goya, il gran caprone

Arte ed Economia = mostruosità

Il successo artistico di Oliviero Toscani nasce da messaggi pubblicitari di potenza provocatoria non comune. Egli ha interpretato l’idea astratta della lotta di classe interetnica che un’élite progressista ha escogitato per lo scopo di vendere prodotti.

goya, il gran caprone

Egli ha concesso all’industria tessile l’opportunità d’associare a prodotti con bassissimi margini, realizzati con metodi “border line”, una scala di valori pseudomorali circa i principi d’eguaglianza, volgarizzandoli.

Milioni di persone hanno voluto credere a questo “miracolo” economico-morale che in verità è solo un pezzo di cartone senza alcun contenuto.

Toscani ha interpretato inconsapevolmente la crisi di valori della politica ( qui di certa sinistra ), nell’impossibilità di proporre un’alternativa al capitalismo più feroce.

Ciò che controbilancia questo misfatto è stato un sensibile miglioramento relativo delle condizioni economiche materiali di paesi sottosviluppati che, grazie alla globalizzazione, hanno potuto finanziare il microcredito; consentendo l’emancipazione e l’affrancamento dalla miseria più assoluta.

Le ondate migratorie oggi sono l’esito estremo di questo fallimento e della mistificazione e volgarizzazione di valori fondamentali troppo precoci rispetto al progresso tecnico industriale universale.
In tal senso le economie dei paesi avanzati dovrebbero reimpostare i loro investimenti per favorire la crescita e lo sviluppo dei paesi rimasti indietro.

Invece pare che l’occidente voglia peggiorare ancor più le cose, proponendo nuovamente dei fenomeni artistici con intenti pseudomoralistici o pseudomilitanti, stavolta senza nemmeno l’indirizzo economico della distribuzione “altrove” di una sorta di benessere, con il supporto dell’attività industriale e / o commerciale.

Anche questi buoni propositi di ricaduta positiva di una possibilità di sviluppo sono stati oltrepassati dal linguaggio dell’arte. Ormai ci teniamo il fenomeno mediatico di una specie di arte che, in qualche modo, “milita” un concetto umanitario o un intento “sociale” senza che vi sia alcuna realtà, nella sostanza, ad incarnarlo.

Siamo divenuti completamente virtuali. Partecipiamo ad una realtà che ha dignità d’essere, solamente se confezionata in un opportuno abito mediatico, solo se riportata da opportuni organi di divulgazione o di ufficializzazione. Non serve alcun prodotto, alcun investimento in economia reale.

Il nostro mondo quotidiano è rivolto ad un Dio feroce e possente; il Dio dell’arroganza, del cinismo e dell’inganno più assoluto. Il Dio più invadente che possa esistere; quel Dio che non obbliga ma persuade la coscienza, che seduce il nostro mai sazio bisogno di gratifica immediata, che ci renda l’illusione di aver compiuto l’atto positivo ed umanitario, idealistico e salvifico, pur non avendolo mai neppure immaginato perché esso ci è offerto, già cotto, pronto per essere divorato.

Capirete che in un tale contesto l’artista è morto, Dio è risorto in un trionfo orgiastico di pulsioni popolari, afflizioni di massa, assurde idolatrie, ansie di successo e fama immeritata, a poco prezzo e a nessuno sforzo.

Desiderando le masse, con fisiologica impellenza, emulare ciò che misteriosamente diviene popolare, nell’incomprensibile attenzione dei media. Assunti quali inappellabili e sacri giudici d’ogni umana vicenda.

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