia quella rocciosa croata o quella sabbiosa italiana. Quest’ultima di certo più suggestiva e languida nel lontano passato, quella invece ancor’oggi selvaggia ed aspra.

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Ancora alla fine del secolo XVIII i veneziani cacciavano orsi e lupi nel territorio adiacente alla Laguna che oggi ha nome Marghera. L’intero territorio degli appennini italiani, in buona parte costituiti da argille intrise d’acqua e tenere arenarie, era una vasta e fitta foresta di querce aceri carpini farnie frassini olmi tigli. La pianura un’initerrotta sequela di siepi e platani noccioli carnioli sambuchi robinie cipressi corbezzoli lecci pini marittimi sugheri. Nessuna agricoltura, nessuna industria, solamente una variegata tavolozza di tonalità di verde.

Durante gli inverni, fino alle coste, voluminose nevicate, portate dai venti dell’est, coprivano ogni cosa, preparando la fioritura primaverile. Nel mare, fino alle spiagge, erano visibili grandi popolazioni di esseri, dai cavallucci marini agli sgombri, dalle razze ai cannolicchi, in quantità notevole, grazie ad un mare basso piccolo, temperato e ricco di nutrienti portati dai fiumi italiani e croati.

In questo paradiso iniziarono ad apparire i sottili ed erratici sentieri  preromani che divennero poi i sentieri dei soldati romani e poi le razionali strade romane. Strade di pietra, che ebbero il tempo di fregiarsi di profondi solchi procurati da secoli di passaggi di carri dalle ruote di legno e bronzo e poi ferro. Queste strade viaggiavano per lo più tra boschi foreste siepi fino all’ingresso di piccoli villaggi di legno, o di accampamenti ( castrum ) militari, o di vere città di pietra e mattoni. Ogni cosa però, isolata nella natura incombente e fiera, tenebrosa ed infida, che rendeva ad ogni distanza una dignità nobiliare.

Fu questa ciclopica piana alluvionale, che da Torino si snoda ben oltre la battigia adriatica, a decretare la fine di quel paradiso. La pianura favorisce l’insediamento umano ed i suoi traffici. Osservatela oggi dalle immagini dei satelliti; luminosa come il Belgio. Una sequenza continua di case strade opifici capannoni ed infrastrutture. Del passato non solo manca il ricordo ma anche la cognizione. Si potrebbe affermare che non vi fu un “prima”; che questo territorio fosse un foglio bianco sul quale, di diritto, l’uomo avesse l’incarico di disegnare il proprio destino.

Non è così, se vogliamo, con la nostra immaginazione, possiamo ripercorrere i tanti passati che si sono stratificati e rivederli nella nostra mente. L’informazione, il sapere, la tecnologia sono grandi supporti a questo nostro viaggio; ma non sono sufficienti senza l’immaginazione. Questo seme, se fiorisse in noi, potrebbe motivarci per ridare parzialmente vita a quei passati. Piccoli esempi vi sono già lungo le coste; altri potrebbero sorgere in futuro; ma il nostro più importante compito è quello di proteggere oggi ciò che è sopravvissuto.

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Sì, il territorio italiano era un magnifico paradiso naturale divenuto anche un paradiso artistico.

Oggi di questi aspetti si rumoreggia senza alcuna visione poetica, si polemizza senza alcuna prospettiva visionaria; non c’è la “sana follia” e quindi non c’è l’immaginazione.

L’Italiano ha perso molta strada sul campo dell’arte e della cultura; si è perso in tante miserie che forse hanno radici profonde in un senso comune “latino”.
Ha perso la razionalità dell’antica roma, la praticità delle signorie toscane, la lungimiranza della repubblica veneziana, il senso della grazia delle nobiltà ecclesiastiche. Tutto dimenticato.

Un’identità fatta di mille diverse identità è stata storpiata da una stravagante volontà livellatrice, guidata dal progresso senza sviluppo, dall’industrialismo senza società. Abbiamo perso infiniti mondi per averne uno solo; ma abbiamo ancora un vastissimo patrimonio di differenze immense.

Siate folli, ebbe a dire un controverso genio americano. Ebbene sì, serve proprio la follia, la sana follia che fa intraprendere strade che possono sembrare dure ed improbabili ma che, nel tempo, portano all’eden.

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Certi Veneti…

Purtroppo certi veneti hanno imparato il brutto vizio degli italiani: l’invidia. È una brutta afflizione che porta alla distruzione di qualsiasi idea, progetto, intento, ambizione, desiderio. L’invidia pretende il nulla, assapora l’annientamento di tutto e nasce dalla mediocrità e dalla presunzione dell’ignorante. In questi giorni ho letto troppa arroganza nelle parole stentate e sgrammaticate di certi veneziani che si credono detentori di valori supremi.

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Gentaglia quasi analfabeta che assume atteggiamenti da squadrismo e crede, con ciò, d’emulare la tradizione dogale. Cose assurde!

Ai bei tempi della Serenissima era proprio del popolo il sentimento dell’umiltà ( che non è servilismo ) e del rispetto amorevole nei confronti di chi sa.

Qui invece siamo ai moti termidoriani senza alcuna usanza d’intelletto. Rivoluzionari senza abecedario; provocatori da trattoria; grufolatori del golpismo d’accatto. Vergogna!

Questo ciarpame, che stupra i simboli ed i valori ai quali ho avvicinato il mio cuore, ha il fetore dell’usurpatore. Un nulla immondo volgare infido, da ladri di galline.

Vengono in Piazza San Marco per infangare questa celebrazione donata ai veneti. Vengono con le bandiere di San Marco e le vilipendono, alzano la voce ma è un sordido latrato, osano fischiare alla musica, alle arti.

Costoro non sono degni. Non lo saranno mai. Nemmeno per le lignee galere costoro sarebber degni.

Io questi li disprezzo. Ho rispetto e stima per chi vuol imporre il tricolore; quelli hanno un onore, hanno un valore, son degni avversari. Questi invece non so proprio cos’abbiano ed il nulla è peggio d’ogni cosa.