il bello del male

il bello del male

L’arte fu, è e sarà sempre espressione elitaria.

Come ogni prodotto dell’intelletto l’arte non può essere un’esigenza formalizzata e consensualizzata da una collettività. È necessariamente l’esito del singolo, il sottoprodotto di UNA sensibilità.

La suggestione, passando attraverso l’organismo del singolo individuo ( come il cibo ), è espulsa come arte, quest’ultima diviene successivamente espressione d’una élite per accidente o convergenza. Essa non può, per definizione, essere cascame collettivo, collettivizzato o collettivizzabile.

il bello del male

Questa ineludibile essenza pone l’arte nella condizione dell’imputato avanti alle pretese delle nostre attuali società massificate. L’arte infatti è stata democraticamente posta all’entusiastica e prolifica portata di tutti. L’economia industriale, l’istruzione, i mezzi di comunicazione ed oggi la rete informatica, c’illudono che le barriere intellettive siano abbattute e che il pensiero d’ognuno abbia medesimo diritto di cittadinanza.

Mai, in qualsiasi universo passato delle società umane, s’era potuto verificare tale scomposta intrusione delle greggi belanti nel laconico rarefatto e venerato mondo delle arti.

il bello del male

È la prova dell’ormai irriducibile scisma tra scienza ed arte, che ha posto quest’ultima alla stregua dell’evento mondano. Quando mai oggi sarebbe mondanità entrare nel merito del lavoro di un chirurgo o di un fisico?
Per ora no, infatti, chi lo facesse, sarebbe immantinente additato al pubblico ludibrio, quale presuntuoso arrogante se non insulso complottista.

Tale condizione egualitaria dell’umanissima questione artistica è disumana, essendo quella delle differenze la condizione umana naturale, favorendo lo sviluppo di morbose afflizioni, prima tra tutte l’invidia.

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Non per nulla l’artista ricerca il patrocinio di ricche e potenti figure. Esse sole infatti possono imporre alla massa ed agli infiniti ( ed infinitesimali ) addetti all’artifizio, ciò che, per accidente o convergenza, è divenuta espressione della loro élite. Tuttavia, se prima tale patrocinio era condizione necessaria per la sopravvivenza e trovava reciprocità nel patrocinante, essendo l’arte componente funzionale e funzionante della comunità; oggi, se non in rari casi, il “patrocinium artis” ha il SOLO scopo di sceverare con arbitrio chi debba essere osannato ( fanaticamente ) e chi debba essere disprezzato ( ottusamente ). Ciò perché si è voluta gettare alle ortiche la componente funzionale e funzionante.

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Perché?
Le motivazioni attengono alla nuova segmentazione delle classi sociali ed al dilagare della cultura industriale e consumistica massificata che ha creato differenze ancor più marcate tra un’immensa classe medio/bassa, una ridotta classe medio/alta ed una classe agiata dalle possibilità economico finanziare praticamente illimitate.
Nessuna di queste nuove classi sociali può avere in simpatia l’artista, in particolare l’artista in arti figurative ( pittura, disegno, scultura ). Perché per tutti loro questo genere d’arte è stato strappato al trono della sacralità.
Ad esempio, chi potrebbe farlo oggi con la musica?
Sarebbe un’operazione quasi impossibile, riuscita solo in parte con la musica pop con esiti disastrosi ( esempio: la neomelodica ).

L’arte quindi è disgraziatamente alla portata di tutti. Fatto degno di una ghignante “rivoluzione culturale”, quella in cui i medici chirughi sono al servizio degli infermieri. In questo contesto l’artista sarà colui che avrà trovato il modo appropriato per oltrepassare quanto prima quel gap tra la deposizione del cascame e l’istituzionalizzazione dello stesso.

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Ciò che egli deve evitare con metodica è di essere soggetto ( imputato ) alla più morbosa afflizione: l’invidia. Essa dilaga nel dissacrato e vilipeso mondo delle arti per le ragioni esposte sopra. Si corre ai ripari ed uno dei più patetici espedienti che l’artista possa architettare è quello d’assecondare quell’afflizione. Condotta che probabilmente mai, prima della rivoluzione massmediatica, avrebbe concepito un aspirante artista.

