lars hertervig un cuore rovente nel selvaggio gelido nord

Lars Hertervig

un cuore rovente nel selvaggio gelido nord

Nato il 16 febbraio 1830 e deceduto il 06 gennaio del 1902, sarà artista poco conosciuto al di fuori della Scandinavia ma la fama non sempre è garanzia di un reale talento, essa è una Dea bendata simile alla Fortuna ma con una piccola fessura dalla quale alle volte può vederci in tempo, altre ci vede troppo tardi mentre la vita, così maledettamente breve, è già fuggita via tra le amarezze della quotidianità.

lars hertervig ritratto

Ragazzo promettente per le sue doti pittoriche, espresse nella classica moda dei tempi e dei luoghi d’origine, doti sprecate per le scuole d’arte norvegesi, avendo famiglia con risorse economiche nulle, Lars nel 1852 viene finanziato da alcuni suoi estimatori e giunge nel 1853 all’Accademia d’Arte di Dusseldorf.

lars hertervig paesaggio dei primi tempi

Forse su di lui, da bravo artista purissimo, pende già un cattivo auspicio. È timido impacciato, ingenuo, abbastanza semplice nei modi e nel linguaggio. Tutti sanno che viene da un’isola dove vive gente povera, quaccheri e contadini ed è solo. Provate ad immaginare che situazione.

Un ragazzo abituato al contatto con la natura più selvaggia ed alla completa solitudine, precipitato in un ambiente vivace e stimolante, pieno di novità e di persone da ogni parte dell’Europa.

Le cose iniziano a non andar bene, iniziano i pettegolezzi, le dicerie, Lars viene isolato, sgradito ai molti studenti che hanno alle spalle famiglie benestanti o borghesi. Escluso dalle compagnie di amici è costretto a proseguire nella solitudine, questa volta del tutto artificiosa e coatta.

È probabile che l’isolamento e l’ostracismo e forse anche atti di bullismo lo portarono ad una tale condizione di depressione da farlo rifugiare nella sua immaginazione.

In quel suo mondo beato, fatto di natura selvaggia che incute timore e lascia aperta la porta della libertà, Lars, lontano dal suo mondo reale ed immerso in una realtà affollata di esseri umani, ha fantasticato dell’amore.

Ha fantasticato e, purtroppo per lui, s’è innamorato! Cose che capitano a 23 anni. S’innamora della bella figlia del padrone di casa dove alloggia a Dusseldorf. La pagherà cara, molto cara.

Gli viene fatto sapere che la ragazza desidera avere con lui un appuntamento galante e che questo appuntamento è già stato organizzato per suo conto ma è una bugia. Di quelle bugie crudeli di gentaglia crudele e brutale. Egli quindi si reca presso il luogo stabilito e non trova la sua amata, bensì un gruppo di studenti bulli che iniziano a deriderlo e chissà cos’altro.

Lars cadde in una depressione ancor più profonda e buia.

Nell’ottocento avere di questi problemi non sollecita una società empatica e comprensiva ma un mondo basato sul meccanicismo che vede l’uomo come un dispositivo atto a produrre e che dev’essere riparato al pari di un carretto o di un telaio. Lars quindi, ritenuto prodotto difettoso perché pazzo, viene condotto al manicomio di Gaustad. Qui riceve le cure dell’epoca.

Esercizi fisici e duro lavoro, oltre a molto probabili altre pene corporali e spirituali, sono inflitte a Lars per i successivi 18 mesi. Infine viene sancito che trattasi di pazzo incurabile. Immaginate perché questa conclusione, immaginate quanto avrà resistito e si sarà opposto alla sua disgrazia all’incomprensione all’incomunicabilità in cui era costretto.

Ma il pazzo era lui.

Lo rimandarono a casa dalla sua famiglia. Qui, nel tempo, iniziò a dipingere in modo del tutto diverso. Ripudiò le visioni arcadiche e nazionaliste della classica pittura norvegese dell’epoca. Fece emergere del tutto il suo spirito romantico e tragicamente vivido, aprendo le vertigini del baratro e dell’oscurità del mondo reale.

lars hertervig

Le sue tele, finché ebbe modo di dipingere, sono una rottura completa con l’arte del suo tempo e del suo mondo. L’estetica della natura, il linguaggio che gli era più famigliare e, forse, quello che più gli consentiva di continuare a vivere, divenne il mezzo per testimoniare quello che i sensi suoi affilatissimi ricevevano.

lars hertervig

Il paesaggio, seppur terrestre è come se svelasse un suo doppio alieno in cui i fenomeni atmosferici e le forme solide della natura s’animano, istruiti da demoni silenziosi e determinati, fruscianti e bizzarri. Demoni indagatori e rivelatori. Non esiste più alcun modello del reale. Il reale è direttamente imposto dai demoni e trasmesso senza remore alla mano ai colori ed alla tela. I risultati sono sconvolgenti e lanciano lontano, in un futuro irraggiungibile, l’arte di Hertervig.

lars hertervig foresta sul lago

Lars, grazie alla sua tragica esperienza ed alla sua difficile vita, ha svelato e liberato qualcosa di fresco e nuovo nel panorama artistico scandinavo rimanendo un singolo cuore rovente di verità in quella vasta distesa di ghiaccio. Ancora oggi quasi del tutto ignoto alla moltitudine festante e ciarliera del mondo artistico, egli ci dona quel respiro di purezza e salubrità che solo l’arte e la vita vissuta come capolavoro possono donare.