Ecco quindi che l’artista si fa miserabile e coatto ( addetto all’artifizio cit. ), svolgendo con voluttuosa sciatteria questo “ruolino di marcia”, in cui la suggestione è ricalibrata con intento raziocinante-tattico ed emendata d’ogni spontaneità al fine di perseguire l’esito drammatico dell’ingrato compito di massificarsi.

Le risultanze sono perturbanti, regnano confusione ed incomprensione, i meno svegli adducono considerazioni ermetiche, si sprecano ragionamenti raffinati. In realtà è tutto equivocato. Navigando nello squallore si naufraga in un oceano di malintesi.

Mobilito Giotto, mi si perdoni. L’arte di Giotto aveva una funzione ( funzionante ) sacra. L’arte sacra era rivolta a tutti ma non aveva l’esecrabile ambizione di massificarsi, cioè di coinvolgere lo spettatore nel procedimento artistico. Lo spettatore era tale, punto.

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Al nostro tempo l’arte del “miserabile artista” si prodiga nel coinvolgimento dello spettatore ( indifferenziato e massificato ). In questa coprolalica recherche è fondamentale la ripetitività ( non la riproduzione ) la cialtroneria la banalità ma, soprattutto, detta recherche, trova la propria ragione d’essere, il suo successo, solo e fintanto che si parla di essa. È appunto l’arte del fomentar ciarle, il grande vaccino contro l’invidia.

Ciò che si tralascia è la responsabilità che l’artista ha verso se stesso, che lo innalzerebbe rendendolo indigesto. Questa responsabilità si vuole annichilita. L’artista è appiattito sullo spettatore. Lo spettatore quindi s’identifica con l’artista in un transfer. Non fa differenza se lo spettarore respinga o accolga l’idea dell’opera. La cosa importante è solo che ne parli.
E ne parlerà eccome!
Nulla potrà mai avere lo spettatore contro siffatta opera d’arte. Tutt’altro! Egli sarà irretito da un’inconscia simpatia per quell’opera che si conforma alla sua mediocrità, la sua incapacità, il suo nulla estetico, la sua mentecatta vita, la sua concupiscenza di cose banali, la sua cupidigia, la sua accidia e via dicendo. Quell’opera lo rassicura e lo incoraggia ponendo i suoi pigri pregiudizi e luoghi comuni alla portata del “produrre artistico”.

In quella geniale affermazione di Bertrand Russell: “l’invidia è alla base della democrazia”, non trova posto l’arte che, oggettivamente, non sa che farsene della democrazia e troverebbe il suo miglior scopo nell’incendiare la generale furia degli invidiosi. Insomma, nel non essere banale come il male, nel non essere innocua come il banale.

artisti sciacalli intellettuali venezia biennale arte

Artisti… sciacalli… intellettuali…

artisti sciacalli intellettuali

Nella foto qui sopra potete ammirare l’imbarcazione posta alla Biennale di Venezia, in memoria di 800 migranti, profughi e clandestini, in balia dei loro scafisti ( dai gazzettieri militanti definiti “comandanti” ), i quali, dopo aver intascato ingenti somme per il servizio li fanno affogare atrocemente, chiusi nella pancia della nave come topi in trappola, il 18 aprile 2015.

Potrei confrontare questa “installazione” con i vari teschi e scheletri che, nelle città antiche e nelle logge delle chiese avvisavano i passanti: “Ricordati che devi morire!”
Più recentemente un bravo attore partenopeo rispose a tali moniti con: “eh si, mo me lo segno…”

Purtroppo molti nel “settore” sono rimasti ancora attaccati al cesso di Duchamp e da quello hanno iniziato a sparlare di ( artecontemporanea ), oggi in buona parte ( ma non del tutto ) megadiscarica per giovanotti ben foraggiati.

L’arte è il suo tempo e questo è un tempo ostile all’artista che fa di sua vita l’opera d’arte.

Questo è il tempo delle trovate, come fu per il Barocco o il Rococò ma quelli lo fecero in modo infinitamente eccelso.
Oggi s’affabula l’audience delle masse ( non il piacere della Corte ).