Quando non ebbe più soldi sufficienti non potè più acquistare i colori e le tele. Dovette limitarsi agli acquerelli ed ai gouaches che dipingeva su pezzi di carta rimediati quà e là ed incollati tra loro con colla di farina di segale fatta in casa. Morì nella povera vecchia casa di famiglia.

Nulla si seppe più di lui fino al 1914 quando fu organizzata una mostra con le sue opere. Oggi esse riposano mai stanche, mai vecchie, mai superate nei musei d’arte moderna di Stavanger di Bergen e di altre importanti città scandinave.

dissertazione#2 la vis immaginativa di Mario Eremita

Dissertazione #2 – la vis creativa di Mario Eremita.

In tanti anni di attività dedicata alla divulgazione dell’arte figurativa ho conosciuto il variegato e contraddittorio mondo dell’arte contemporanea italiana.

Sono rimasto a volte deluso dalla volubile attenzione delle istituzioni pubbliche e private nei riguardi degli artisti, volubilità giustificata ma non sempre, dall’ormai diffusa abitudine alla mediocrità di questi.

Arduo per chi segue il mondo delle arti è possedere il terzo occhio che, come diceva qualcuno, consente la pratica più difficile: “saper vedere”.

La mostra alla National Art Gallery – Museo Nazionale dell’Arte Figurativa Bulgara di Sofia, dedicata a Mario Eremita, si pone all’attenzione dell’interesse del pubblico e provoca, come sempre, intensa riflessione ed il piacere dei più colti nel voler sondare colla propria mente allenata, le misteriose vie dell’immaginazione.
L’attenzione dei mass-media bulgari è stata significativa e le interviste all’artista sono state trasmesse dalle radio e dalle televisioni nazionali ed internazionali. Personalmente, ho potuto apprezzare un perfetto equilibrio tra il risalto dell’evento, fornito anche dalla collocazione nella sede della Galleria Nazionale e dalla mobilitazione di autorevoli personalità della politica bulgara ed italiana e l’intrinseca validità e pregnanza delle opere esposte, cosa eminentemente rara, quando si tratta di “arte contemporanea”; e questo è presto verificato.

L’opera di Eremita infatti ha un’origine del tutto nuova; la pittura di questo grande artista non è facilmente inquadrabile e mette in difficoltà anche il più esperto critico e studioso.
Soprattutto in questi tempi in cui la specializzazione e la parcellizzazione delle mansioni è dilagata anche nel mondo dell’arte, selezionando autori che si cimentano ( per ovvi e disgraziati ostacoli attitudinali ) in limitatissimi ambiti e che si qualificano con asfittica od insulsa immaginazione.

Le tavole di Eremita stabiliscono una nuova forma di fare pittura, sono una pietra miliare: esse sono valori estetici elaborati per una nuova forma d’arte cui, per maggioranza degli artisti e dei critici occidentali è estremamente difficile accostarsi per imperizia; solamente autorevoli nomi della critica ne hanno toccato alcuni nodi fondamentali.

Ogni dipinto, ogni scultura di Eremita meriterebbe un saggio per spiegare di quanto talento bisogna essere dotati per trasformare il colore in sinfonia di luci ed ombre, per rendere una mano, un braccio, un corpo, leggero ed evanescente come il fumo ma più vivo della stessa carne per riprodurre un corpo con un segno e, con un segno, un intero corpo e, con la posa di un corpo un significato universale, per infondere in un gesto non solo la forzaquella posa non solo la forza vitale ma anche la tensione drammatica data dalla ragione, dalla psiche, dall’esperienza sociale.

L’artista è in grado di dirigere il complesso tonale dei colori con la stessa dolorosa grazia di Beethoven e, nella secca articolazione grafica della china, apporta i medesimi fragorosi e ironici climax degni di Rossini piegandola ed ammorbidendola al suo volere; ecco vedete, più che con altra pittura il paragone risulta più semplice con la musica.

Questi linguaggi, d’imbarazzante semplicità per il genio, spesso, come la storia insegna, restano incompresi per lungo tempo e ciò è di conforto all’artista.

Ebbene, per ritrovare in Italia artisti paragonabili al talento tecnico di Mario Eremita bisogna andare indietro nel tempo.