Degli artisti, tutto sommato, non frega nulla a nessuno. Quindi servono trovate che siano afferenti a questioni molto dibattute sui media, che abbiano una forte presa emotiva, soprattutto nei “casi pubblici” come la Biennale, di forte rinomanza ed attrattiva.

Nulla di troppo diverso, sul piano formale, da quello che furono le questioni religiose che gli artisti dovettero trattare in passato, per mangiare un piatto di fagioli. Anche se siamo, sul piano sostanziale, lontani milioni di anni luce.

Il grande bias cognitivo in cui cadono le persone “normali”, distanti dall’universo di colui che è condannato artista, è di credere quel professionista investito di ruolo etico-moralistico e che questo sia il compito che fonda l’agire nelle arti.

Invece l’artista non ha alcuna priorità morale o etica, al più un obbligo estetico performativo, altrimenti ogni sua deiezione ( oggetto o prodotto artistico ) dovrebbe sottostare a questo galeotto contratto.

Per correre ai ripari dalla funesta attitudine dell’arte d’esser scevra d’etica o morale, le egemonie economico-culturali fanno ricorso all’intellettuale organico. Sì facendo castrano la definizione del temine “artista”, inteso come sopra e lo accomodano per prassi ed eleganza modaiola, nei limiti del senso diminuitivo-vezzeggiativo.

Egli quindi non è artista ma intellettuale organico che, in base ad accordi politico-amministrativi, assume un contegno moralistico, fantasticando sul “tema” proposto e sul quale, fatalmente, convergono investimenti in danaro sonante ( qui siamo nell’ordine dei 9,6 milioni di euro ); “tema” che ora è quello del fenomeno delle migrazioni più o meno clandestine.

Neppure serve oggidì un’anche solo parziale adesione al “tema”. Essendo sufficiente una visitazione dello stesso al modo della firma, del nome, della presenza. È l’apoteosi del gesto che, glorificando opprime il senso di una vita trascorsa col giogo artistico. La gesture che si tramuta in beffardo svolazzo, una cinica esternazione del concetto che il mondo è dei furbi e dei ruffiani. Neppure serve quindi, alcuno sforzo “creativo” in cui l’intellettuale organico, vezzeggiato coll’epiteto d’artista, debba cimentarsi al fine di dare una determinazione “decor” al “tema”.

Lo sforzo è visto ormai malamente quasi fosse prova d’inettitudine, essendo invece determinante un’astratta etimologia che conduca l’atto del fare all’ozioso opinare.

Ci aggiriamo in territori aridi in cui imperversano feroci sciacalli col naso umido e sempre al vento, pronto ad intercettare le tendenze.

Questa “deposizione” che vediamo alla Biennale altro non è che un’elementare puntualizzazione gestita da supponenti parti politiche, al solo scopo di sollecitare una presunta sensibilità.

Tuttavia, essendo in totale ridondanza col contesto sociale, che non ammette tali sciagure e atti criminali ( scafisti ), non ne è complice e le contrasta nei limiti del possibile, ad una lettura meno immediata potrebbe suscitare l’idea del monito sopra accennato. Questo monito, di sussiego del tutto subliminale, avrebbe l’intento d’alimentare, nel subconscio del cittadino, quella sorta di sacra soggezione o di monacale contegno che favorisce una società conformista.

Indizi di questo intento si riscontrano anche nell’uso generoso di acronimi in molti aspetti pubblici delle arti. Musei enti ed eventi sempre più spesso ridotti a sequenze di lettere maiuscole puntate, che hanno la funzione di referenziare ogni qualsivoglia contenuto dandovi un’aura istituzionalizzata.

Ciò detto, traiamo le conclusioni. Oggi si celebrano questi morti ma si trascura che si muore comunque e che vi sono mille ragioni per cui si può morire. Ci perdiamo i significati e ci teniamo i significanti. Questa surroga è dirompente perché distorsiva, annienta il vasto e multicolore territorio della retorica, dal quale gli artisti ( diminuiti e vezzeggiati ) sono tenuti alla larga.

Quale potrà mai essere a questo punto, una buona morte?
Una morte degna di essere glorificata e portata ad esempio?