Molti esperti, osservando i dipinti, credono che essi vogliano rilanciare una sorta di nuovo rinascimento; costoro s’ingannano: semplicemente perché non possono riscontrare una pittura così competente, autorevole, elaborata, complessa e raffinata se non facendo riferimento alla pittura antica.

In realtà la pittura di Eremita dal punto di vista storico è estremamente attuale e, dal punto di vista estetico, estremamente contemporanea, esattamente come la migliore pittura rinascimentale o meglio come la migliore pittura d’ogni epoca.

Entra quindi in gioco anche l’aspetto contenutistico. L’arte di Eremita è quindi cosa seria, non vi sono rilassamenti o abbandoni a fantasie vacue. Essa non è avvilita dalla quotidianità ma persegue uno scopo: lasciare un segno, una sensazione alla posterità con linguaggio universale; e mantenere il dono della grazia creativa fermo nei binari di questa, quasi ascetica, missione.

Nella poetica e nella Weltanschauung di Eremita è centrale la condizione umana. L’umanità è riflessa come ad uno specchio che ne svela implacabile luci ed ombre, vette e baratri orrendi. Eremita intrattiene un delicato e sottile dialogo con Goya e trasmuta il suo messaggio de “il sonno della ragione genera mostri”.

allegoria

Quella testimonianza introduce tematiche articolate, basate sull’ancestrale corruzione dell’umana specie che pare naturalmente predisposta al male, alla distruzione, alla fobia. Mario Eremita rappresenta l’umano genere sempre dinamicamente teso e sospinto, evidentemente graziato dal dono delle grandiose potenzialità benefiche della capacità del pensiero astratto, dono tale da renderlo quasi trasparente ma al contempo lo rappresenta che, infante, inizia se medesimo alla violenza.

Lo rappresenta quindi cavo decerebrato mutilato accecato frustrato, annichilito nelle sue potenzialità, fino a trasformarne il corpo in essere mostruoso, orrido, strabordante di grasso corrotto o essiccato da brezza salsa e acida, densa d’odio e rancore.

La pittura si fa quindi simbolica ma il simbolismo è astratto e diviene messaggio di una potenza universale totalizzante. Simbolo dell’umana specie è la donna; il cavallo espressione della macchina del progresso diabolico della guerra del potere arrogante dell’apocalisse cui l’uomo va certo incontro se non s’oppone.

La natura è presente: è il vacuo, l’atmosfera plumbea o siderale. È la natura matrigna che getta l’uomo nel mondo e lo abbandona alla sua folle corsa verso il baratro, è la maternità lacerata che presenta il proprio figlio, è il “memento mori” il monito che opprime ed esalta: “ricordati che sei qui provvisoriamente”.

Questi sono solo alcuni aspetti simbolici, una rapida carrellata. Da questa sconcertante raccolta di significati emerge ad una prima lettura una visione se non pessimistica addirittura disperata della condizione umana ma questa lettura non è esaustiva.

Osservate meglio: le figure che galleggiano o volano o precipitano o ristanno sono a volte orrende, paurose, inquietanti ma mai brutte; in loro l’artista infonde, grazie alla sua divina tecnica, una profonda carica sensuale od un potente istinto erotico; questo, fondendosi alla plasticità dinamica già descritta, crea nello spettatore un senso di sgomento e di grande suggestione emotiva che spesso da luogo a manifestazioni di grave commozione, fino al pianto.

Consapevolmente o meno, si resta colpiti da questi dipinti; ma se siamo onesti con noi stessi il nostro non è un senso di paura, di rifiuto: ciò che fa vibrare la nostra sensibilità è il fatto che queste figure entrano in contatto empatico con noi e ci trasmettono un messaggio di speranza.

Tale messaggio penetra profondo proprio perché proviene dalle insondabili profondità ancestrali, osservando queste figure noi ci affacciamo su queste profondità e ne siamo attratti, affascinati. Esse ci chiamano, ci invitano, vorrebbero che noi comprendessimo; esse indicano che è possibile per tutti noi il riscatto; che è possibile che la ragione prevalga.

Questa ragione può sopraffarre il proprio sonno solamente se si abbandona alle più genuine peculiarità umane: l’arte, la musica, la danza, l’eros, la sensualità, il piacere sensuale, l’immaginazione.

Solamente se siamo convinti della necessità di questo messaggio possiamo accogliere senza dissidio le figure di Mario Eremita come compagni di un’esistenza vissuta con gli occhi aperti della consapevolezza.

Infine, essendo le opere dell’artista più confacenti ad un approccio multidisciplinare è importante fornire dei riferimenti letterari. La poesia contemporanea del nostro paese: Tonino Guerra, Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini, Giuseppe Ungaretti sono, per Mario Eremita, i principali riferimenti culturali.