Se non esiste alcuna possibilità di risposta, questa “deposizione” è solamente un monito: ricorda che devi morire o, tutt’al più un esorcismo contro una fine orrenda claustrofobica e buia.
Forse, ad esser cinici, un monumento a chi, nonostante tutto, riesce ancora oggi a realizzare delle tragedie tanto efficaci sul piano della fiction, un elogio al santo contrabbandiere di carne umana, al sacro avvoltoio che profitta dell’ambizione di chi ha quattro soldi da gettare assieme alla propria vita per inseguire il mito dell’occidente europeo.

Mai un imprenditore suicida potrebbe assurgere a tale pathos, non c’è eguaglianza nelle tragedie ma solo l’opportunismo della cronaca.

arte economia mostruosità

Dissertazione#38 arte + economia = mostruosità

Il successo artistico di Oliviero Toscani nasce da messaggi pubblicitari di potenza provocatoria non comune. Egli ha interpretato l’idea astratta della lotta di classe interetnica che un’élite progressista ha escogitato per lo scopo di vendere prodotti.

Egli ha concesso all’industria tessile l’opportunità d’associare a prodotti con bassissimi margini, realizzati con metodi “border line”, una scala di valori pseudomorali circa i principi d’eguaglianza, volgarizzandoli.

Milioni di persone hanno voluto credere a questo “miracolo” economico-morale che in verità è solo un pezzo di cartone senza alcun contenuto.

arte economia mostruosità

Toscani ha interpretato inconsapevolmente la crisi di valori della politica ( qui di certa sinistra ), nell’impossibilità di proporre un’alternativa al capitalismo più feroce.

Ciò che controbilancia questo misfatto è stato un sensibile miglioramento relativo delle condizioni economiche materiali di paesi sottosviluppati che, grazie alla globalizzazione, hanno potuto finanziare il microcredito; consentendo l’emancipazione e l’affrancamento dalla miseria più assoluta.

Le ondate migratorie oggi sono l’esito estremo di questo fallimento e della mistificazione e volgarizzazione di valori fondamentali troppo precoci rispetto al progresso tecnico industriale universale.
In tal senso le economie dei paesi avanzati dovrebbero reimpostare i loro investimenti per favorire la crescita e lo sviluppo dei paesi rimasti indietro.

Invece pare che l’occidente voglia peggiorare ancor più le cose, proponendo nuovamente dei fenomeni artistici con intenti pseudomoralistici o pseudomilitanti, stavolta senza nemmeno l’indirizzo economico della distribuzione “altrove” di una sorta di benessere, con il supporto dell’attività industriale e / o commerciale.

Anche questi buoni propositi di ricaduta positiva di una possibilità di sviluppo sono stati oltrepassati dal linguaggio dell’arte. Ormai ci teniamo il fenomeno mediatico di una specie di arte che, in qualche modo, “milita” un concetto umanitario o un intento “sociale” senza che vi sia alcuna realtà, nella sostanza, ad incarnarlo.

Siamo divenuti completamente virtuali. Partecipiamo ad una realtà che ha dignità d’essere, solamente se confezionata in un opportuno abito mediatico, solo se riportata da opportuni organi di divulgazione o di ufficializzazione. Non serve alcun prodotto, alcun investimento in economia reale.

Il nostro mondo quotidiano è rivolto ad un Dio feroce e possente; il Dio dell’arroganza, del cinismo e dell’inganno più assoluto. Il Dio più invadente che possa esistere; quel Dio che non obbliga ma persuade la coscienza, che seduce il nostro mai sazio bisogno di gratifica immediata, che ci renda l’illusione di aver compiuto l’atto positivo ed umanitario, idealistico e salvifico, pur non avendolo mai neppure immaginato perché esso ci è offerto, già cotto, pronto per essere divorato.

Capirete che in un tale contesto l’artista è morto, Dio è risorto in un trionfo orgiastico di pulsioni popolari, afflizioni di massa, assurde idolatrie, ansie di successo e fama immeritata, a poco prezzo e a nessuno sforzo.

Desiderando le masse, con fisiologica impellenza, emulare ciò che misteriosamente diviene popolare, nell’incomprensibile attenzione dei media. Assunti quali inappellabili e sacri giudici d’ogni umana vicenda.